Lisa Ginzburg

Quattro anni dopo avere esposto per Monumenta il suo Leviathan (al Grand Palais), Anish Kapoor torna a invadere la scena dell'arte contemporanea parigina. Questa volta, presso alcuni, suscitando scandalo. A Versailles, in quei giardini che sono celebrazione della monarchia, apoteosi della sua imponenza tanto quanto sede privilegiata della sua crisi e decadenza, in occasione del tricentenario della morte di Luigi XIV, uno tra i più originali e sorprendenti artisti cosmopoliti viene invitato a esporre. Lui concepisce un omaggio scorporato in installazioni che si vogliono dissacratorie. De-costruttive. Ci riesce?

Nello spazio sterminato degli 800 ettari di cui il Giardino della reggia di Versailles si compone, l'allestimento non si direbbe sortisca lo stesso genere di effetto che il Leviathan del Grand Palais riusciva a produrre. Lì la sinuosa e gigantesca costruzione rossa comunicava mistero, sospensione nello spazio, voluttà, ma anche sacralità delle grandi proporzioni. Qui, in questa gettata mastodontica di bossi e fontane, tra tanta geometria paesaggistica esatta e rigorosa quanto un pensiero cartesiano, la concezione “a volute” (aerea, spaziosa) di Kapoor si vanifica non poco. Solo intento che sopravviva realizzandosi appieno nella sua portata critica, l'atto di duplicare (disseminando grandi opere in immensi spazi che ne sono i contenitori) è azzeramento del significato stesso di imponenza.

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Due enormi specchi – concavo uno, l'altro convesso; dritto uno, capovolto il secondo – accolgono i visitatori, con il proposito evidente, dantesco quasi, di far vacillare ogni loro certezza di sguardo, concezione. Il titolo stesso dell'installazione, Sectional Body preparing for Monadic Singularity, compendia quel che più sta a cuore a Kapoor: mettere in luce, riflettendola e insieme decostruendola, la fallacia di ogni struttura che si voglia preponderante. Monarchia in primis: ecco allora, centinaia di metri più in là, l'opera che più fa parlare di sé (la destra cattolica francese è insorta sui giornali).

Un'immensa voluta sensuale, tromba dall'immenso cono d'ombra, “vagina della regina” secondo gli scandalizzati detrattori, angolo buio dove depositare scorie, discarica morale o identitaria (Dirty Corner) per l'artista, presumibilmente esterrefatto dal livello delle critiche (a un soffio dall'esser dogmi da oscurantismo religioso). In una recensione presto arci-nota in rete, Julia Kristeva (che a Versailles ha ambientato il suo ultimo romanzo, L'Horloge enchantée) parla per Dirty Corner di “invito a ritrovare il filo che lega la nostra storia culturale e politica alla modernità (…) perché l'identità non sia sponda al servizio di fondamentalisti”. Anziché ridicolmente soffermarsi su possibili allusioni sessuali, certo vale la pena considerare la portata politica che interventi artistici tanto importanti, anche spazialmente, possono assumere (la temperie francese degli ultimi sei mesi, dopo i morti di Charlie Hebdo, vede del resto più che non mai confondersi i piani, riflessione sul potere e larvata morale cattolicheggiante – potere temporale e spirituale, si sarebbe detto un tempo).

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Ben più dell'elemento dissacratorio in senso scandalistico, conta quel che Kapoor vuole denunciare, smitizzare. Lo fa rendendo materico, e quindi distruttibile (discutibile) quanto lui, artista del mondo, ha scelto di porre al centro di questa grande (e francesissima) occasione espositiva. Non soltanto la monarchia – che duplicandosi nei simboli di opere d'arte, ha giustamente ricordato ad alcuni il saggio fondamentale di Ernst Kantorowicz, I due corpi del re. Anche il potere, nella sua espressione più tangibile e abominevole – quella della violenza della guerra.

Di guerra racconta la sola installazione di Kapoor in prima esposizione mondiale – non certo casualmente allestita nel più “politico” degli spazi di Versailles, la storica sala del Jeu de Paume, là dove nel giugno 1789 il Terzo stato faceva giuramento di quella reciproca fedeltà che avrebbe rovesciato i destini dell'intera storia politica nazionale. Shooting into the Corner: un cannone spara su una grande parete immacolata raffiche di cilindretti in cera. Il bianco dei muri è schizzato con una violenza di getto che ha dell'irrimediabile; lordato per sempre di una materia insieme umida e densa, di un rosso scarlatto che impressiona e quasi dà nausea, esattamente come fosse sangue.

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Ciò che di più immondo, inammissibile, sfacciato è nel sopruso della violenza, qui c'è tutto. Materialità bestiale, come se còlti da conati di orrore sentissimo in gola i miasmi insopportabili di cadaveri, budella. Kapoor denuncia senza, in tanta devastazione, scomporsi. Solo, magistralmente, punta il dito. Mette a nudo. Ascolta pulsare, e poi cessare di battere, il cuore del mondo. Più che le possibili simbologie vulvari e vaginali che tanto fanno discutere poco più in là, nei giardini reali, è la sobrietà impietosa di questa istantanea sulla violenza d'azione di un cannone, lucido invito a considerare la guerra per quel che è, senza schemi né ripari, quel che deposita e fa sedimentare la sua traccia nel pensiero mentre, un po' stordita dalla luce abbagliante degli orizzonti di Versailles, resi ampi in modo troppo enfatico e artificiale, torno indietro.

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Una Risposta a Kapoor a Versailles

  1. Carlo A. Borghi scrive:

    Bene. Parigi val bene una messa officiata dal sacerdote Kapoor che a me continua a sembrare un maestro-mostro specializzato in elogi del superfluo.

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