Franco Berardi Bifo

L’Europa è unita come lo fu nel 1941
Il futuro dell’Unione europea è iscritto nell’esito del referendum che Alexis Tsipras è stato costretto a convocare per il 5 luglio, ma comunque vada questo referendum, - che vinca improbabilmente il no al ricatto e all’umiliazione, o che vinca dolorosamente il sì al ricatto e all’umiliazione, - il futuro d’Europa è segnato. Finirà nel sangue, dopo un lungo periodo di miseria e umiliazione. La Jugoslavia del 1993 su scala continentale: questo è ciò che ha prodotto l’arroganza finanziaria, questa è la vendetta del Fondo Monetario Internazionale.

Ne La questione della colpa (Die Schuldfrage), un testo del 1946, Karl Jaspers, il filosofo tedesco che viene considerato uno dei padri dell’esistenzialismo, distingue il carattere "metafisico" della colpa da quello “storico”, per ricordare che se ci siamo liberati del nazismo come evento storico, ancora non ci siamo liberati da ciò "che ha reso possibile" il nazismo, e precisamente la dipendenza della volontà e dell’azione individuale dalla potenza ingovernabile della tecnica, o meglio della catena di automatismi che la tecnica iscrive nella vita sociale.

Introducendo l’edizione italiana del testo di Jaspers (La questione della colpa, Sulla responsabilità politica della Germania, Raffaello Cortina Editore, 1996), Umberto Galimberti cita un brano di Gunther Anders: “In una delle settanta interviste che Gitta Sereny fece a Franz Stangl, direttore generale del campo di sterminio di Treblinka, si legge: «Quanta gente arrivava con un convoglio?», chiesi a Stangl. «Di solito circa cinquemila. Qualche volta di più». «Ha mai parlato con qualcuna delle persone che arrivavano?». «Parlato? No... generalmente lavoravo nel mio ufficio fino alle undici – c'era molto lavoro d'ufficio. Poi facevo un altro giro partendo dal Totenlager. A quell'ora, lì erano già un bel pezzo avanti con il lavoro (voleva dire che a quell'ora le cinque o seimila persone arrivate quella mattina erano già morte: il «lavoro» era la sistemazione dei corpi, che richiedeva quasi tutto il giorno e che spesso proseguiva anche durante la notte). [...] Oh, la mattina a quell'ora tutto era per lo più finito, nel campo inferiore. Normalmente un convoglio teneva impegnati per due o tre ore. A mezzogiorno pranzavo... Poi un altro giro e altro lavoro in ufficio». […] «Ma lei non poteva cambiare tutto questo?», chiesi io. «Nella sua posizione, non poteva far cessare quella nudità, quelle frustate, quegli orrendi orrori dei recinti da bestiame?». «No, no, no... Il lavoro di uccidere con il gas e bruciare cinquemila e in alcuni campi fino a ventimila persone in ventiquattro ore esige il massimo di efficienza. Nessun gesto inutile, nessun attrito, niente complicazioni, niente accumulo. Arrivavano e, tempo due ore, erano già morti. Questo era il sistema. L'aveva escogitato Wirth. Funzionava. E dal momento che funzionava era irreversibile»" (G. Anders, Noi figli di Eichmann, Giuntina,1995, titolo originale: Wir Eichmannsöhne (1964).

Sono parole che andrebbero meditate oggi alla luce dell’incarnarsi del tecnototalitarismo nell’automa finanziario. Può parere eccessivo paragonare l’attuale dominio degli automatismi finanziari sulla democrazia politica al nazismo. Non lo è affatto. L’Europa è unita oggi come lo fu nel 1941, e gli effetti del pieno dispiegamento del nazismo finanziario li conosceremo nei prossimi dieci anni. Al di là del suo determinarsi come evento storico nella Germania degli anni ’30 e ’40 il nazismo è il primato della funzionalità tecnica sulla compassione per la fragilità dell’organismo umano. Per questo non è affatto improprio dire che il governo tedesco del 2015 è nazista, che Mario Draghi è nazista, che il Fondo Monetario internazionale è l’organo centrale del nazismo contemporaneo.

Nel 1964 scriveva Anders: “La tecnica che il Terzo Reich ha avviato su vasta scala non ha ancora raggiunto i confini del mondo, non è ancora “tecno-totalitaria". Non si è ancora fatto sera. Questo, naturalmente non ci deve consolare e soprattutto non ci deve far considerare il regno ("Reich") che ci sta dietro come qualcosa di unico e di erratico, come qualcosa di atipico per la nostra epoca o per il nostro mondo occidentale, perché l'operare tecnico generalizzato a dimensione globale e senza lacuna, con conseguente irresponsabilità individuale, ha preso le mosse da lì.” E aggiunge:«l'orrore del regno che viene supererà di gran lunga quello di ieri che, al confronto, apparirà soltanto come un teatro sperimentale di provincia, una prova generale del totalitarismo agghindato da stupida ideologia» (G. Anders, Noi figli di Eichmann, cit., p. 66).

Greci ed ebrei
La forma universale del nazismo come prevalere automatico del funzionamento rispetto alla singolarità sembra oggi incarnarsi nel prevalere dell’automatismo tecno-finanziario rispetto alla volontà politica della società.

Mario Draghi ha ripetuto più volte che le elezioni greche non cambiano nulla, perché le politiche finanziarie europee (e le loro implicazioni economiche) proseguono grazie al pilota automatico. Votando per Syriza la maggioranza dei cittadini greci ha inteso rifiutare l’imposizione di politiche ultra-liberiste come punizione infinita per il debito che grava sul sistema bancario europeo. Ma l’Unione europea, e particolarmente il gruppo dirigente tedesco, pretendono che il governo greco rispetti gli impegni presi dai governi precedenti, anche se questi comportano una catastrofe umanitaria di cui nessuno può negare la gravità.

Lo pretendono perché la resistenza e la sofferenza dei greci non si adatta alla regola matematica della finanza. Il fastidio dei tedeschi per i greci ha le stesse motivazioni e le stesse tonalità del fastidio che il buon tedesco provava per gli ebrei nel 1939. In un articolo del 1918 scriveva Carl Gustav Jung:“Lo psicoteraputa di estrazione ebraica non trova nell’uomo germanico quell’umorismo malinconico che a lui viene dai tempi di Davide, ma vede il barbaro dell’altro ieri, cioè un essere per cui la faccenda diventa subito tremendamente seria. Questa serietà corrucciata dell’uomo barbaro colpì anche Nietzsche, ed è per questo che egli apprezza la mentalità ebraica e rivendica il cantare e il volare e il non prendersi sul serio.” (Jung: Opere, Bollati Boringhieri, 1998, Volume 10, pag. 13).

L’ironia e l’ambiguità dell’ebreo derivano dalla stratificazione di molte esperienze, di molte patrie, di molte illusioni e delusioni. All’opposto sta per Jung la corrucciata serietà dell’uomo tedesco incrollabile nelle sue convinzioni. Naturalmente qui Jung pensa al suo rapporto con Freud, ma nel suo rapporto con Freud coglie un aspetto che va ben al di là dei confini della psicoanalisi (ammesso che la psicoanalisi abbia dei confini): la “belva bionda” (Blonde Tier nelle parole di Nietzsche riprese da Jung) si sente in pericolo quando le certezze vengono messe in dubbio e vede nell’ebreo colui che mina dall’interno le certezze della civiltà.

La Germania è mutata profondamente nella seconda parte del ventesimo secolo, eppure il sospetto e il disgusto che il contribuente tedesco sembra provare di fronte ai Greci contemporanei ripropongono i sentimenti che la “belva bionda” provava davanti all’ebreo. La belva bionda si è democratizzata negli ultimi decenni, questo è noto. Ha sostituito l’uniforme militare con le mezze maniche del ragioniere. Ma l’incrollabilità della fede è la stessa. Dio (o Wotan) è stato sostituito con l’algoritmo finanziario, ma Gott ist mit Uns in ogni caso.

Ecco allora i banchieri tedeschi dare ordini agli Untermenschen, eccoli esigere che gli altri popoli (meridionali pigri ambigui) facciano i compiti a casa. Finora i bravi scolaretti Rajoy Hollande e Renzi hanno penosamente provato a fare i compiti a casa e hanno ricevuto qualche buffetto di incoraggiamento o più spesso qualche rimbrotto da parte dei giudici dell’altrui moralità. Ma i greci hanno deciso di non piegarsi ulteriormente all’umiliazione e alla rapina finanziaria. Per loro è pronta la soluzione finale.

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10 Risposte a Non si è ancora fatto sera

  1. Perfetto. Condivido e ringrazio il bravissimo Bifo!

  2. Roberto Paci Dalò scrive:

    Grazie Franco. Impeccabile.

  3. Ennio Abate scrive:

    “Può parere eccessivo paragonare l’attuale dominio degli automatismi finanziari sulla democrazia politica al nazismo. Non lo è affatto” (Bifo)

    No, non è eccessivo, è sbagliato fare questo paragone. Per una sorta di pigrizia politica si fa leva sul pregiudizio nazismo=Male assoluto. Vi ricordate Bush quando paragonò Saddam a Hitler? Usiamo anche noi queste pseudomitologie?
    Siamo di fronte a poteri mondiali che non capiamo e ce la caviamo con l’etichetta “tecno-totalitarismo”?

  4. alberto scrive:

    La critica al tecno totalitarismo è corretta e forse persino un po’ timida, nel senso che quello è ormai il pensiero unico e dominante. E’ l’orizzonte oltre il quale non vediamo e persino non riusciamo ad immaginare nulla. La follia dell’Occidente e ormai non solo, come direbbe Severino.
    Trovo, però, anche io, inutile e dannoso per un’analisi efficace il riferimento così deciso al nazismo, perché si finisce per dire troppo e nello stesso tempo poco di specifico. La durezza del momento richiede più lucidità e più coraggio, nel pensare oltre il pensiero dell’uomo ad una dimensione.

  5. Monica Zanfini scrive:

    Condivido parola per parola.

  6. alberto abruzzese scrive:

    da un punto di vista teorico bifo ha ragione, terribilmente ragione nel paragonare la soluzione finale del totalitarismo nazista con le pratiche della globalizzazione. Le politiche di sterminio del novecento sono state una dimostrazione della volontà di potenza dell’essere umano o meglio l’anticipazione del suo destino (di cui la tecnica non è la causa ma soggetto e effetto insieme). Rispetto a quella dimostrazione terribile della meta di ogni progresso umano, è di nuovo venuto il tempo della democrazia con il suo errore di prospettiva e cioè con la sua ideologia del bene, la sua falsificazione delle origini del “male”. Credo che molto tempo ancora divida le pratiche della democrazia dalla rivelazione della loro impotenza rispetto alla violenza della natura umana. Il dominio finanziario del mondo ha da ricavare ancora molte risorse dai conflitti sociali della terra. Tuttavia a me pare che mai come in questa tragica congiuntura della condizione umana si stia facendo avanti una sorta di rassegnazione, un pensiero della rassegnazione nei confronti di una esistenza dell’essere che non può negare la morte e il dolore di cui essa stessa è la causa: ma mentre è proprio sulla non-rassegnazione che conta il tempo della soluzione finale, forse è proprio un sapere della rassegnazione (l’atto di mettersi nelle mani altrui) che va elaborato senza più alcun principio speranza, senza più alcuna fiducia che non sia riposta in se stessi. Nelle proprie mani per quanto messe al servizio del lavoro “altrui”. Dunque una rassegnazione che lavora al proprio interno e dal proprio interno si modifica in sé e per sé, così da offire alla violenza del mondo una materia diversamente sensibile alla sua necessità. Non è molto ma è qualche cosa di più rispetto alla dialettica amico-nemico.

  7. Ennio Abate scrive:

    “una rassegnazione che lavora al proprio interno e dal proprio interno si modifica in sé e per sé, così da offire alla violenza del mondo una materia diversamente sensibile alla sua necessità” (Abruzzese)..non è “qualche cosa di più rispetto alla dialettica amico-nemico”. E’ semplicemente rassegnazione autocompiaciuta. La dialettica amico-nemico si impone – come si vede dappertutto – appena si esce dalla rassegnazione. Qui la sfida.

  8. gianni cascone scrive:

    quanti anni (ormai decenni) che Franco parli di cellule finanziarie autosegregate che decidono il futuro del mondo e di flusso di informazione che l’umano non è capace di elaborare? e di un umano sacrificato al tecnototalitarismo? naturalmente inascoltato. però ti siamo grati per la lucidità con cui leggi (spesso in anticipo) i movimenti profondi della società (planetaria). mi sembra più che mai urgente un movimento internazionale che unisca almeno syriza, podemos e i brandelli italiani, un movimento dell’europa del sud, un movimento che colga la grande lezione greca, di orgoglio umano: speriamo che le tue parole siano un riferimento in questo senso

  9. […] a sua volta riprendeva in maniera organica alcune sue considerazioni già esposte in calce a un articolo di Franco Berardi uscito su Alfabeta. Sono tre pezzi illuminanti, nelle reciproche diversità e […]

  10. silvia scrive:

    Ciao Franco,
    oggi 15 agosto 2015 entrando al MAMBO mai avrei pensato di emozionarmi ascoltando le ultime voci di Radio Alice.
    Credo che per conoscere le “verità” di oggi dobbiamo ricordare e conoscere le verità di ieri.
    Ed è per questo che vorrei conoscere di più la storia dei 15 mesi della radio da te animata.
    ciao
    silvia

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