Massimiliano Borelli

Il grandangolo cui fa riferimento il titolo di questo libro è uno degli indispensabili strumenti del mestiere di due dei tre protagonisti: Ita e Domínguez. Tuttavia, prima ancora, e in chiave metaforica, è lo strumento del mestiere dell’autrice di questo romanzo. Quando Giulia Niccolai esordisce nel 1966 con questo Grande angolo (da Feltrinelli, nella collana delle «Comete»), ci troviamo nel pieno dell’esperienza del romanzo sperimentale, così com’è stato teorizzato e praticato dai componenti del Gruppo 63. A quei tempi la domanda su come narrare in modo nuovo e su come rendere ancora possibile frequentare un genere tanto compromesso con le istanze del realismo era all’ordine del giorno, o almeno se la ponevano assai seriamente i compagni di strada di Niccolai, e ovviamente Niccolai stessa. Le riflessioni e gli esiti furono molteplici, anche discordanti, ma comune era l’idea che non si potesse più affidare a un Io sovrano il racconto di una realtà naturalistica.

Niccolai optò – e torniamo al titolo – per una restituzione dell’orizzonte del reale (perché sempre di questo, pure in quegli anni, si trattava) in chiave fotografica: ovvero, sulla scorta del nouveau roman francese, per una decrizione minuziosa e obbiettiva dell’esperienza, tale da desoggettivizzare l’io e renderlo un mero punto di vista da cui inquadrare, e straniare, le cose del mondo. Tuttavia, anche grazie alla nota dell’autrice apposta a questa nuova edizione – che esce nella collana «à rebours» diretta da Cecilia Bello Minciacchi, e che presenta anche un’introduzione di Milli Graffi – nel caso del Grande angolo scopriamo quanto questa intenzione di fondo faccia segretamente i conti con una memoria biografica cocente e presentissima, nient’affatto estromessa da quella prospettiva oggettiva di cui si diceva, e anzi accolta per offrire spunti e materiali narrativi (tra gli altri: il viaggio egiziano, il trauma del mitragliamento del battello, l’incontro con l’uomo dei gabbiani). Come viene risolta questa apparente contraddizione nel campo della scrittura? Applicando appunto alla visione un obbiettivo particolare (che i protagonisti finiranno per acquistare, per davvero, nell’ultimo capitolo), un «grande angolo» che se da una parte raccoglie con minuta acribia dettagli e frammenti di una vita vicina, anche intima, dall’altra li allontana, li dilata e li trasforma fino a farli apparire su uno schermo di proiezione dove essi si mescolano e si scontrano, dando vita a una serie di scene dove la precisione dei contorni e delle figure non impedisce una ellittica, quasi misteriosa esposizione della realtà.

È dunque questa dialettica a dominare nel romanzo di Niccolai, dove tutti gli episodi raccontati destano sempre un ineludibile allarme sia nel punto di vista che li racconta sia nella mente del lettore (si legga, per esempio, l’ultimissimo capoverso del romanzo: «Un rimorchiatore controluce sfuocato e torbido con la sagoma nera e minacciosa come quella di un sottomarino che emerge dall’acqua d’oro davanti alla skyline. Le cime dei grattacieli tremolanti, accese come torce nel disco rosso del sole che tramonta»).

È così che nei primi capitoli ambientati in un Egitto lento e antico – dove i due fotografi Ita e Domínguez e il chimico Karlheinz stanno compiendo in reciproca compagnia un viaggio di lavoro – o in quelli successivi, dove assistiamo alla vita newyorkese della coppia di fotografi, o nelle scene dell’incontro con Karlheinz, o ancora nei punti dove emergono dirompenti schegge di un passato doloroso, sempre vediamo agire il medesimo movimento di distaccata esposizione e spaesata allucinazione, un movimento della scrittura che consente di superare l’impasse del romanzo e di portarla a un livello ulteriore, dove lo spazio e il tempo subiscono un’alterazione assai fertile sul piano espressivo (un’alterazione che rende inutile, in questo caso, cercare di riportare una qualche trama del romanzo, composto com’è di brani che potrebbero anche essere mischiati). È del resto molto significativo ciò che compare nell’esatta metà del romanzo, e che gli fa da spartiacque: il racconto (ravvicinato, in prima persona) del suicidio di Domìnguez: ferita profondissima tra varie altre piccole ferite disseminate tra le pagine, che distende una coltre di inspiegabile inquietudine su quanto si è letto sino a questo momento, e su ciò che si continuerà a leggere.

Bisogna dunque ringraziare le edizioni Oèdipus e Cecilia Bello Minciacchi per aver permesso che questo libro divenisse di nuovo disponibile: la sua presenza certamente aliena nel panorama di oggi si aggiunge a quella dei non pochi (seppur poco conosciuti) romanzi che, nella nostra recente storia letteraria, hanno cercato una via alternativa, mediata e obliqua per raccontare il mondo e l’esperienza degli uomini e delle donne in esso.

Giulia Niccolai
Il grande angolo
introduzione di Milli Graffi e nota dell’autrice
Oèdipus, «à rebours», 2014, 194 pp.
€ 14

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