Andrea Cortellessa

Le pagine del libro non sono numerate; siamo, comunque, un po’ oltre la sua metà. A questo punto c’è un segnalibro. Una lista di carta, argentata da un lato e blu magenta dall’altro, leggermente più lunga dell’altezza dell’impaginato, pende dal vertice superiore e sporge appena da quello inferiore del libro. In apparenza, tutto normale. Poi però ci si rende conto che le pagine spartite dal segnalibro sono del tutto bianche; tranne, vicino al margine inferiore, una riga replicata due volte: la prima con la parola segnalibro stampata in tondo; la seconda con la sua traduzione inglese, book-mark, in corsivo.

Il segnalibro segnala cioè, all’interno del libro, un componimento il cui titolo è segnalibro e il cui testo recita: «segnalibro». Sebbene (a differenza dei due successivi) non rechi tale titolo, è questo il primo dei tre «poemi tautologici» che, di Poema & Oggetto di Giulia Niccolai rappresentano insieme l’apice d’agudeza, il vertice del divertimento sopraffino che questo libro ci offre a piene mani, nonché – per così dire – la sua resa dei conti concettuale, il suo come-volevasi-dimostrare (l’andamento del libro ha qualcosa di didascalico, anzi propriamente didattico; non a caso la sua copertina riproduce un’illustrazione presa da un testo a metà fra manuale di grafica e opuscolo pedagogico, tipico frutto dell’editoria «utile» anni Settanta: Immagini: per l’avvio alla lettura, al gesto grafico e alla formazione del pensiero del bambino). La parola – o, come vedremo, l’immagine – che fa riferimento alla cosa coincide con la convocazione materiale della cosa. Il poema, appunto, coincide col suo oggetto.

Gli altri due «poemi tautologici» rappresentano rispettivamente degli spilli, fotografati, tra i quali ce n’è però uno «vero» che buca la pagina da parte a parte; e dei bottoni disegnati, uno dei quali però ha quattro buchi «veri» attraversati da un «vero» filo rosso che prosegue al verso della pagina. In tutti e tre i casi, peraltro, la tautologia è solo apparente: perché l’immagine (o, nel caso di segnalibro, la parola) è statica, fissa (almeno a non volerne considerare il movimento tra l’italiano e l’inglese, riprodotto in tutti i testi del libro), mentre l’oggetto al quale si riferisce ha una dinamicità, in atto o in potenza: la sua posizione entro il libro essendo effetto di un’azione concreta, da parte dell’autore (o, meglio, di colui che ha confezionato il libro), che il lettore è in grado di riprodurre: il filo può essere sfilato dal «bottone», lo spillo può essere rimosso dal buco che a suo tempo ha prodotto nella pagina (nonché, si capisce, essere rimesso al suo «posto»).

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Le virgolette appena impiegate prendono atto dell’ambiguità introdotta dal procedimento: quanto è «vero» quel bottone disegnato sulla pagina? Più degli altri disegnati accanto, certo, ma altrettanto certamente meno di quello pericolante sulla mia camicia... E lo spillo? Lo spillo, come il filo ma a differenza del bottone, è effettivamente uno spillo come quelli che si usano in sartoria; ma una volta inserito nella pagina di un libro di poesia, si capisce, muta natura. (Giustamente Milli Graffi, nella breve quanto densa introduzione, richiama il precedente dei ready-made duchampiani, anche se «è del tutto diversa», specifica, «l’intenzione operativa finale»; e commenta: «Tra gli spilli riprodotti in fotografia e il filo che cuce corre un rapporto di analogia, sia di contrapposizione, sia di somiglianza. La distanza tra i due termini che creano la tensione della poesia sembra diminuita, oppure è aumentata?»)

Quello spillo che luccica sbarazzino è la sigla, l’impertinente sphraghìs di quest’oggetto perturbante, se mai l’editoria di poesia ne ha composto uno, che è Poema & Oggetto: libro pubblicato dalle edizioni geiger nel 1974 (dopo che alcuni dei «poemi» erano stati esposti in mostra a Milano, New York, Sao Paulo ecc.), e che le edizioni del verri hanno riprodotto fedelmente – in quattrocento esemplari confezionati com’è ovvio a mano, proprio come si faceva nell’officina della «repubblica dei poeti», al Mulino di Bazzano – per festeggiare gli ottant’anni di Giulia Niccolai, con discrezione celebrati lo scorso dicembre. Quando nel 2012 si è chiusa (dopo trentuno titoli) la prima serie della collana fuoriformato presso Le Lettere di Firenze (ora trasmigrata presso L’orma di Roma), mi parve perfetto farlo con la ricca antologia (pressoché un’integrale) dell’opera poetica di Giulia: prendendo il titolo proprio da questo episodio, sino ad allora abbastanza negletto, della sua parabola. E fu, infatti, Poemi & Oggetti.

La plaquette del ’74 vi è riprodotta solo in parte, ma una delle pagine antologizzate è proprio quella degli spilli: sicché in ognuna delle copie è toccato a Giulia e a Milli Graffi, curatrice anche di quell’edizione, infilzare uno spillo «vero». Operazione giocosa, certo, ma la cui trasgressione – nei confronti delle convenzioni editoriali – è ancora effettiva: se è vero che l’editore, preoccupato del pericolo che sfogliare quella pagina avrebbe rappresentato per i lettori (!), voleva impedirla. Non ricordo di chi fu l’idea – forse di Milli – ma la micro-querelle venne risolta bucando la pagina effettivamente con lo spillo ominoso per poi estrarlo, smussarne la punta, e infine reinserirlo al suo «posto» nell’impaginato. Che se vogliamo – come sigla di coda di un’esperienza editoriale che tra i suoi compiti s’era dato quello di contribuire a realizzare un museo della recente avanguardia letteraria italiana – è una soluzione sin troppo allusiva: di quanto quell’avanguardia, a dispetto delle contumelie degli avversatori, sappia in effetti pungere; ma anche di quanto oggi le sia consentito circolare – com’è del resto destino dell’avanguardia quando si fa «arte da museo», appunto – solo smussata (ed ecco come la mette uno dei Nuovi Frisbees: «Come eravamo, / come potevamo essere / pericolosi da giovani, / mine vaganti gli uni / per gli altri, e come / siamo innocui, ora»).

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Tutto il libro del ’74, del resto (che non a caso prelude a una cesura e a una svolta – condivisa negli stessi anni con diversi altri reduci del Gruppo 63 – al tornante fra Settanta e Ottanta, quella che porterà, a partire dai primi esempi pubblicati nell’83, ai Frisbees: che ancora oggi, come si vede, accompagnano la dolce vecchiaia di Giulia), si può leggere come una resa dei conti ironica nei confronti della tradizione. Della propria tradizione, s’intende: cioè appunto dell’avanguardia. Le poesie visive (sia quelle direttamente stampate sulla pagina, anche a colori – come l’omaggio a Rimbaud: dove le lettere della parole vowel e rimbaud sono sporcate dai colori evocati da Voyelles, archetipo d’ogni sperimentazione intersemiotica, realizzati però con pastelli infantili… –, così come quelle che prevedono altri prière d’inserer: fotografie di micro-sculture, disegni e fotografie di macchine da scrivere, oppure la deliziosa lettera aperta a giuliano della casa che consiste d’una busta da lettere appunto aperta da un lato, nella quale ciascun lettore potrebbe inserire il suo personale messaggio all’artista modenese…) sono quasi altrettanto «tautologiche» dei «poemi» così intitolati, in quanto loro tema pressoché esclusivo è quello metalinguistico: la materia della scrittura, le sue condizioni pratiche, i suoi strumenti tecnici (Milli di nuovo opportunamente ricorda il precedente remoto del sonetto di Cavalcanti, Noi siàn le triste penne isbigotite, le cesoiuzze e ’l coltellin dolente…). Anche Adriano Spatola, a lungo compagno di vita di Giulia e suo con-demone al Mulino, sin dalla metà degli anni Sessanta aveva realizzato «poesie da montare», e più avanti intitolerà diverse sue raccolte con le operazioni concrete della preparazione e realizzazione di un libro (l’attività che appunto al Mulino instancabile ferveva): La composizione del testo, La piegatura del foglio, Impaginazioni

«Concreto», ecco: questo l’aggettivo magico della tradizione lettrista e post-; che Giulia aveva adottato sin dal sottotitolo della sua primissima pubblicazione poetica (nel titolo omaggiante Lewis Carroll), Humpty Dumpty. Poesia concreta (Geiger 1969). Concreta – mutuando il termine dal lessico delle arti visive – per la sua sostanza appunto metalinguistica, materialistica, al limite macchinica (la macchina da scrivere – della quale Poema & Oggetto è un’esilarante fantasmagoria – è un vero e proprio feticcio dell’avanguardia anni Sessanta: si pensi solo alla connotazione che le attribuiva Amelia Rosselli): che Poema & Oggetto spinge sino alla saturazione, appunto alla tautologia, capovolgendola dunque in ironia (quella che ho definito ironia materiale contraddistingue lo humour di Giulia). Allo stesso modo operando nei confronti delle «poetiche dell’oggetto» che si possono considerare alle spalle della «poesia concreta» (così almeno nella riflessione storica di Luciano Anceschi: che partiva dagli emblemi di Eliot e Montale per arrivare appunto alle nuove avanguardie).

L’oggetto che Poema & Oggetto insegue nei suoi trentasette mirabolanti episodi è solo uno, iper-tautologicamente ossessivo come la pantera odorosa nel De vulgari eloquentia, «redolentem ubique necubi apparentem». Come una lettera rubata, è nominato sin dalla copertina del libro. Molte delle sue poesie, infatti, non sono altro che «messe in pagina» di una sola parola, «Poema». Fotografata, sillabata, «scolpita» su carta con una quantità di soluzioni diverse, e sempre sorprendenti. Se si usa questo termine è certo per evitare (com’è possibile fare in francese – poème non è poésie – e in inglese, per Giulia seconda lingua madre – poem non è poetry) il bisticcio dell’italiano, che confonde poesia come componimento e poesia come disciplina (o, diciamo, nella teoria dei giochi, poesia come move e come game; in quella del linguaggio, poesia come parole e come langue).

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È la poesia come oggetto, come episodio, come dato materiale – e non come aura, idea, vagheggiamento spirituale – che si produce, in concreto, all’interno di Poema & Oggetto. Ma non si può escludere che l’ironia materiale, di cui Giulia è maestra, abbia previsto anche un ulteriore giro di vite, non saprei dire quanto irridente (e quanto invece – invece? – doloroso). Se è vero che poema è un anglismo per poesia, e che (tautologicamente) Poema & Oggetto è un libro di poesie (trentasette, di cui quattordici contenenti un oggetto «vero»), è vero altresì che, letto dall’inizio alla fine, questo libro così astratto e insieme concreto, così risolutamente privo di un contenuto che non sia se stesso, una storia in effetti ce la racconta. La storia di questo poema, paradossale poema, è quella dell’avanguardia – e della sua fine.

Giulia Nicolai
Poema & Oggetto
introduzione di Milli Graffi
edizioni del verri, 2014, 64 pp. con 14 oggetti incollati o cuciti
€ 38

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Una Risposta a Pungente ironia

  1. eziocampese scrive:

    Creatiwamente Giulia, come sempre%
    { saluti a Gigliola Rovasino }

    eziocampese@libero.it

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