Anna Maria Maiolino

Theatre of Learning è incentrato sul re-enactment di un serie di performance storiche degli anni Settanta, insieme ad altre successive, elaborate da sette grandi artisti internazionali, nello stesso decennio in cui Dan Graham, insegnando nelle Scuole d’Arte, assumeva il performativo in una declinazione pedagogica: «le performance erano progetti per gli studenti, o modi possibili di fare arte, che potevo mettere in scena con loro, in modo informale, come “esercizi di apprendimento”».

Strutturato come una piattaforma di formazione che prepara a un passaggio generazionale, il progetto a cura di Marco Scotini, si svolgerà oggi, dalle 21, negli spazi di NABA – Nuova Accademia di Belle Arti a Milano: oltre 200 studenti - sotto la guida e le istruzioni degli artisti coinvolti e in parte presenti all’evento, Joan Jonas, John Baldessari, Nanni Balestrini, Michelangelo Pistoletto, Yona Friedman, Piero Gilardi e Anna Maria Maiolino - metteranno in scena un programma di performance, rievocando quel clima permeabile e di sconfinamento che le arti sceniche avevano già radicalmente praticato negli anni Settanta, nel controverso regime di visibilità con cui si mostrano le ricerche artistiche attuali.

Se il tempo di una performance è sempre il tempo presente, Theatre of learning assume le forme e le strategie del re-enactment, come spazio del “qui e “ora”, attraverso strutture laboratoriali di carattere comunitario, animazioni teatrali e dispositivi para-teratrali, activity e partiture seminali, che hanno segnato le vicende artistiche contemporanee, dove la centralità del gesto e dell’azione - dentro i processi educativi e i modelli di apprendimento - decostruisce le rappresentazioni della storia e rileva le condizioni della sua costruzione oggi. La ripetizione diventa così una forma di riappropriazione del passato (attiva rispetto alla documentazione e all’archiviazione) che non svuota l’atto performativo del suo significato emancipatorio originale.

La performance è anarchica e rompe con la tradizione precedente. A partire dai suoi elementi fondanti (spazio scenico/temporalità/performer/pubblico), l’esecuzione e la rivisitazione delle circostanze spazio-temporali di progetti celebri, o di altri mai realizzati - tra azione diretta e happening collettivo, produzioni live e documentazioni storiche – la performance fornisce, sul piano della composizione, alcune indicazioni linguistiche e strutturali che verranno sviluppate con una matrice narrativa e al tempo stesso alogica, per creare uno scenario di produzione nelle dinamiche di un grande Festival, aperto al pubblico e alla città.

La costruzione delle soggettività come atto performativo ci ricorda quanto il significato politico della performance risieda anche nella possibilità di sovvertire corpi, ruoli e saperi imposti dal sistema sociale, seppur nello spazio della rappresentazione. Pubblichiamo qui una testimonianza di Anna Maria Maiolino sul significato della performatività nel contesto di produzione sociale dell’arte brasiliana a partire dagli anni Settanta.

Elvira Vannini

Noi sappiamo che la performance è un’arte ibrida, di frontiera, e che ha caratteristiche “prese in prestito” da altri linguaggi artistici. La pratica della performance è soprattutto antropofagica; e, in quanto tale, è rivoluzionaria, anticonformistica e politica, poiché interviene come presenza e come pura azione sulle questioni sociali. La performance è un’arte che si alimenta da ciò che ha intorno – dalla realtà, dalla vita – pur essendo senza dubbio un’espressione scenica.

Ebbene, gli atti poetici della perfomance mi hanno permesso di ri-fare le repressioni, ossia di invertire le repressioni. Faccio l’esempio di Entrevidas, una mia performance-installazione del 1981: sul pavimento erano disseminate centinaia di uova naturali; i piedi che camminavano erano una minaccia, un pericolo che poteva distruggere le uova. Pertanto, il pubblico sperimentava uno stato di tensione e di repressione. Quest’opera permette varie possibilità di lettura del suo significato, e in questo senso inverte la repressione: attraversando il terreno disseminato di uova, ci si sente davanti alla sacralità della vita. Inoltre, Entrevidas è stata ideata e realizzata in un momento politicamente delicato per il Brasile, l’apertura alla democrazia in seguito alle repressioni militari della dittatura; quindi, è un’opera che si elabora attraverso il proprio istinto di vita e di morte.

Anna Maria Maiolino, Entrevidas, 1981 (500x244)

Anna Maria Maiolino, Entrevidas, 1981

A questo proposito è importante ricordare quanto gli artisti brasiliani neo-concreti proponevano già alla fine degli anni Cinquanta: “Non concepire un'opera d'arte come una macchina né come oggetto, ma come un quasi-corpo, cioè un essere la cui realtà non si limita ai rapporti esterni dei suoi elementi. […] Un essere che in parte sia scomponibile con l'analisi è pienamente compreso solo attraverso un approccio diretto, fenomenologico” (Ferreira Gullar, 1959).

Tra i vari artisti importanti per il Brasile, il Paese dove ho svolto i miei lavori, voglio ricordare Helio Oiticica, la cui ricerca discute criticamente il concetto di arte e di opera a favore dell'atto poetico connesso all'esperienza del corpo; Lygia Clark, con i suoi riferimenti ai riti arcaici del cannibalismo, inteso come processo di assorbimento e di risignificazione dell'altro, e alle pratiche terapeutiche in rapporto agli oggetti e all'ambiente; e ancora le performance di Flavio de Carvalho, critiche invece verso le manifestazioni religiose e gli abbigliamenti europei. Si vive senza continuità nella discontinuità, la struttura veloce del tempo sempre presente. Qui, tutto è possibile.

Aprile 2015.

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