Graziella Pulce

Un caso, o con la crisi stiamo
diventando più umani?

Questi due versi dei nuovi Frisbees di Giulia Niccolai spuntano occhieggiando come papaveri rossi in un prato sbiadito. Il caso, la crisi, la trasformazione, l’umano. Due versi che possono essere letti sul piano della letteralità, sullo sfondo della congiuntura epocale che stiamo attraversando, e quindi di «cadute», di dissesti economici, di drastici ridimensionamenti. Ma poi la loro valenza si fa più ampia e si propaga. Questi nuovi Frisbees parlano in primo luogo della vecchiaia e della più consistente umanità che il nuovo stato dona alla donna, alla poetessa, all’osservatrice del presente. La lettura fa risuonare qualcosa d’altro: qui viene portato in primo piano qualcosa che di norma viene allontanato o del tutto negato. Sono i grandi cambiamenti, soprattutto quelli difficili e dolorosi, a richiedere nuova forza, e la vecchiaia sul piano personale, come la crisi economica sul piano sociale, sono esattamente dei cambiamenti che rappresentano un deterioramento, la cruda realizzazione di ciò che non vogliamo.

E invece questo distico, con l’evidenza della poesia, impone che proprio accettando e attraversando questi stati di negatività l’umanità che è in ciascuno può diventare più vera. Diventare più umani significa che prima, quando le cose andavano meglio, non lo eravamo davvero? Che vivevamo immersi nella mistificazione e sostenuti da false speranze? Evidentemente sì.

Fin dal Grande angolo Giulia Niccolai si è fatta carico di vedere e di vedere liberando lo sguardo delle false posture e dai condizionamenti che inevitabilmente ne condizionano l’ottica. Anche le sue poesie (i primi Frisbees apparvero nell’84) sono dei reportage d’autore, che ci permettono di rendere più acuta la vista e la consapevolezza di quello che accade.

Per questa donna sempre allegra e sorridente, il vedere e il guardare sono, e sono sempre stati, due modalità fondanti dell’essere. Non c’è nulla prima del vedere, della ricezione tramite gli occhi: forme, movimenti, pensieri sotto tutti dettagli di immagini che si presentano sulla scena pronti per la rappresentazione. Non si può mai dimenticare che Giulia Niccolai nasce fotografa. I suoi scatti hanno colto al principio degli anni Sessanta (per l’editore milanese Pizzi, che aveva varato la collana «Borghi e città d’Italia») i volti di un paese che si lanciava nella modernità e insieme si volgeva indietro a contemplare terre, monumenti, vestigia di un passato ancora presente e vivo. E non c’è niente che meglio della fotografia sappia rendere visibile il meccanismo del procedimento artistico e letterario. Perché il gesto del fotografo è il medesimo del poeta: osservare con attenzione, tenersi pronti con la «macchina», con la tecnica, con la penna, ovvero lo strumento la cui padronanza è determinante. Quindi la cattura del momento in cui qualcosa si epifanizza. Infine la lavorazione, nel buio e nella luce, perché l’immagine venga stabilizzata.

Ma a che cosa è finalizzata questa procedura in Giulia Niccolai? A cosa serve la poesia (o la fotografia o l’arte in genere?). Diciamo che il procedimento viene messo in moto dalla constatazione di uno scacco, lo scacco della mente di fronte al groviglio dei dati dell’esperienza. Quelli che Giulia Niccolai in altra occasione aveva definito gli «spaghi slegati». Con gli anni la scrittrice ha messo a fuoco la necessità del «ritorno», del lavoro che il ritorno richiede e della pazienza che occorre per scorgere di nuovo e dunque davvero la propria «casa». L’Odissea libro totale, come scrive ora e allora, quello in cui ritrova se stessa oggi e la se stessa dodicenne, quando di Omero subì per la prima volta tutto il fascino (e forse il sussurro premonitore).

Nel ritornare a osservare l’immagine dell’esistenza scatta la necessità della meditazione, la pratica quotidiana di dedicarsi per varie ore al giorno a contemplare. Cosa? Quello che più riesce difficile comprendere, quello che urta più dolorosamente con le aspettative e i desideri: i fallimenti, i rimpianti, le avversioni, i risentimenti. La ricerca, l’attesa di un senso, questo cerca la poesia, ma quello che in effetti cattura non è che un nonsense (Nonsensenon è una delle sue indimenticabili poesie visive), sorprendente doppio, bislacco e capovolto.

Import-Export.
Cosa me ne importa
di cosa esporta?
(Scusate, ma solo ora
divento consapevole
di quel doppio senso
di importare).
È importante?

Qui scatta il secondo livello della poesia. La voce poetante si fa buffone di se stessa, si mette in posa e si fa le boccacce, perché quando arriva ad acciuffare la «verità» si accorge immancabilmente che la «verità» – semplicemente – fa ridere.

Tutto quello che leggiamo rappresenta sempre l’istante di un cambiamento, il momento in cui qualcosa si libera del tegumento vecchio e si apre all’imprevisto. Ma il sentimento dominante è la meraviglia della gratitudine. Per cui ogni scacco, ogni caduta osservata con la freschezza di un occhio limpido e sgombro si fa, sotto gli occhi del lettore, opportunità di nuova gioia di essere e di condivisione. Ad esempio, se consideriamo che nei più recenti Frisbees è la vecchiaia a essere tematizzata, si deve ammettere che Giulia Niccolai ha osato portare ad applicazione il rigore della sua azione demistificatoria fin dentro ciò che è più difficile da rappresentare. Dunque si può ridere anche della vecchiaia, dei ricoveri in ospedale, delle «cadute».

E si può fare se dopo averli contemplati in quello che sono, puro nulla dai colori cangianti, dopo aver colto la totale mancanza di senso ovvero di permanenza in tutto quel che accade, si fa una bella capriola e guardando il mondo alla rovescia se ne coglie la vacuità e dunque la leggerezza. «Chiamo l’oculista per dirgli / che le gocce di Nedit Dex / (che mi hanno consigliato / dopo l’operazione della cataratta), / sembrano farmi male. / Impossibile – dice lui – / sono solo lacrime». Nell’oculista spunta – a sua insaputa – un monaco buddista e non vediamo più il camice ma il kesa. Ed è il linguaggio a far scaturire la scintilla che dà fuoco al referente oftalmico e materializza il controsenso.

Frisbee vuol dire soprattutto velocità: è la punta di un piede che poggia quel tanto che basta allo slancio del salto in avanti. È poesia che tocca per un attimo l’oggetto e raccoglie l’energia sufficiente per oltrepassarlo. L’occhio e la mente sono portati a sollevarsi e a oltrepassare l’esistente e a guardarlo dall’alto, con ironia, umorismo, pietà, compassione. Degno di compassione e di riso è ciò che esiste, ciò che si dibatte nella dualità.

Nel 2006 sono stata operata
al tendine da killer
della gamba sinistra.
Sempre guardare da fuori, sempre cercare il punto dal quale la scena risulti spiazzante, oggettivata.
Poiché non si può più
guardare avanti con ottimismo,
si comincia a guardare indietro.
Anche all’oriente.

E allora la vecchiaia, la corsia d’ospedale, perfino i pappagalli diventano figurine leggere che strappano un sorriso, un sorriso che viene dal gesto imperioso e agonistico della scrittura che non cede alla paura né al rimpianto. Una scrittura che gioca con l’ombra del negativo in un fluire di assonanze:

Possono anche risultare divertenti,
certi riflessi lenti dei vecchi.

Ma qui non c’è alcuna forma di lentezza. Veloci e improvvise le situazioni più quotidiane assurgono al livello delle allegorie, anche se presentate in abiti disadorni. Resta nel lettore la forma delle cose scavata in un linguaggio che non cessa mai di scoprirsi come infinita possibilità.

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