Ginevra Bria

A Basilea il Reno fluisce dal quadrante Nord a quello Sud-est della città, unendo, su una retta curva, due punti, due luoghi, due musei, due mostre che si affacciano direttamente sulle acque del fiume verde. Due sentieri percorribili, riversabili, idealmente, l’uno nell’altro, accomunati da un forte senso di orientamento esistenziale dei lavori esposti e, in antitesi, dall’esperienza dialogica di strutture architettoniche, percepibili come immersioni, o emersioni, di vuoti. All’interno dei due ponti più esterni che riuniscono le diverse metà di Basilea, infatti, il Museum für Gegenwartskunst e il Museum Tinguely mostrano due proposte espositive personali, che accompagneranno le istituzioni nei giorni di inaugurazioni dei visitatori internazionali della quarantacinquesima Art Basel.

Al museo di St. Alban-Rheinweg, il piano superiore è dedicato allo scultore scozzese Martin Boyce. L’artista, fino al 28 agosto, inserisce nelle sale enormi, concrete, i suoi ultimi gruppi scultorei, un percorso che egli stesso formula, rimarcando precisi passaggi, evinti in quattordici anni di carriera, crescita costellata da pietre miliari di cemento, da candelieri geometrici ed oscuri, così come da tappeti composti da foglie cadute. Masse leggere che ad uno sguardo più attento si rivelano oggetti perfettamente disegnati, ripiegati e tagliati dalla precisa volontà dell’artista. Alcuni lavori riecheggiano l’intensa ricerca cubista-geometrica di Boyce nelle orme dell’arte e del design modernista, come testimonia il taglio della Serie 7 applicato alle sedute di Arne Jacobsen, sedie ripiegate, tra leggerezza e brutalità, a formare una serie di bilancieri dalla lontana consonanza, conformazione calderiana.

Ma oltre la rivisitazione del sistema di scaffalature modulari progettate da Charles e Ray Eames, qui ri-assemblate da Boyce come sculture dall’andatura cromatica e compositiva paranoide; oltre la riconfigurazione dell’installazione multi-parte dal titolo Do Words Have Voices, esposta al museo basilese, per la prima volta dopo la vittoria del Turner Prize nel 2011, quel che dell’artista scozzese colpisce è il mondo figurativo inondato, polverizzato da atmosfere da film noir, riflesse attraverso una serie di oggetti disposti come se fossero incastonati al muro da griglie grafiche precisissime.

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Martin Boyce - Museum für Gegenwartskunst

Allestite secondo soglie dal formato reticolare, le riproduzioni mostrano il discrimine tra l’immaginario visibile e l’immaginario non-visibile di Boyce, fantasmagoria che si stende pronunciando superfici dal tessuto grafico evidente, mentre allo stesso tempo allude alle tubature nascoste dietro i nostri muri, all’interno dei quali i suoni, gli scarti, i fumi e le atmosfere, tra interno ed esterno, si mescolano. Il lavoro di Boyce, interconnette, infatti, superfici e traumi degli ideali di uno spazio costruito per risolvere i vuoti tra l’ambiente e gli ideali, come ripartizioni centellinate dalle esperienze collettive. Osservazioni riscontrabili anche in A Partial Eclipse, una serie di venticinque fotografie di paesaggi e interni che elevano, nello spettatore, l’impressione di una ricostruibilità del mondo, ripartito tra un viaggio di impronte talvolta predestinate e talvolta non attese, guardate a partire dall’angolatura visuale del ricordo di una nostalgica, intenzionale forma d’uso.

A qualche centinaio di metri di distanza, in linea d’aria, con l’ingresso principale sulla trafficata Paul Sacher-Anlage, il 10 giungo inaugura, al Museum Tinguely, la personale di un altro artista del Regno Unito, l’inglese Haroon Mirza, esattamente dieci anni più giovane (1977) rispetto a Boyce. Mirza, nel percorso espositivo dal titolo hrm 199 Ltd. alterna vuoti e pieni percettivi trasformando gli spazi a tutta altezza del museo in sistemi sonori e luminosi ambientali, connotati da estensioni di innumerevoli porzioni del quotidiano. Ambiti dedicati a trasformarsi in esperimenti permanenti. L’analisi critica di Mirza nei confronti della categorizzazione della produzione artistica individuale è principalmente investigata non solo dalla sostanzialità di luce e suono, ma anche dalle installazioni transmediali che, come i contorni segmentali apodittici delineati dalle sculture di Boyce, si presentano intrise di perfezione lineare con l’intento di mostrare nuovi tessuti, nuove griglie derivanti dagli intrecci dell’inenarrabile complessità narrativa dell’individualità.

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Haroon Mirza, An_Infinato (2009)

Tra LED, footage ritrovati e pannelli solari, lo scopo della personale di Mirza resta l’esplorazione di alcuni aspetti, di alcuni riflessi della pratica artistica di Tinguely, attraverso, però, la decostruzione del ruolo dell’artista che propone un decentramento, nei confronti del proprio percorso, presentando la propria autorialità come espressione simultanea di un’ampia variazione di cooperazioni artistiche. Nell’installazione An_Infinato del 2009, ad esempio, l’artista inglese assembla il film di Guy Sherwin, dal titolo Cycles #1 (1972/1977) con il video di Jeremy Deller, dal titolo Memory Bucket (2003). Quasi ricostruita da un senso di contrasto, l’installazione Sound Spill (Second Edition) (2009/2015), curata da Mirza e Richard Sides, memorizza su sé stessa, invece, l’integrità di tre film e lavori di video-arte utilizzati dall’intervento, mentre allo stesso tempo ne altera il senso, riformulato dalle molteplici connessioni contenutistiche e temporali.

Raro, inoltre, per l’artista inglese, al Tinguely è anche il dialogo instaurato tra un campo foto-sonoro di Mirza e i disegni dell’artista concettuale Channa Horwitz, moltiplicando, come in una sorta di appello, le voci stratificate di materiali che soggiacciono all’appartenenza fra mondi accostati e, allo stesso modo, divisi dai rispettivi apparati formali. Un tema ricorrente nel percorso di Mirza resta infatti il dis-utilizzo dello spazio come forma di alienazione creativa, una strategia che rompe gli schemi di funzioni e prospettive dell’arte con l’intento di estendere, autoprogrammandole, funzioni visuali collettive. Recuperando qualsiasi fatuità del singolo.

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