Enrico Terrinoni

Alla vigilia del più importante anniversario nella storia irlandese moderna, il centenario della Rivolta di Pasqua del 1916, si fa sempre più acceso, in Irlanda, il dibattito sul senso profondo della parola “repubblica”. Da un paio d’anni imperversano, sui giornali, contributi da ogni parte dello scacchiere politico e culturale sull’argomento; e seppure con meno enfasi rispetto a qualche anno fa, gli storici schieramenti si ricompongono. Sono sostanzialmente due. Nei decenni passati avremmo parlato di revisionisti e repubblicani, ma ora, nel post-sbornia seguito al tramonto della cosiddetta Tigre Celtica, le posizioni sono, se vogliamo, meno nette di prima. Tuttavia, le idee fondanti non sono troppo mutate.

Potremmo definire i due “sentire” opposti ricorrendo al grado maggiore o minore di scetticismo nei confronti di una prospettiva di tipo All-Ireland, prospettiva per cui, parlando di stato nazionale, bisogna includere anche le 6 contee del Nord ancora sotto l’egida del Regno Unito. Le divisioni riguardano, però, anche l’eredità di storiche fratture, come quella tra chi si schierò, nel 1921, col compromesso al ribasso della partition dell’isola, e quanti, i republicans per l’appunto, mai lo accettarono. Ne seguì una Guerra civile di cui si parla ancora malvolentieri in Irlanda. La ritraggono bene certi film recenti dello scozzese Ken Loach.

I due gruppi contrastanti sono composti da intellettuali, poeti, scrittori, artisti, critici, economisti e anche politici, ovviamente. Da una parte gli scrittori Colm Toibin, e Sebastian Barry, il critico Edna Longley e l’editorialista Fintan O’Toole e molti altri, dall’altra il drammaturgo Brian Friel, il pittore Robert Ballagh, l’attore Stephen Rea, il critico Declan Kiberd e suo fratello, l’economista Damien Kiberd, e, anche qui, tanti altri.

Una qualunque semplificazione di tipo destra-sinistra sarebbe errata e fuorviante, anche se è indubbio come quest’ultimo gruppo sia maggiormente collocato nel campo della radical left. Ma è una left del tutto peculiare: una left repubblicana. Il repubblicanesimo irlandese è un’ideologia inclusiva: un movimento i cui primi leader erano tutti protestanti, come Wolfe Tone e Robert Emmet. Miravano a una repubblica non settaria, non confessionale, di people of no property. Ideali che muovevano anche i capi della “Rivolta di Pasqua”, con l’innesto della forza propulsiva del movimento sindacale e la sua ideologia internazionalista.

In parte, questi ideali sospingevano anche tanti animi senza cui il cosiddetto Irish Revival non sarebbe esistito. A lungo considerato un fenomeno di matrice protestante e quasi aristocratica, con i suoi Yeats, Lady Gregory, e George Russell tra i fondatori, da alcuni decenni a questa parte diversi critici ne stanno ampliando il perimetro, includendo figure come Joyce, ma anche gli stessi Connolly, Pearse e i loro sodali, un gruppo di intellettuali, scrittori e poeti con cui i due leader seppero organizzare proprio la Rivolta di Pasqua.

Il 22 giugno scorso, nella sala di quell’Abbey Theatre fondato da Yeats, è stato lanciato un testo che sostiene con forza questa tesi inclusiva, e lo fa con l’autorevolezza di uno studio che si rivelerà tra i più utili per le nuove generazioni di esperti e appassionati di questioni irlandesi. È un volume ricco, curato da P.J. Mathews e Declan Kiberd, con postfazione del presidente d’Irlanda, il poeta Michael D. Higigns. Il titolo è The Handbook of the Irish Revival (Abbey Theatre Press, pp. 288, euro 18,99). Le sue sedici sezioni a tema, ognuna con la propria introduzione e con singole premesse a ogni contributo, spaziano tra mille argomenti: dai movimenti e manifesti al revival linguistico, dalla letteratura irlandese in inglese al teatro, dalla religione alle questioni sociali, dalla condizione della donna al legame tra militarismo e modernismo.

I centottantacinque testi presentati affiancano firme d’eccezione (Yeats, Joyce, O’Casey, Synge, Shaw, Connolly etc..) a personaggi meno noti come Michael Cusack, Maud Gonne, John Eglinton, Douglas Hyde, Michael Davitt, e tantissimi altri, anche virtualmente sconosciuti. Siamo di fronte a un nuovo pantheon, alla riscrittura di una tradizione senza indulgenze nostalgiche, ma con lo sguardo puntato al futuro. I curatori hanno in mente un programma in cui cultura e azione politica vadano a braccetto, in cui prassi e teoria siano indissolubili: “tanti di coloro che hanno contribuito al dibattito sulla nazione cento anni fa, erano animati da un marcato idealismo, ma anche dalla convinzione che le idee potessero divenire la base per l’azione”.

Concetti ripresi dal Presidente Higgins, che nella sua postfazione dichiara: “verso la fine dell’Ottocento, da prospettive diverse emerse un miscuglio di modernismi contrappposti, intenzionati a rompere il silenzio indotto da eventi devastanti come la carestia e l’emigrazione”. Come a suggerire che forgiare una nuova repubblica si può, ma solo a patto di fare i conti con il passato; non per riesumarlo, ma per apprenderne la lezione, e risolverne le divisioni.

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