Enrico Terrinoni

Verso la fine del 1940, Joyce provò a far ottenere alla figlia Lucia, internata in un sanatorio nella Francia occupata, un permesso dai tedeschi perché potesse raggiungerlo a Zurigo. L’ostacolo era il suo passaporto britannico. In simili estenuanti negoziazioni, Joyce si riservava un’ultima carta, un doloroso asso nella manica che mai poté giocare: fare domanda per un passaporto irlandese – dalle carte non si capisce bene per chi, per sé o per la figlia – nella speranza di incontrare la condiscendenza di una Germania ferocemente anti-britannica, ma di certo non anti-irlandese. Nonostante gli sforzi, non riuscì a farle ottenere alcun permesso, e finì per morire, nel gennaio del 1941, senza rivedere la sua Lucia.

Lo scrittore irlandese per eccellenza, colui che portò per primo l’Irlanda alle luci della ribalta nel mondo, preferiva un passaporto con l’emblema della regina anziché l’arpa celtica. Perché questa scelta? Joyce aveva in odio il gretto nazionalismo e l’insularità da cui era fuggito, ma sapeva anche che la sua missione era di parlare alla greater Ireland, all’Irlanda della diaspora, ai milioni di emigrati sparsi in tutto il mondo.

L’Irlanda ha da sempre una vocazione internazionalista, fin dalla diffusione del cristianesimo in Europa da parte di monaci irlandesi tra il VI e VII secolo. Oggi basta andare a West Belfast, e vedere bandiere palestinesi affiancate a quelle bolivariane e ai murales del PKK. Durante la rivolta di Pasqua del 1916, i leader della sommossa, tra cui il nazionalista repubblicano Pearse e il sindacalista socialista Connolly, reclamavano sì una repubblica indipendente e autodeterminata, ma con eguali diritti religiosi e civili per tutti i cittadini, senza distinzioni di genere, aspirando persino a un suffragio universale allora limitato a pochissimi paesi. Nessun settarismo, nessuna chiusura.

Ne L’insurrezione di Dublino, James Stephens, cui Joyce voleva affidare il completamento di Finnegans Wake, forse perché, da bravo superstizioso, lo sapeva nato come lui il 2 febbraio 1882, scrive di Connolly (dopo la sua esecuzione legato a una sedia, perché ferito in battaglia): “L'Irlanda potrà anche fare a meno di lui, ma i lavoratori di tutto il mondo piangeranno la sua morte”.

Qualcosa di simile, ma sul versante letterario, poteva dirsi fino a qualche decennio fa di Joyce. L’Irlanda poteva farne a meno, ma il mondo no. Oramai non è più così. L’Irlanda venera la sua memoria al punto da aver scelto il suo Bloomsday – il 16 giugno, giorno in cui si svolge l’Ulisse – come National Day al gastronomico Expo di Milano. In quest’occasione, il suo Presidente, il poeta socialista Michael D. Higgins, in un discorso pronunciato con toni di eccezionale urgenza, ha detto a chiare lettere che: “il nostro obiettivo condiviso è di abbattere la povertà e la fame nel giro di una generazione”. Ha poi incitato tutti ad “essere ambiziosi”, sulla scia proprio di Connolly, che più di cento anni prima ammoniva: “Siate moderati, ambite solo al mondo!”. Nel Ventaglio di Lady Windermere, Wilde aveva scritto che “dalla fogna in cui tutti sguazziamo, alcuni stanno guardando le stelle”. L’Irlanda di Joyce, di Connolly, di Stephens, e di Higgins sta guardando le stelle.

E vi guardano anche i cosiddetti Irish Studies. A inizio giugno si è svolto a Palermo il convegno internazionale delle associazioni europee di studi irlandesi (EFACIS). Curiosa coincidenza: due isole, l’Irlanda e la Sicilia, colonizzate dai normanni. Due isole con lingua e cultura proprie, ma che facendo i conti con l’italiano l’una e con l’inglese l’altra, esprimono nel Novecento tra gli scrittori più rappresentativi del loro paese. I modernismi di Joyce e del tardo Yeats – modernismi medievali quasi – vanno a braccetto con quelli di Pirandello, e più in là, di D’Arrigo. Il convegno è stato aperto da Declan Kiberd con una lezione intitolata “After Ireland”. Cosa può esserci dopo l’Irlanda?

Ovvero, dopo che quest’Irlanda inclusiva e tollerante (vedasi il recente referendum sulle nozze gay) avrà finalmente mutato pelle, rideclinando la sua stessa essenza a partire da un multiculturalismo necessario, e soprattutto, arricchente? Quindici anni fa Kiberd si chiedeva come sarebbe stato insegnare l’Ulisse a immigrati brasiliani e polacchi di seconda generazione. Oggi, con l’aumentata saggezza dell’età, più che chiedersi qualcosa, quasi oracola – l’ha fatto in una lezione all’Università di Trento in maggio – che “Joyce ha scritto l’Ulisse per farci sentire più a nostro agio nel mondo”.

Guardare in alto, quindi, guardare le stelle, talvolta ci permette di tornare sulla terra. E di tornare alla questione immigrazione, un’immigrazione che deve vederci rinascere, con nuovi occhi, con nuove coscienze. Tanto varrà allora riscoprire la saggezza di Leopold Bloom il quale, attaccato dal cittadino nazionalista perché ebreo e, onta di tutte le onte, non irlandese, risponde perentorio: “Io sono irlandese. Sono nato qui”. Una grande lezione sullo jus soli. Niente da eccepire.

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