Valerio De Simone

Esattamente trent’anni fa con Mad Max - Oltre la sfera del tuono (Geroge Miller, George Ogilvie, 1985), si concludevano, sulle note di We Don’t Need Another Hero, le avventure di Max Rockatansky meglio noto come “Mad” Max. Ma l’indistruttibile vendicatore è tornato e questa volta a vestire i suoi panni è Tom Hardy che sostituisce Mel Gibson.

In un mondo post-atomico in cui la civiltà è solo un ricordo lontano, l’ex poliziotto Max vaga senza meta nelle radure desertiche dilaniato dal ricordo traumatico dell’uccisione della sua famiglia. Catturato dai Figli della Guerra, una tribù di guerrieri guidata dallo spietato sovrano di Cittadella, Immortan Joe (Hugh Keays-Byrne), viene trasformato dai suoi aguzzini in una “sacca di trasfusione” ambulante. A liberarlo da questa prigionia sarà il fortuito incontro con l’imperatrice Furiosa (Charlize Theron), guerriera redenta, in fuga insieme alle mogli di Immortan, verso le Terre Verdi, suo luogo natale.

Ma la strada sarà lunga e tante saranno le tribù spietate interessate esclusivamente a rubare le ricchezze degli evasi. Così solo dopo una serie di lunghissime spettacolari sequenze di inseguimenti, sparatorie e scontri in macchina, che hanno contraddistinto gli altri capitoli della saga, il gruppo dei ribelli arriverà al luogo scelto, per scoprire una tragica realtà. L’inquinamento ha reso i terreni acidi e il clan della Molte Madri, di cui faceva parte Furiosa fino al suo rapimento, ormai è praticamente scomparso a eccezione di un pugno di valorose combattenti di tutte le età. Unica possibilità: tornare a Cittadella per destituire Immortan Joe e il suo regno del terrore riportando così la vita e la civiltà grazie alla ridistribuzione dell’acqua.

Seguendo la linea narrativa dei precedenti film, Mad Max: Fury Road non solo dipinge un universo distopico post-atomico conseguenza di un’umanità egoista, ma mostra come nonostante la civiltà sia stata cancellata, la legge della giungla, quasi un’araba fenice, risorga dalle macerie per governare i sopravvissuti analogamente a serial quali Lost (2004-2010) e The Walking Dead (2010). Così l’opera evidenzia come gli umani ricostruiscano una gerarchia dura e spietata in cui non vi è alcuno spazio per i deboli e dove le masse, al pari di quelle di Metropolis (Fritz Lang, 1927), obbediscono agli ordini impartiti dal tiranno senza alcuna forma di ribellione o di dissenso.

Il cast del film sostiene lo svolgersi della narrazione dall’inizio alla fine e il Mad Max di Tom Hardy, il Bane de Il Cavaliere oscuro – il ritorno (Christopher Nolan, 2012), non fa rimpiangere l’assenza di Mel Gibson, che però ha partecipato insieme a tutti gli attori alla prima al Festival di Cannes quasi a sottolineare non una competizione tra i due attori, ma una continuità, evidente anche nella scelta di far interpretare il malvagio a Hugh Keays-Byrne, Toecutter del primo capitolo.

Ma la grande novità del film, che lo distingue dai suoi predecessori, è nel maggiore interesse e dettaglio per la configurazione di personaggi femminili. Se in Inteceptor (Geroge Miller, 1979) l’unica donna (la moglie dell’eroe) ricopriva il ruolo di vittima, nelle due pellicole successive hanno fatto la loro apparizione alcune solitarie guerriere senza particolare spessore. Unica eccezione “la mortale seduttrice” come l’ha definita Bell Hooks, Aunty Entity (Tina Turner) regina di Bartertown, pronta a tutto pur di mantenere l’ordine nel suo piccolo regno. Ora la situazione è ribaltata. Furiosa, le spose fuggiasche e le superstiti delle Molte Madri (tra cui ricordiamo Valchira interpretata dalla Show Girl australiana Megan Gale) sono le vere protagoniste di quest’opera: motore dell’azione narrativa e baluardo di valori e conoscenze che potranno ricostituire la civiltà perduta.

Le eroine di Mad Max Fury Road sembrano incarnare così alcune delle anime del femminismo che ha abbandonato le rigide linee puritane per volgere verso una nuova realtà post-umana in cui il binarismo di gender, grazie alle loro azioni è superato: l’imperatrice Furiosa, guerriera dalle braccia bioniche che rimanda alle teorie di Donna Haraway sul Cyborg, le giovani concubine pronte a morire pur di evadere dalle mani sfruttatrici del loro Marito/Padrone e le appartenenti al clan Molte Madri, donne mature il cui unico sogno è quello di poter ricostruire l’ecosistema terrestre, quasi a voler tracciare una continuità con l’eco-femminismo.

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