Anna Maria Lorusso

L’idea di questo volume nasce evidentemente da un’occasione anniversaria: Apocalittici e integrati ha compiuto nel 2014 cinquant’anni. Da più parti studiosi di media, comunicazione e semiotica ne hanno ricordato la pubblicazione, ragionando sulla sua attualità, su cosa significasse quel binomio – apocalittici e integrati –, su cosa quell’opera anticipasse dell’Eco semioticamente più maturo.

Gli interventi che sono qui raccolti rappresentano la silloge di queste riflessioni, riunendo gli esiti di due tavole rotonde dedicate in ambito accademico al volume (una presso l’Università di Bologna nel marzo 2014, una presso l’Università di Teramo nell’ottobre successivo, in occasione del XLII Convegno dell’Associazione Italiana di Studi Semiotici) e di una sezione, a cura di Gianfranco Marrone, del sito culturale “doppiozero”.

Come emergerà dalla lettura, non è nostra intenzione testimoniare una celebrazione quanto piuttosto evidenziare come questo cinquantenario possa essere occasione di un confronto critico. Un confronto a più livelli:

- un confronto fra ieri e oggi, fra una proposta teorica del 1964 e gli sviluppi e l’eredità di quelle proposte oggi, con uno sguardo al futuro che pensa soprattutto ai prossimi scenari mediatici offerti dal web;

- un confronto fra diversi paradigmi disciplinari; Umberto Eco, quando scriveva Apocalittici e integrati, non era ancora il semiologo che è diventato poi e la semiotica, come disciplina, a livello istituzionale non esisteva ancora. In Apocalittici chiaramente si confronta con altri saperi, quello sociologico anzitutto, ma anche quello estetico-filosofico ed estetico-critico, oltre ai nascenti studi sui media e la loro ricezione, ma inizia a farlo da una posizione tutta personale: un’impostazione linguistico-strutturale che lo avvicina a Roland Barthes (su questo si veda il contributo di Isabella Pezzini), ma che non è ancora propriamente semiotica;

- un confronto fra usi diversi di questo libro e del suo titolo: usi strumentali (come ad esempio sottolinea Alberto Abruzzese) che hanno utilizzato il polemico binomio del titolo per legittimare un senso comune medio, poco incline alla critica, e usi avvertiti che hanno visto in quel binomio i termini di una dialettica sempre smascherante;

- un confronto, da ultimo, fra la voce degli studiosi (che spesso su questo libro si sono formati) e la voce dell’autore, che come vedremo ha assistito al successo di questo suo volume quasi con stupore. Che questo libro rappresenti una pietra miliare nello studio dei media e nella riflessione sulla società dei consumi è consapevolezza diffusa. Tradotto dagli Stati Uniti alla Corea, dalla Spagna alla Grecia, forse è stato trascurato solo in Francia, probabilmente (ipotizziamo noi) per “saturazione” barthesiana. In tutto il Sud America è stato un vero punto di riferimento, anche al di là del mondo accademico: “come Sartre negli anni cinquanta, vero e proprio punto di riferimento per il ruolo dell’intellettuale compromesso del dopoguerra europeo, oppure come Sarmiento con la sua famosa antinomia tra civilizzazione e barbarie […], così Apocalittici e integrati fa parte di quelle opere che hanno contribuito a creare un’epoca culturale, a definire delle vocazioni, a stimolare dibattiti” (Escudero 1992, p. 343).

Le ragioni di un successo sono sempre rischiose da tracciare, anche col senno di poi. Sicuramente, però, possiamo evidenziare alcuni aspetti di sicura originalità (che si affiancano, e talora si incrociano, con quelli che nelle pagine seguenti individua il contributo di Guido Ferraro).

Anzitutto – è quasi banale rilevarlo – il libro legittima i media come oggetto di studio “serio”: Eco ne discute e li analizza chiamando a sostegno Aristotele, Cassirer o le Apocalissi medievali…, tracciando dunque uno spazio di sapere in cui la distinzione (che il libro stesso affronta) fra cultura alta e cultura popolare perde qualsiasi rilievo.

Accanto a questo, l’altro punto di grande originalità ci sembra il fatto di avere impostato la riflessione sui media non in termini di ricezione e di effetti empirici, ma nei termini di un circuito sociale dei media – circuito che non può trascurare il polo della ricezione, non come luogo degli effetti causati dai media, bensì come spazio di gioco e rilancio dei prodotti mediatici stessi. Eco insiste sul fatto che la ricezione agisce sulla stessa produzione, sollecitando e alimentando modelli, schemi formali e nuove aspettative.

Eco pone così il problema del consumo delle forme nella società di massa. La società mediatica non è uno spazio neutro di passaggio e circolazione di messaggi, ma un luogo densissimo di modificazioni, trasposizioni e traduzioni di codici e forme. Anche questa consapevolezza, per l’epoca, non era certo ovvia, così come ci pare fortemente inaugurale l’insistenza con cui Eco nel volume parla del fatto che i media vadano studiati nelle loro correlazioni, per i loro reciproci rapporti. In un mondo in cui sempre più si parla in termini di intermedialità e di migrazioni, questa sollecitazione di Eco appare quanto mai moderna e anticipatrice, e un invito importante a riflettere sulle trasposizioni fra generi, ambienti mediatici, epoche diverse (si veda, su questo, il contributo qui di Federico Montanari).

Emerge poi con chiarezza – ed è questo l’aspetto più marcatamente semiotico, che personalmente tratterò a parte nel mio contributo in questo volume – la volontà di individuare i meccanismi formali di organizzazione dei testi e delle forme culturali. Non un’analisi, dunque, in termini di contenuti o effetti, ma un’analisi delle forme che presiedono alla circolazione sociale dei testi.

La sensibilità di Eco va ben al di là della categoria di testo (chiuso) o di segno (verbale o comunque “nucleare”). Più spesso Eco riflette su unità di taglia ampia: modelli di cultura, stili di comportamenti, forme comuni a più manifestazioni testuali, anche in questo anticipando una tendenza oggi di ritorno.

Infine il titolo, che in questo volume sarà continuamente discusso, smontato, giustificato, criticato, raccontato: “apocalittici e integrati”, un’espressione che ha assunto una circolazione diffusa, ben al di là degli spazi accademici di studio e che, come allora identificava due atteggiamenti parossistici ma esistenti, coglie ancora oggi una divaricazione non astratta fra chi vede – ad esempio nei nuovi media – la rovina delle capacità relazionali degli utenti, la fine della buona scrittura italiana, la caduta definitiva di distese capacità di attenzione, e chi invece vi trova la vera risorsa del futuro: in termini di accesso alla circolazione del sapere, in termini di semplificazione, in termini di interazione. Come Eco, neanche noi vogliamo fare la “sociologia del giovedì prossimo”; ci limitiamo a constatare che dal 1964 a oggi poco è cambiato, quanto a modelli passionali.

I contributi che questo volume presenta, come dicevo, si concentrano su aspetti diversi del libro e da punti di vista disciplinari diversi. Talvolta torneranno osservazioni analoghe (sulla “paternità” editoriale del titolo, sul successo in Sud America, sul Kitsch…), ma non ce ne preoccuperemo, perché derivano ovviamente da contesti di enunciazione differenti. I diversi contributi, nati dalle occasioni che ho già menzionato, non sono stati corretti o modificati, ma vengono riproposti tali e quali; sono stati da me solo organizzati in una sequenza che spero aiuti a coglierne coerenza e dialettica interna.

- Anzitutto, in apertura, insieme a questa introduzione, collochiamo due brevi riflessioni (rispettivamente di Marco Belpoliti e di Gianfranco Marrone) che aprono all’interesse di Apocalittici e integrati, ripercorrendone la genesi, ricostruendone le reazioni che suscitò, evidenziandone l’originalità rispetto agli atteggiamenti dominanti all’epoca nei confronti dei media. Si tratta di tre interventi pensati per avvicinarsi al libro di Eco, inquadrandone subito le ragioni di interesse.

- Segue un insieme di contributi che discutono invece il famoso titolo. Binomio felice, che ha saputo imporsi al di fuori dello spazio accademico, il titolo ha suscitato reazioni diverse: talvolta è stato capace di farci superare i vizi ideologici delle estetiche dell’epoca; talvolta ha disturbato, nella sua manichea opposizione; talvolta è stato letto come anticipazione ante litteram di un universo mediatico che non consente opposizioni ma solo ibridazioni; talvolta ha sollecitato una sorta di gioco del posizionamento (Barthes era apocalittico o integrato? E così via). Come vedremo, gli sguardi inclusi in queste riflessioni non sempre sono passivi e più spesso sono attivamente critici. Emerge con chiarezza come lo spirito di questi interventi non sia encomiastico ma sinceramente propositivo: ha senso, ancora oggi, parlare in termini di apocalissi e integrazione?

- A seguire, una più ampia sezione che vede la disamina dei vari elementi tematici del volume, soffermandosi ora sulle logiche e i linguaggi dell’industria culturale (attraverso la musica, i fumetti, i supereroi, il cinema…), ora sul metodo con cui tali logiche e linguaggi vengono indagati.

Se Ferraro e Lorusso, in chiusura di sezione (ma anche Marrone, qualche pagina prima), riflettono soprattutto sull’anticipazione semiotica che questo libro rappresenta, gli altri interventi riflettono soprattutto su come Eco abbia saputo focalizzare, nel 1964, aspetti della cultura di massa che poi sono in qualche modo rimasti centrali. Sono cambiati i testi, le forme, le logiche, ma mostri, supereroi, panorami sonori e oggetti mediatici del desiderio continuano a essere parte integrante e cospicua della nostra esperienza di vita.

- Tre degli interventi del volume (Mangiapane, Finocchi e Pozzato) ci sono sembrati più degli altri rivolti al futuro. Non che gli altri contributi non si pongano il problema dell’attualità delle tesi di Eco, anzi: possiamo dire che questo sia un filo rosso che accomuna tutti gli autori.

Tuttavia, nella quarta sezione, il focus è maggiormente spostato sulle tecnologie dell’attualità (in Mangiapane e Finocchi) e sul futuro di consumi mediatici che ci aspetta (in Pozzato). Apocalittici qui è solo un trampolino di lancio per sporgersi sulle incertezze (un po’ apocalittiche, seppure integrate) del futuro.

- Infine, dopo tutte le nostre parole, la parola all’autore, il quale prima offre un commento conclusivo che ripercorre la nascita del libro e spiega lo stupore con cui ne ha accolto il successo, poi, nel corso di un’intervista con Daniela Panosetti, si confronta soprattutto con gli scenari attuali (e presumibilmente futuri) del web e della simultaneità mediatica in cui viviamo e, presumibilmente, vivremo.

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