Federico Francucci

Chi apre Dilettanti (quarta raccolta di racconti di Donald Barthelme, pubblicata nel 1976) si ritrova in una tipografia, nel bel mezzo di una giornata di lavoro convulso. Le rotative sfornano «un ammirevole volume dopo l’altro», ma anche magliette di Alice Cooper e confezioni di fiammiferi per ristoranti; i padroni, William e Rowena, passano il tempo a stretto contatto coi loro operai, ma anziché dirigere o amministrare continuano ad accoppiarsi sotto gli occhi di tutti; ogni tanto la tagliatrice trancia qualche dito ma il lavoro non si ferma: un io verbigerante minaccia di spaccare la faccia a chiunque tenti di interrompere il processo, perché l’arte che soppianterà quella del tipografo, «mi fa piacere dirlo, non è ancora stata inventata».

L’esile rete narrativa del testo viene dissestata dalle sue stesse tecniche costruttive: più che un’autorialità intenzionata si vede all’opera un tipografo che salta da uno stampato all’altro, attento all’inchiostratura più che al contenuto, o una mano armata di forbici che ritaglia e combina «a caso» porzioni di carta coperte di caratteri a stampa. Le discontinuità dell’esposizione e i brutali troncamenti nel mezzo delle frasi o delle parole fanno pensare non a un racconto, ma a un’istallazione ottenuta utilizzando la carta stampata come materiale da costruzione.

Il nostro lavoro e perché lo facciamo s’intitola questo racconto, ma la tentazione di chiosarlo con un doppio sottotitolo, Operai e capitale e Come si agisce, è davvero forte. Potrebbe anche trattarsi di un innocuo giochino, in cui suscitare nel lettore una coscienza metatestuale («questo è prima di tutto un testo stampato, conseguenza di un certo grado di sviluppo tecnologico, frutto di un lavoro organizzato in un certo modo…») non vuole rinegoziare i rapporti tra letteratura e «mondo», ma si limita a un sofisticato e ironico gingillarsi. Buona parte del valore dell’opera di Barthelme sta nel rifiuto di sciogliere i dubbi che produce: vano sarebbe chiederle chiarimenti, professioni di poetica o di fede. Qualche passo indietro, in ogni caso, può risultare di grande utilità.

Nel 1963 Barthelme pubblica su «Harper’s Bazaar» il racconto Florence Green ha 81 anni, che l’anno dopo inaugura la sua prima raccolta di stories, Ritorna, dottor Caligari (primo dei quattro suoi titoli proposti da minimum fax: nella traduzione di Claudio Gorlier nel 2003), così occupando una posizione importante (l’inizio dell’inizio, si potrebbe dire). L’apparenza sconclusionata del racconto, a rileggerlo, lascia spazio al sospetto che la vicenda della vecchia Florence, annebbiata, spesso dormiente, enormemente ricca e quindi tallonata da una quantità di persone, e dell’aspirante scrittore dalle scarse doti che conversa con lei (che è e non è il narratore), rimetta in scena il dialogo tra l’anima e lo scrittore nel poème en prose baudelairiano Anywhere out of the world. Nei suoi rari intervalli di lucidità, infatti, Florence pronuncia sempre la stessa frase: «I want to go to some other country», «somewhere where everything is different» («N’importe où! Pourvu que ce soit hors de ce monde!», gridava l’anima in Baudelaire).

Barthelme mostra di voler riprendere l’eredità della grande letteratura moderna, ma non può farlo che con strumenti e toni del tutto diversi. Non più la dolente richiesta, solus ad solam, del poeta all’anima, ma una cena chiassosa, piena di situazioni assurde, con un ridicolo scribacchino che racconta la sua vita e una vecchia offuscata che straparla e, alla fine, probabilmente muore. Eppure, è ancora dell’anima che si tratta: in un tempo in cui parlarne resta necessario ma non può non essere, anche, ridicolo e insensato.

Spesso ciò che sulla pagina barthelmiana sembra solo una trovata teppistica può essere letta, invece, come aspra allegoria che punta il dito su urgenze non rimandabili. Nel racconto Brain Damage (incluso nella raccolta La vita in città, 1970; traduzione di Vincenzo Latronico, minimum fax 2013) si sostiene che certi fiori blu vadano attaccati alla corrente elettrica. L’incongruità del quadretto si riduce di molto se si pensa a cosa sono i fiori blu nell’Heinrich von Ofterdingen di Novalis: simbolo del simbolo, ossia della forza che può tenere insieme percezione tecnica e percezione poetica del mondo. Collegare questi fiori alla presa della corrente significa trapiantarli in un’epoca diversa da quella in cui sono spuntati: un’epoca in cui, per dirla con McLuhan, l’elettricità è il medium per eccellenza, il supporto di ogni messaggio.

Se nel 1963 Florence Green ha ottantun’anni significa che è nata nel 1882. Proprio come, vediamo un po’, il signor James Joyce. Non credo sia un caso. Nel 1964 Barthelme scrisse per la rivista «Location» un saggio intitolato After Joyce, sul problema di scrivere non solo dopo Joyce ma anche altre grandi figure, Beckett su tutte, che già avevano rielaborato la magnifica, non replicabile lezione del maestro. E diceva che agli scrittori restavano aperte due strade: quella dell’«ostilità» e quella del «gioco» (play).

Si può dire che dal 1961, quando pubblica il suo primo racconto, Barthelme le abbia battute entrambe senza sosta, facendole incrociarsi in mille punti. In Dilettanti, opera di uno scrittore nel pieno della maturità (nato nel 1931, Barthelme è morto nell’89), tali incroci sono operati con una varietà di soluzioni dal sorprendente virtuosismo, che richiede sempre una profonda partecipazione da parte di chi legge. Che non può mai abbandonarsi al cullante tepore della narrazione, ma deve invece restare sempre desto e concentrato: coi sensi, l’immaginazione e l’intelletto. Il medesimo racconto potrà così venire letto, insieme, come finissima e non placata critica delle istituzioni repressive (quanti inquisitori, torturatori, controllori, censori transitano nella raccolta, in apparenza paghi della loro bizzarria: attenzione, lettore, attenzione…); come analisi spietatamente amorevole della vita ordinaria (la coppia, i figli, gli amici, il lavoro…); come esercizio di smagliante immaginazione creatrice di mondi e altrettanto spietato scetticismo che, di quei mondi, rivela l’inconsistenza.

In uno dei racconti più memorabili, Il grande abbraccio, la polarità immaginazione-disincanto viene messa in scena direttamente, o quasi: in un’altra allegoria tanto trasparente quanto enigmatica. Qualcuno comunica una notizia a qualcun altro, e noi non sapremo mai nulla di loro, né conosceremo la notizia. I protagonisti sono l’Uomo dei Palloncini e la Signora degli Spilli. Lui fabbrica palloncini che contengono, o piuttosto sono, storie; lei, tutta coperta di spilli, dice sempre la verità. Sono destinati a incontrarsi. Si può dire che ogni racconto di Barthelme nasca dal loro terribile, necessario incontro.

Donald Barthelme
Dilettanti
traduzione di Vincenzo Latronico e Anna Mioni
introduzione di Christian Raimo
minimum fax, 2015, 174 pp.
€ 11

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