Gaetano Azzariti

Viviamo tempi di letture semplificate, ricostruzioni storiche approssimate, biografie stravolte. Un tempo dove l’ossessione per l’immediatamente rilevante (l’eterno presente) finiscono per lasciarci tutti privi di memoria, senza possibilità di confronti, senza criteri di giudizio. E, senza giudizio, la cultura, la politica, la democrazia finiscono di perdere il loro senso, riducendosi a vuota rappresentazione di sé. C’è chi, però, non vuole arrendersi allo stato di cose presenti e torna caparbiamente a guardare al passato per progettare il futuro.

Lezioni di storia che riescono, a volte, a farci intravedere la strada che potremmo percorrere, se solo riuscissimo a cambiare rotta. In alcuni casi basta tornare a guardare in faccia i protagonisti del secolo scorso per rinvenire i fili di un'altra storia. È il caso di Lelio Basso, intellettuale eterodosso, socialista luxemburghiano, padre costituente, politico critico della politica. Una figura del nostro passato il cui pensiero – anche grazie alla fondazione Lelio e Lisli Basso - è stato spesso oggetto di riflessione, ma che non smette di interrogarci, stimolandoci ad un confronto impietoso con le miserie del presente. È questa la sensazione che si trae dall’ultimo studio a lui dedicato: Chiara Giorgi, Un socialista del Novecento. Uguaglianza, libertà e diritti nel percorso di Lelio Basso, Roma, Carocci, 2015. Dal volume - che esamina gli anni più intensi della vita di Basso, sino al 1948 – emerge non solo la profondità di pensiero e la consapevolezza nella visione politica del protagonista, ma anche la sua distanza ontologica con le comparse che oggi dominano la scena. Un «antieroe» potremmo immaginificamente dire.

Così è se si pensa alla sua interpretazione del socialismo, “eretica” certamente, ma entro un credo comune, fatto di principi e inserito in un movimento, una comunità politica di cui era e si sentiva integralmente parte. A fronte dello slabbramento nichilista del presente una lezione da imparare. Forse la rottura del conformismo dilagante potrebbe passare per la riscoperta della ereticità rigorosa di Basso.

Così è anche se si riflette all’idea complessa di politica di Basso: una continua ricerca intellettuale, intesa sì come prassi, ma anche come strumento di coinvolgimento, di formazione delle coscienze (della coscienza di classe), per la edificazione di una società (socialista) di persone eguali e libere. Immergendosi tra le pagine del volume si avverte la distanza abissale tra quest’impegno sociale e morale (Giorgi sottolinea opportunamente il fondamento protestante dell’etica bassiana) e il modo d’intendere la propria professione di chi oggi vive di politica (e non per la politica, secondo la nota distinzione weberiana). Una dimensione della politica attuale ove prevalgono ormai le logiche escludenti che hanno sostituito quelle inclusive, un’avversione connaturale e una diffidenza dichiarata nei confronti degli intellettuali, una congenita ripulsa a pensare “grandi trasformazioni”, una resa all’unico mondo possibile scontando l’ineguaglianza dei diritti e la limitazione delle libertà dei non-eguali.

Alla governabilità dell’esistente come unico orizzonte politico possibile, Basso contrappone la prospettiva concreta del socialismo come espressione di una “nuova” società. Non una società idealizzata, ma costruita da soggetti storici reali, frutto di una dinamica che non può essere considerata predeterminata o necessitata, che può imporsi solo se – e nella misura in cui - la partecipazione consapevole delle forze sociali (delle masse popolari) riesce a prevalere entro le istituzioni economiche e politiche del paese. In sostanza una diversa idea di democrazia – rispetto a quella invertebrata oggi dominante - che pone al suo centro il conflitto, la lotta per i diritti, i soggetti storici reali. Rileva giustamente Chiara Giorgi, “Basso farà così propria la prospettiva del costituzionalismo moderno” (p. 15).

Ed è entro questa prospettiva di costruzione della democrazia che Basso, più di altri intellettuali e politici del suo stesso tempo, scopre il ruolo del diritto e l’importanza del momento istituzionale. Scrive in proposito ancora Giorgi: “La valutazione di Basso del diritto, della legislazione e delle istituzioni è positiva, e non appartiene alla vulgata più nota della sinistra: essi non sono semplici strumenti oppressivi della classe dominante, così come lo Stato non è un blocco monolitico. Al contrario essi sono espressione della società nel suo complesso, con i suoi antagonismi e conflitti, sono la risultante di uno scontro continuo tra le opposte forze sociali e politiche” (p. 177). Una capacità di comprensione della reale dimensione del potere (e delle sue ambiguità), nonché della lotta politica (e delle sue virtualità) allora probabilmente minoritaria, oggi decisamente negata tanto dagli apocalittici quanto dagli integrati, tanto dagli antagonisti quanto dai governisti, che dominano il campo. Divisi su tutto – soprattutto a sinistra – qualcosa unisce i nuovi populismi, quelli di governo come quelli di opposizione: la visione semplificata del potere. Per gli uni sempre predisposto al “bene” e al servizio del popolo; per gli altri – in un gioco di specchi – eternamente “cattivo”, da condannare “per principio”, per recintarsi entro un impotente ma salvifico comunitarismo identitario.

Di tutt’altro genere la riflessione di Basso. Egli accetta la sfida istituzionale e partecipa come protagonista alla lotta per la costruzione della democrazia. Nella straordinaria esperienza dell’Assemblea costituente la sua voce fu tra le più autorevoli e permise di inscrivere nella nostra tavola delle leggi alcune delle disposizioni più rivoluzionarie. È noto: in particolare a Basso si deve la scrittura dell’articolo 3, sul principio d’eguaglianza, e dell’articolo 49, sul ruolo costituzionale dei partiti. Giorgi ripercorre con attenzione i diversi passaggi e richiama il contesto entro cui si svolse un dibattito né facile né scontato tra forze politiche diverse, ma tutte consapevoli della necessità di dare una nuova forma allo Stato democratico e pluralista. Qui ci si soffermerà brevemente solo sull’essenziale.

L’affermazione di un’eguaglianza sostanziale – oltre a quella formale – fu voluta da Basso non solo per ragioni di equità sociale, neppure tanto per astratto solidarismo, ma per innestare, di fatto, “la contraddizione sociale sul tronco istituzionale, spingendo ‘le istituzioni a misurarsi con il conflitto tra esclusione e partecipazione’” (p. 177, richiamando Stefano Rodotà). In tal modo si riuscì a conseguire un risultato politico e giuridico fondamentale: “si obbligano le istituzioni a far propria la logica dinamica del cambiamento” (p. 177-178). È questa l’essenza della cultura istituzionale (e del conflitto) di Lelio Basso, oggi sostituita da una visione istituzionale neutra cui si contrappone un antagonismo sterile. A chi volesse uscire dalla palude nella quale attualmente siamo sprofondati, per recuperare una capacità di cambiamento sociale e politico, anche il più radicale, Basso indica una via. Non quella di separare il Palazzo dalla piazza, ma – all’inverso – di aprire la dimensione istituzionale immergendola completamente nella prassi sociale. In tempi di crisi profonda della rappresentanza politica una lezione su cui meditare.

Il lettore disattento potrebbe a questo punto pensare ad un Basso spontaneista, che si abbandona fiducioso alla dinamica sociale. Se si presta attenzione a quanto inizialmente richiamato (l’importanza della formazione delle coscienze e la lotta culturale) ci si avvede dell’abbaglio. Basso non pensa per nulla che le istituzioni debbano semplicemente seguire il flusso spontaneo degli eventi, magari dominate dalle pulsioni del momento; non è questa la sua idea del conflitto o del cambiamento. Le istituzioni non seguono il vento del tempo, ma sono solidamente ancorate ai principi specifici: quelli di dignità, di eguaglianza, di libertà. È nell’intreccio tra principi costituzionali che si qualifica la democrazia costituzionale. Anzi alle istituzioni (al potere democraticamente costituito) spetta proprio la realizzazione di questi principi non neutrali.

Ma è – ancora una volta - nell’intreccio tra ruolo delle istituzioni e lotta per i diritti che si rinviene lo specifico contributo bassiano. Quando affronterà il tema del ruolo dei partiti in costituzione (nella definizione dell’articolo 49) appare in tutta evidenza il ruolo strumentale delle organizzazioni politiche. I partiti non sono, per Basso, mezzi di governo o di potere, bensì strumenti che rendono possibile la concreta partecipazione di tutti i cittadini alla determinazione della politica nazionale. Come ancora scrive Giorgi (a p. 202), è ben evidente in Basso l’intreccio tra articolo 49 e articoli 1 (sovranità popolare) e 3 (eguaglianza dei cittadini).

Da qui la sua attenzione al ruolo, non solo dei partiti di maggioranza, ma anche a quelli di minoranza, che non possono essere discriminati, poiché si lederebbe in tal modo il principio della partecipazione di tutti i cittadini alla politica. Anche l’attenzione prestata – soprattutto dopo la fase costituente – al controllo dei cittadini sugli orientamenti dei partiti, esprime non solo la sensibilità “consigliarista” di matrice luxemburghiana di Basso, ma anche la sua idea di partito come strumento di concreta partecipazione dei cittadini. Agli antipodi, dunque, delle tendenze autoreferenziali e schiacciate su derive governamentali dei partiti d’oggi. Inconcepibile per Basso un partito personale. Chissà se c’è ancora qualcuno disposto ad ascoltare la voce alta e nobile di un protagonista del Novecento in tempi, come i nostri, di democrazia maggioritaria, dove le logiche di governo sembrano aver marginalizzato tanto le minoranze politiche quanto la partecipazione dei cittadini.

Il libro verrà presentato martedì 30 giugno alla Fondazione Basso - ore 17.00.
Intervengono con l'autrice: Giacomo Marramao, Mariuccia Salvati, Stefano Rodotà - Coordina Elena Paciotti. Fondazione Basso - via della Dogana Vecchia 5, Roma.

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