Enrico Terrinoni

Anni fa Seamus Heaney confessò: “non mi viene in mente alcun caso in cui la poesia abbia cambiato il mondo, però può cambiare il modo di capire ciò che accade, nel mondo”. Se il poeta di Derry, un poeta politico prima di ogni altra cosa, era noto in Irlanda mediante il faceto epiteto di Famous Seamus, questo era dovuto non solo alla tipica indole burlesca degli irlandesi, ma al fatto che Seamus era davvero famoso. Nel senso anche commerciale. I suoi libri, all’uscita, divenivano spesso dei best-seller, e le librerie irlandesi sono piene zeppe di raccolte di suoi colleghi che vendono tuttora benissimo. Come Paul Muldoon, ad esempio, o Michael Longley. Il perché è arduo supporre. O meglio, la rilevanza della poesia, nella società e un dato di fatto assodato. Un dato storico, sin dai tempi dei filidh, i poeti tradizionali ereditari, secondi nell’ordine sociale solo ai re, e un gradino sopra i sacerdoti.

In Irlanda sono molti critici a riconoscerlo: ancora si guarda al poeta non solo come a un interprete dei fenomeni in atto, ma come una guida in grado di riconoscerne i possibili esiti. Heaney stesso, proveniente da scenari di guerra, dichiarava spesso come il fine ultimo dell’arte fosse la pace. È proprio un sentire del genere a conferire loro il ruolo di vate, trovandosi ad essere spesso più saggi di tanti esperti osservatori della realtà, quali ad esempio quelli che non furono in grado, quasi dieci anni orsono, neanche di prevedere le prevedibilissime conseguenze della rovinosa bolla immobiliare.

È di questi giorni un dibattito poetico molto interessante tra alcune delle voci più significative dell’isola. Nell’occasione del lancio di una nuova collana di saggi, scritti da poeti di recente insigniti della triennale cattedra di Poesia – la Irish Chair of Poetry – collana pubblicata dalla UCD press, i poeti Harry Clifton, Paula Meehan e Michael Longley hanno discusso, nei locali della Royal Irish Academy, di poesia, del suo ruolo, e della distanza ideale tra comporre versi e scrivere in prosa. Secondo Clifton, la differenza sta nel grado di coscienza con cui si affrontano questi diversi tipi di scrittura. Sono facoltà, dice il poeta di Dublino, localizzate in zone distanti del cervello. Longley sposta il discrimine sull’arco temporale, asserendo che il nucleo centrale di una poesia, il suo “cuore”, la sua immagine accecante, nasce e si materializza nel giro di pochi secondi, mentre la prosa sopporta tempi di meditazione più lunghi. Il confronto con l’arte della prosa, nelle lezioni di questi poeti ora raccolte nella suddetta collana, permette invece alla Meehan di affrontare in maniera consapevole e critica alcune delle proprie ossessioni, che in poesia hanno preso forma, invece, come illuminazioni subitanee.

A testimoniare la vitalità continua della poesia e dei suoi maggiori interpreti in Irlanda, i continui interventi sulla carta stampata di uno dei maggiori poeti viventi, traduttore persino di Dante, Ciaran Carson – anch’egli del Nord, come Heaney e Longley. E non per parlare di poesia, ma di arte e di politica. Una delle sue ultime preziose riflessioni riguarda il ricordo di una mostra tenutasi più di dieci anni fa nell’Ulster Museum, ai giardini botanici di Belfast. Includeva dipinti di un altro artista del nord, Basil Blackshaw, molto attivo nella compagnia teatrale Field Day di Brien Friel e Stephen Rea. I dipinti raffiguravano semplici finestre, forse astratte, ampie, multicolori; Carson le considera “occhi della memoria”. Occhi fissi, dal cui sguardo si arriva al ricordo di altre finestre, quelle del suo appartamento da studente universitario alla Queen’s di Belfast, sempre pronte a tremare a ogni esplosione nei paraggi. Finestre che ressero sempre, però, non come il soffitto della stanza da letto, nella stessa abitazione, una notte che il poeta fu tanto fortunato da essersi recato in cucina per prepararsi qualcosa da mangiare.

La vitalità, o meglio ancora, la vita della poesia è assicurata in Irlanda da molti eventi, anche estivi, in cui poeti incontrano i loro lettori, e anche altri scrittori. Come l’Hay Festival Kells, nella contea di Meath, a nord di Dublino, dove il poeta Paul Durcan ha condiviso la scena e i microfoni con Roddy Doyle e Brian Eno; oppure la John Hewitt International Summer School di Armagh, nel Nord, dove nel nome del grande poeta di Belfast s’incontreranno a fine luglio personaggi del calibro di Paul Muldoon e del magnifico musicista Paul Brady. E infine, impossibile non ricordare la borsa di studio dedicata alla memoria di una delle grandi voci poetiche del novecento, Patrick Kavanagh, virtualmente sconosciuto da noi, e di sua moglie: la Patrick and Katherine Kavanagh fellowship, dedicata a poeti dalla solida produzione, ma in condizioni finanziarie precarie.

L’Irlanda è la terra dei santi e dei saggi, ricordava Joyce. Ma anche dei poeti. E come potrebbe non essere così, in una nazione il cui atto fondativo, l’insurrezione di Pasqua, ha visto combattere in prima fila proprio dei poeti come Pearse, MacDonagh, e Plunkett? È proprio da lì, lo scrisse Yeats, che nacque “una terribile bellezza”.

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