Michele Dantini

Apparse nel 1950 nel primo numero della rivista Paragone, le Proposte per una critica d’arte (e da poco riproposte dall’importante progetto no-profit Portatori d’acqua) sono un testo molteplice, a tratti sibillino, in cui si raccolgono punti vista, irritazioni, prospettive cumulate da Longhi nel corso di un’intera carriera. Un testo a più ingressi e più piani, più citato che compreso nella sua instabilità carica di implicazioni a venire; e non facilmente riconducibile alla sola esposizione del mestiere di connoisseur. Arbasino e Testori raccoglieranno a loro modo, scapigliato e iperletterario, l’istanza antiaccademica di una «critica immediata»; e così pure, anche se in modi più tecnici e meno conclamati, Carla Lonzi, allieva di Longhi, o il Celant della «critica acritica».

In primo luogo: le Proposte sono un editoriale politico-culturale con un preciso bersaglio polemico, evocato in apertura: Lionello Venturi. In gioco, tra Longhi e Venturi, è ben più della semplice discussione sui rapporti tra storia della critica e storia delle idee: si scontrano biografie, sensibilità, convinzioni relative all’eredità culturale e ai compiti che attendono gli storici dell’arte nel decennio della ricostruzione. In secondo luogo: le Proposte ammettono più livelli di lettura. Considerano la critica d’arte sotto profili storici, retorici e di lessico. Contengono una teoria dell’interpretazione, e persino una sua poetica e politica. Infine: si concludono con una teoria del processo creativo - con un’estetica in nuce dunque, centrata sui principi classico-idealistici della «gratuità» e «libertà».

Bastano questi accenni sparsi a comprendere come il partito preso antiteorico, dichiarato in apertura di testo da Longhi e reso tanto più impellente dal rinvio polemico alla Storia della critica d’arte di Venturi, da poco apparsa in versione italiana, sia da definire e precisare. Longhi antiteorico? Certo non nelle Proposte: dove tutto, in primis il rifiuto di categorie purovisibilistiche e di gerghi o terminologie specialistiche, è provvisto di un’acuta motivazione epistemologica.

Sono i critici-scrittori a nutrire la critica d’arte che si presenta di fatto, agli occhi di Longhi, come un sottogenere del romanzo, se non della poesia. Niente la divide ex ante dalla grande prosa: sono solo verifiche ex post a garantire la veridicità del ricercatore, o meglio la «verosimiglianza» della narrazione. Niente la accomuna invece al discorso politico-ideologico, retto da criteri di prudenza e opportunità.

Al pari di altri storici suoi contemporanei, come Isaiah Berlin ad esempio, Longhi insiste sullo statuto probabilistico della ricostruzione storica. Esclude la trascendenza dell’opera d’arte, il suo «splendido isolamento», e liquida come «metafisici» gli scrupoli di una filologia positivistica, preoccupata di rispettare l’alterità storica dei documenti. Sotto profili di metodo il punto di vista è più gentiliano che crociano: la tradizione esiste unicamente nel riconoscimento avviato dall’interprete, dunque in una contemporaneità «attualistica» ritrovata di generazione in generazione. La storia dell’arte non è una scienza, piuttosto un’«illuminazione» coadiuvata da indagini documentarie; e non è tenuta a inseguire certezze di tipo scientistico, che la distolgono dai suoi obiettivi intrinseci. Ma quali sono questi obiettivi?

Critica e storia dell’arte convergono, per Longhi, nel reperimento di un «equivalente verbale» dell’opera. Per «equivalenti verbali» dobbiamo intendere metafore, più specificamente quel genere di metafore che rimandano alla sfera psicologico-affettiva. Esemplifichiamo sulla scorta delle Proposte. Nel descrivere come «ridenti» le pagine illustrate di un codice di diritto, Dante assolse per Longhi al compito critico nel modo più concreto.

Dedicata all’equiparazione tra critica e romanzo storico, la parte conclusiva del saggio riflette preoccupazioni e orientamenti connessi al momento storico, al tragico frangente della guerra e delle distruzioni patite dal patrimonio nazionale. Longhi non manca di citare Baudelaire e Fénéon tra i critici da lui prediletti, ed è evidente quanto la brillante «faziosità» modernista abbia orientato celebri stroncature nel periodo entre-deux-guerres (un esempio tra tutti? Il caustico «Buona notte Signor Fattori» intimato alla pittura italiana del secondo Ottocento dalle pagine della monografia su Carrà, datata 1937).

Ma le priorità longhiane sembrano mutare nel decennio della ricostruzione. Alessandro Manzoni è il vero e unico mentore delle Proposte (assai più di Proust, pure chiamato in soccorso), e non è casuale che Longhi citi l’«impegno» storicistico dello scrittore lombardo, assunto nel 1822: «io faccio quel che posso per penetrarmi dello spirito del tempo che debbo descrivere, per vivere in esso». Si tratta adesso di ricomporre e suturare. Non certo di infliggere ulteriori ferite a una tradizione già duramente provata da catastrofi politico-militari.

Roberto Longhi
Proposte per una critica d’arte
prefazione di Giorgio Agamben
Portatori d’acqua, 2014, 52 pp.
€ 9

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