Franca Rovigatti

«Lo stesso orizzonte / che si iscrive vastissimo…»: queste parole Giulia Niccolai rimontava, traendole dal saggio introduttivo di Alfredo Giuliani ai Novissimi. Parole dunque del ’61, che Giulia rimedita negli anni tra il ’70 e il ’72. Parto da qui, da questa vastità di orizzonte, o vastità orizzontale, che alla mia mente appare come una possibile metafora del lungo processo poetico – e di vita – di Giulia Niccolai.

E già sulla parola «processo» mi arresto – perché quando si ha a che fare con Giulia le parole bisogna usarle per bene, e «processo» qui non basta. Voglio dire: è pur vero che lei ha proceduto, e cioè ha fatto un cammino – e che cammino! – ma è altrettanto vero che tutto quanto era presente in lei fin dall’inizio, e quindi quello di Giulia è anche stato uno «stazionare», uno stare in sé, restare fedele a quella vastità d’orizzonte, a quella, ripeto, vastità orizzontale. Entro la quale il processo, il procedere, non è lineare; lo si può pensare piuttosto come un allargamento concentrico (i cerchi di un sasso lanciato nell’acqua, l’allargarsi mirabile di un mandala), che include e dispiega il nucleo di origine.

(Quando l’ho conosciuta io – in realtà solo sfiorata – alla fine degli anni Settanta, lei viveva e lavorava con Adriano Spatola a Mulino di Bazzano, nel cuore della ormai mitica «repubblica dei poeti». Li andai a trovare nel tardo autunno ’78, c’erano tante casse di birra, bottiglie piene e vuote, macchine da scrivere, ciclostili, un torchio e una macchina tipografica, un grande tavolo. Dalle finestre, la cecità e il silenzio della nebbia padana.)

A Mulino, Giulia e Adriano vivevano nella poesia, “Tam tam”, la loro rivista, più che il suono di un tamburo era realmente il battito cardiaco di quella casa. Dalle loro notti nascevano i libri, la rivista, le performance. In quella casa prendevano corpo le straordinarie letture di Adriano. Come ricorderà Giulia in Esoterico biliardo: “Durante le letture agli amici attorno al tavolo di cucina, si veniva a creare allora uno strano incantamento. Tra dicitore e ascoltatori si produceva l’unisono, e ci perdevamo tutti in una ipnotica sensazione di compiutezza. Tale era il suo carisma”.

Allora lei aveva già pubblicato Il grande angolo, Humpty Dumpty, Greenwich, Poema & Oggetto: il suo era uno sperimentalismo curioso, apparentemente leggero, libero, ludico, che coniugava pop art, lewis carroll, arte concettuale con una ricchezza poli-linguistica che poi la fece battezzare da Giorgio Manganelli «Sherazade glossolalica», con una sensibilità alla sensualità delle parole, alla loro potenzialità di ospitare in se stesse una pluralità di sensi e primariamente – ma non solo! – il non-senso. Esplorava il territorio linguistico con intelligenza e con quella sorta di saggezza che contraddistingue l’Alice carrolliana, ma mai approdava al senso comune: diciamo che trovava sempre, e con gran divertimento, sensi niente affatto comuni. Fui entusiasta di lei, la adoravo, avevo imparato a memoria alcuni dei suoi versi, e spesso, in quel complicato scorcio che fu il passaggio tra i Settanta e gli Ottanta, mi cullavo per esempio con Greenwich:

Cianciana cianciana contessa Entellina
Alto ulassai
Acuto ussassai
Staiti muta femmina morta!

Il suo divertimento mi divertiva immensamente: sfrigolava sulla pagina in modo irresistibile, talora bisognava andarlo a scovare in più criptiche strutture, ma c’era sempre, garantito!, e brillava leggero sopra qualsiasi innominato, incognito dolore. Una cometa del possibile. Ogni divertimento per sua etimologia di-verte, si volge altrove, fa il passo del cavallo, non affoga nel dolore e nella confusione, ma del caos fa casomai paesaggio, dell’estraneità famiglia. Il di-vertimento, la di-versione come difesa? Da un mondo incomprensibile, insensato? Forse anche: ma certamente non solo, o non primariamente. Sotto c’è in realtà un discorso serissimo: è un paradosso, ma si tratta della ricerca, della richiesta di Verissimo Senso. È proprio la serietà di tale richiesta, paradossalmente, a generare la scrittura nonsensica. Come dire: se tutto intorno non ha senso, se il mondo, le persone, le cose procedono in modo insensato, non è giusto adoperare una lingua sensata, fingendo che il senso esista: tanto vale denunciare che niente ha senso: e dirlo onestamente a chiare lettere, usando la lingua del non-senso! Aderivo con tutto il cuore a questa poetica.

(Poi l’ho persa, Giulia. La mia vita si è costretta a «qualche» senso, e io per molti anni non mi sono più occupata di poesia. Di lei chiedevo però notizie: sapevo che aveva lasciato Mulino di Bazzano e la poetica simbiosi con Spatola, seppi con sgomento dell’ictus, seppi che era diventata monaca buddhista – e mi stupii – e infine cominciai a leggere i suoi nuovi scritti: i varii frisbees, la prosa di Esoterico biliardo.)

Quando, nei primi anni Ottanta, Giulia passa ai frisbees, rinuncia a una posizione verticale, quella del funambolismo linguistico talora indecifrabile, che si situa in alto e non spiega se stesso: chi lo capisce lo capisce, e tanto peggio per gli altri. Rinuncia, dicevo: scende sul piano di chi la ascolta, si fa decifrabile, si spiega. Di più: richiede l’ascolto e il dialogo. Si diverte ancora, altroché, ma si diverte insieme. Dall’aristocrazia dei pochi che sperimentano, sanno e capiscono, alla democrazia di uno scambio paritario. Sempre in attesa che il frisbee le venga rilanciato. In pianura. Questo è un salto di tipo direi spirituale, e avviene in un periodo in cui nuove stupefacenti cose si stanno preparando per lei. I frisbees sono dedicati a un mucchio di amici, sono come dei link che disegnano, anche, la mappatura dei suoi affetti. E se la prima poesia di Giulia, come dice Milli Graffi, lasciava (apparentemente) «i sentimenti […] alla periferia degli avvenimenti», li affrontava cioè in modo marginale, per simulacra, ora il sentire si avvicina sempre più alla propria dicibilità. Oppure, se prima il di-vertimento poteva essere stato usato anche come difesa nei confronti del dolore, ora sempre più il dolore è guardabile, raccontabile. La voce che lo dice ha dentro ancora sempre il divertimento; che si allarga però, diventa più vasto e comprensivo, e suona benevolenza, compassione.

A Milano Giulia incontra il buddhismo tibetano, vi aderisce profondamente, sente di essere finalmente giunta a Casa, diventa monaca. Pratica la meditazione. Si installa in sé senza affezione. Pratica la compassione. Com-patire significa sentire insieme, condividere, implica ancora una volta una orizzontalità, non sta né sopra né sotto, sta insieme. Si tratta di cuore. Questo dà ai suoi frisbees una notevolissima capacità di insight: anche i più minuti, apparentemente insignificanti, avvenimenti quotidiani si dispiegano, mostrano insospettate epifanie, diventano spiegazione, le coincidenze rivelano con chiarezza complessi disegni. È così che quanto sembrava insensato acquista, finalmente!, senso.

(Nel 2010 a Roma, nell’ambito di un festival di poesia, dopo così tanti anni e lontananza, rincontro Giulia. Giulia è grande, spiritosissima – ancor più di quanto ricordassi – è benevola, accogliente. Ride spesso. Splende, letteralmente. Parlare con lei è andare naturalmente, allegramente, profondamente dentro le cose e le vicende. Nessuna banale dolcezza o tenerezza, niente miele inutile, ma il senso di una reale compiutezza. E senso. Senso ritrovato. Stare con lei fa bene, tutti vogliono stare con lei… Finalmente diventiamo amiche.)

Frequentandola, frequentandone il pensiero e il cuore, si imparano ogni giorno cose. Si impara che, secondo la sapiente definizione di un Lama, umorismo è «trovare spazio dove spazio non c’è». Effettivamente lo spazio di Giulia (non saprei come altro dire, lo spazio che è in lei e che da lei emana) è straordinariamente largo, aperto, e insieme ordinato. Quell’orizzonte di cui parlavo all’inizio, dal primo lancio del sassolino nell’acqua, si è concentricamente allargato: sicché anche il passato, ogni passato, il dolore, ogni dolore, ne è ricompreso e ricompensato. Acquisizione profonda di senso è pace. È così infine che Giulia («nell’aura di una lunga consuetudine alla sofferenza», come lei stessa dice) può scandalosamente affermare che «il dolore è luce»: «perché ci costringe a vedere che facciamo di tutto per evitare il dolore». Non c’è più alcun bisogno di difendersi da niente, tutto è attraversabile e va attraversato. Tutto è sensibile e va sentito:

ho sentito che … rappresentavano la gioia
la gioia pura
la gioia istintiva
la gioia totale
una GIOIA GIGANTE
la GIOIA tout court!
E tu, te la ricordi la gioia?

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