Gianni Vattimo, Giacomo Pisani

Il referendum in Grecia riapre la partita con la storia. I media italiani, ma anche i vari Renzi e compagnia, si sono impegnati per ridurre la posta in gioco ad un accordo negoziale, al “sì” o “no” all’euro, al rispetto degli impegni e alla necessità di onorare i debiti. Di fronte all’irrigidimento della troika e alla chiusura a qualsiasi controproposta, Tsipras risponde investendo sulla democrazia. Molti in questi giorni hanno liquidato la scelta di indire un referendum come una mossa populista e comoda. In ogni caso la colpa sarebbe del popolo, non di Tsipras, che non ha avuto il coraggio di assumersi la responsabilità politica di una scelta.

Innanzitutto Tsipras ha annunciato le dimissioni in caso di vittoria del sì, che significherebbe accettare le condizioni infernali imposte dalla troika. Inoltre, quando le politiche di austerity minacciano la dignità e i diritti fondamentali delle persone in carne e ossa, il sociale si fa eccedente e il politico non può più essere considerato come qualcosa di autonomo e staccato rispetto ad esso. La mossa di Tsipras è un formidabile tentativo di politicizzazione del sociale, che richiede un atto di soggettivazione e di coraggio. Proprio investendo sulla capacità dei soggetti di ribellarsi al ricatto e di autodeterminarsi, spostando l’asse del conflitto laddove più incisivo è il dispositivo del debito e dell’assoggettamento, che prolunga l’emergenza e costringe al senso di colpa e alla paura, Tsipras riapre la partita, rimettendo tutto alla politica. E alla possibilità di sfidare il dogma dell’austerity attraverso un atto di coraggio in cui il popolo greco si assume la responsabilità di mettere in discussione l’ordine neoliberale.

La mossa di Tsipras, indipendentemente dal risultato, mette in questione le politiche di privatizzazione e di smantellamento del welfare imposte dalla troika, e lo fa proprio a partire dal livello statale. In un articolo di qualche giorno fa su queste pagine, Bifo parlava del “nazismo” del Fondo Monetario Internazionale, se è vero che il nazismo è il primato della funzionalità tecnica sulla compassione per la fragilità dell’organismo umano. È una lettura condivisibile, a patto però di non considerare la finanza europea come un moloch anonimo e impersonale, liscio e contrastabile su un piano esclusivamente orizzontale.

La stabilità delle categorie finanziarie della troika, in questi anni, si è fondata sulle politiche di austerity dei singoli stati-nazione, favorendo l’espansione dei grossi profitti e delle rendite e smantellando tutele sociali e sindacali per poveri e precari, ridotti sempre più ad inseguire la sopravvivenza fra contrattini e stage sottopagati. In questo quadro si sono inserite le politiche securitarie di reclusione ed espulsione dei migranti come mezzo di governo della mobilità internazionale del lavoro, mascherate dalla retorica dell’emergenza e dell’eccezionalità delle misure. In tutto ciò, il debito ha funzionato come dispositivo di gerarchizzazione, colpevolizzazione e ricatto per quei paesi, come la Grecia, la Spagna e anche l’Italia, in perenne stato di “inadeguatezza” e “incapacità”.

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Oliver Ressler, Economie Alternative, Società Alternative
Isola Art Center, Stecca degli Artigiani (2006).

In questi giorni, come apprendiamo dalle fonti greche, il nemico più grosso è la paura. Paura perché nessuno sa quali saranno le conseguenze, e la macchina propagandistica dei tecnocrati è da tempo a pieno regime. Il futuro del “no” al ricatto della Merkel e dell’Eurogruppo non è in una ricetta già pronta: è un futuro da scrivere, tutto politico, in cui in gioco c’è una rifondazione delle istituzioni che riparta dalla redistribuzione delle risorse e dal riconoscimento della dignità e della possibilità di autodeterminazione di ciascuno. In questa direzione andavano le politiche fiscali del governo Tsipras, con misure di sostegno al reddito e fornitura di servizi essenziali a tutti, e proprio questo ha costituito la minaccia più forte all’assolutezza della governance neoliberale, fatta passare come meccanismo naturale e indiscutibile di risoluzione della crisi e di pianificazione dell’economia.

Il referendum indetto da Tsipras, allora, è una sfida alla troika e ai mercati, che investe anche l’Italia e chiama all’apertura di un fronte internazionale per rilanciare la democrazia a livello europeo. È tempo di organizzarsi e di contrapporre alla valorizzazione capitalista, che soffoca capacità, aspettative e desideri, l’autovalorizzazione di cooperazione e creatività sociale. Le istituzioni europee devono esprimere la molteplicità della composizione sociale e delle forme della produzione, riconoscendo a livello sostanziale i diritti fondamentali e la capacità di ciascuno di dirsi e autodeterminarsi, assumendo la centralità dei beni comuni e assicurando a tutti una vita dignitosa.

La battaglia di Tsipras, la sfida del popolo greco, è nel rifiuto di ridurre la vita ad accessorio del capitale. In un’Europa in cui tutto sembrava già scritto e incasellato in numeri e imperativi finanziari, la Grecia chiama l’Europa ad appropriarsi dello spazio della politica, rivendicando diritti e democrazia per tutti.

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