Umberto Eco

Mi limiterò ad alcuni aneddoti. Del resto una volta, quando stava per compiere ottant’anni, Tomás Maldonado disse: “A una certa età non si hanno più idee, ma solo aneddoti”. Io non sono d’accordo col pessimismo di questa considerazione: le idee le possono avere tutti, e possono essere sbagliate. Uno dei vantaggi dell’età è proprio di essere ricchi di aneddoti, e gli aneddoti sempre istruiscono, perché sono parabole, e in ogni caso sono opere aperte.

Allora: io ho sempre odiato Apocalittici e integrati perché è stato composto per ragioni del tutto accidentali. Improvvisamente fu indetto un concorso per una cattedra di Comunicazioni di massa. Era la prima volta nella storia dell’università italiana. Per farlo passare bisognava dargli un titolo molto accademico e chi lo aveva ideato, il compianto Giuseppe Cocchiara, lo aveva fatto per Enrico Fulchignoni, allora funzionario dell’Unesco, che aveva scritto solo una “psicologia del canarino”, e aveva quindi intitolato il concorso “Psicologia e pedagogia delle comunicazioni di massa”. Era un concorso destinato a chiudersi senza nessun risultato.

Se uno infatti fa della psicologia, non fa della pedagogia, e la commissione ha dato giudizi lusinghieri su ciascuno dei concorrenti ma ha detto: “Non si può assegnare la cattedra”. In ogni caso, vedendo che c’era questa possibilità, io ho raccolto tutti i saggi sulla comunicazione di massa che avevo scritto e li ho sbattuti in questo libro. Rispetto all’insieme dei miei lavori, dunque, è un collage, un po’ come le donne di Boldini, che ho chiamato “sirene stilematiche”, nella prima parte eroticamente seduttive, nella seconda parte impressioniste à la Manet o Monet.

L’intento della raccolta era di provare che si potevano applicare metodi rigorosi e accademici a un soggetto ritenuto indegno di considerazione, tanto che quando il libro esce Pietro Citati scrive che se si continua di questo passo l’università finirà col dare tesi su Topolino. E infatti all’università si danno tesi su Topolino, anzi se ne davano già. Nella prefazione alla seconda edizione del volume ho poi precisato che la dignità di una ricerca non è data dalla dignità dell’oggetto, ma del metodo.

Una ricerca biologica può essere dignitosa sia fatta sui topi che sugli esseri umani: l’importante è che sia fatta bene. Come Opera aperta doveva intitolarsi Forma e indeterminazione nelle poetiche contemporanee (anche questa felice sostituzione la devo a Valentino Bompiani), Apocalittici e integrati doveva avere un altro titolo. Non ricordo che lo avessi intitolato proprio Psicologia e pedagogia delle comunicazioni di massa (come recitava il concorso), ma gli avevo dato comunque un titolo molto accademico. Quando lo proposi a Valentino Bompiani, egli mi disse: “Lei è matto!”. Io gli risposi: “Come devo intitolarlo allora?”. Lui sfogliò e vide l’ultimo saggetto di tre pagine intitolato “Apocalittici e integrati” e disse: “Ecco il titolo”. “Non posso giustificarlo”, dissi io. E lui: “Scriva una prefazione che lo giustifichi”, da cui la lunghissima prefazione, che ha spostato tutta l’attenzione sulla “querelle des anciens et des modernes”, e non sui temi che mi interessavano.

È vero quindi che l’idea del titolo me l’ha data Bompiani, ma poi la teoria degli apocalittici e integrati ho sudato io per poterla costruire. Ho odiato questo libro anche perché ha avuto un immenso successo ed è stato studiato in tutte le università dell’America Latina. Era un’epoca, quella, in cui da quelle parti si parlava di “grande comunicador”, dove non si capiva se il “grande comunicador” era uno che comunicava bene o uno che studiava la comunicazione, cosa che ancora non è stata chiarita fino a oggi quando anche da noi sono definiti grandi comunicatori Matteo Renzi e papa Francesco, mentre nessuno ha mai definito grande comunicatore Cicerone, sebbene il concetto sia sempre quello: il grande comunicador è semplicemente un grande oratore, e quindi le tecniche per la buona comunicazione sono vecchie come il cucco. Comunque in Sud America si è continuato a studiare Apocalittici e integrati, mentre nel resto del mondo no.

Non solo ho odiato questo libro, ma non l’ho mai sentito come un libro di semiotica. E infatti, ora che sto mettendo insieme tutti i miei testi semiotici, li faccio iniziare dalla seconda edizione di Opera aperta, che avevo scritto dopo l’incontro con Barthes, i formalisti russi ecc., e che quindi è piena di richiami a problemi linguistici. Jauss, della prima edizione, aveva detto: “È il primo esempio di teoria della ricezione”, e se lo diceva lui…

In questa raccolta ci sarà una sezione iniziale di “Scritti presemiotici”, e allora lì inserirò alcuni dei saggi di Apocalittici e integrati. Lo vedo come un libro presemiotico almeno per le parti di Superman, i Peanuts, l’uso pratico del personaggio, il Kitsch – mentre giustamente non sono semioticamente interessanti quelle lunghissime parti sulla televisione, perché sono le parti più sorpassate, dove parlavo della tv di allora, a un solo canale, in cui il venerdì sera si dava Pirandello, i grandi romanzi sceneggiati, tipo Promessi sposi o Balzac. Di qui la dialettica indulgenza che esprimevo verso questi mezzi, che potevano lasciare adito a una produzione legata a sfere colte. Poi la storia della tv non è andata in quella direzione, ed è invece arrivata la neotelevisione.

In Apocalittici studiavo Superman e trovavo in personaggi come lui (tipo Batman o l’Uomo Ragno, che sono venuti dopo) il ricordo del superuomo dei romanzi d’appendice ottocenteschi studiati da Gramsci (e infatti poi ho intitolato Il superuomo di massa una successiva raccolta di scritti sugli stessi temi). L’idea di un superuomo come Montecristo offriva l’immagine di una possibile vendetta per riscattare la mediocrità dello stesso lettore. I problemi di Superman si legano certamente a quelli del saggio sulla fenomenologia di Mike Bongiorno e allo studio successivo dei Misteri di Parigi o di altre forme del romanzo di appendice, che sono in definitiva la produzione di un sogno. Un altro motivo di interesse di Superman è che c’è sempre in tutti i Superman la coppia morte e resurrezione. Il modello cristologico in forma estremamente umiliata esiste in tutta questa produzione di supereroi.

I Penauts sono stati riscoperti in ritardo. Il mio saggio lo ha pubblicato trent’anni dopo la “New York Review of Books”. Poco prima che morisse ho incontrato Charles Schulz. Lui aveva letto il mio saggio, e per tutta risposta, quando ci siamo visti, la prima cosa che mi ha chiesto è stata: “Cosa ne pensa di Gesù Cristo?”. Mi avevano detto che apparteneva a una denomination, ma io non ho saputo dirgli esattamente cosa pensavo e ho cercato di svicolare. Ho avuto conferma, però, che Schulz era un autore di testi filosofici e, a differenza di altri autori di fumetti, era convinto di sfiorare profonde verità religiose.

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