Intervista di Jacopo Galimberti a Becky

Puoi descrivere in breve il tuo lavoro?
L'anno scorso, dopo aver finito il mio dottorato, ho fatto ricerca in alcune università e organizzazioni artistiche. Va bene. Imparo delle cose. Non è ripetitivo e posso organizzare come e quando faccio le mie cose. Ma è un po’ deprimente perché si tratta di avanzare proposte e fare suggerimenti con i quali non sono d'accordo. Non si possono vendere critiche nichiliste e di ultra-sinistra oltretutto scritte male. Si potrebbero forse anche vendere, ma questo comporterebbe la creazione di un personaggio accademico, di un marchio, che sarebbe altrettanto falso di quello che faccio ora. Lavoro quando mi viene offerto: 5 giorni per questo progetto, 30 giorni per un altro, poi nulla per un paio di mesi. Sono pagata circa 100 sterline al giorno. Vivo a Londra, ma nonostante abbia 32 anni, non guadagno abbastanza per avere una casa in cui vivere.

Come ti sei avvicinata alla tradizione politica dell'operaismo e/o al Marxismo dell'autonomia degli anni Settanta?

Ho incominciato a conoscere l’operismo e l’autonomia italiana qualche anno fa, quando la mio migliore amica stava leggendo le prime cose di Tronti e Negri per un corso di “filosofia continentale”. O forse questo è accaduto dopo che siamo andate in Piemonte un'estate - al campo NOTAV - e abbiamo incontrato alcuni ragazzi di Askatasuna che ci piacevano. Forse avevo già letto Federici e Fortunati con un gruppo di lettura femminista. Avevo assolutamente letto frammenti di Impero e le critiche dell’autonomia del gruppo britannico Aufheben ((Raccolti qui: http://libcom.org/library/aufheben-autonomia)) che erano circolate negli ambienti degli squatters.

Cosa significa per te oggi "rifiuto del lavoro"?
Quando si parla di rifiuto, penso a Tronti, penso all’assenteismo e al sabotaggio dei lavoratori in fabbrica. Penso al furto e al mancato pagamento dei trasporti e delle bollette. Penso a una potenza non istituzionalizzata che non presenta delle richieste [positive demands]. Penso a ciò che è il motore del capitale ed è organizzato da esso, ma anche a ciò che si oppone a una società interamente sussunta negli imperativi del capitale. Penso a ciò che potrebbe distruggere lo stato, il lavoro e la classe operaia. Penso a come il capitale oggi è diventato sempre più aggrovigliato nei propri circuiti e come il lavoro ci frutta sempre meno soldi. Penso alle lotte per la casa, penso a come attraverso il costo degli affitti le persone siano cacciate fuori da Londra in zone dove la loro riproduzione è più conveniente per il capitale. Penso ai furgoni di poliziotti che si aggirano a Tottenham e Brixton e alla criminalizzazione degli squats. E immagino la feroce resistenza spontanea che anticipa e reagisce a tutto questo.

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Giovanni Rubino, Variazioni a una citazione di un volantino dell'assemblea autonoma di Porto Marghera (2015) - usato nel libro MORTEDISON del 1973 di Giovanni Rubino.
Testi di Corrado Costa e altri autori.

Come cerchi di mettere in pratica questo rifiuto? 
Al momento non c’è molta esuberanza nel mio rifiuto del lavoro. Passo molto tempo a preoccuparmi di non averne abbastanza. Il massimo che si possa dire è che io rifiuto nel senso che non ho mai avuto l’intenzione o l'entusiasmo di costruirmi una carriera. Ma poi mi preoccupo. Dovrei avere un posto all’università, ormai. Dovrei avere un mutuo e pagare dei contributi per la pensione. Dovrei avere dei figli. Mi preoccupo di essere esclusa, di starmi perdendo qualcosa. Mi preoccupo per non avere soldi. Ma finora non mi è mancato niente e preferisco questa casa occupata, dove mi trovo ora, a qualsiasi altro luogo. Quest’anno c’è stato un tentativo di ricominciare a occupare edifici residenziali. I movimenti contro l’austerità avevano occupato appartementi vuoti per far vedere che la “crisi degli alloggi” a Londra non ha niente a che vedere con la mancanza di alloggi.

Gli squatters hanno cercato di aggirare l’illegalità di creare degli “squat” chiamandoli “occupazioni” ((Due squatupation blog: https://fightfortheaylesbury.wordpress.com https://guinnessoccupation.wordpress.com)). “Non ci faranno più occupare [squat]”, ha riso qualcuno l’altro giorno, “ci fanno protestare attivamente!”. La cosa non è così stupida come sembra: da un lato cercano di sradicare il rifiuto del lavoro e di imporre un’insopportabile povertà, dall’altro consentono una patina di resistenza creativa che nasconda questa strategia. Ma non è sicuro che ci riescano. Un gran numero di lotte locali è emerso. Nuclei di resistenza non connesse contro gli sgomberi. Persino le mobilitazioni ancora ancorate a delle preoccupazioni trotzkiste (il numero di manifestazioni, etc.) sono legittimate da un crescente numero di reti e di gruppi di supporto per delle lotte concrete legate all’appropriazione e all’autoriduzione. Le lotte di persone che non vogliono prendere il potere ma sono pronte a battersi per delle vite che non siano completamente orrende. Tutto il potere al rifiuto!

giugno 2015

Traduzione di Jacopo Galimberti

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