Dalila Colucci

Se la nevrosi cardiaca è topos tra i più fecondi in Gadda, non sorprenderà che di una sequenza irregolare di battiti – oltre che di tuffi al cuore per i lettori – si componga il tracciato di una sua speciale amicizia «biologicamente complice», linguisticamente straripante. «…da quando tu hai lasciato l’urbe le mie difficoltà nervi-cervello-cuore-fegato sono andate lentamente aumentando, cioè peggiorando, soprattutto in seguito al penoso lavoro, fatto di scadenze-ultimati, per i due editori, per la correzione bozze, per le aggiunte»: così Gadda a Parise, il 20 marzo 1963, in una delle lettere appena restituiteci dal magnifico volume Adelphi a cura di Domenico Scarpa.

Meno di un carteggio (limitandosi a tre i messaggi superstiti del vicentino, contro i quindici dell’Ingegnere), ma assai più di una biografia a due voci, il legame Gadda-Parise è oggetto squisito che si contrae tra filologia e fisiologia, illuminando pieni e lacune di un’aritmia sentimentale nella quale «il cuore anatomico sta a parziale copertura del cuore affettivo, riversato in pienezza in ogni lettera». Che si guardi ai dieci mesi di corrispondenza (ottobre ’62-agosto ’63) o agli scritti parisiani dedicati a Gadda, che completano il libro insieme al riscoperto dialogo dei due sulla Fine della letteratura, questo insieme di documenti si sviluppa davvero sulla corda del cuore: cuore sintomo non di affettato patetismo, ma di una pedagogia intellettuale alternativa alla «moralonería, al perbenismo rinficuzzito e stenterellesco, al pirlismo, alla ottusità» e spia di un idioletto amicale da misurarsi quasi solo sulle parole di Gadda ma a Parise più che congeniale.

Il muscolo «denominato cuore o καρδία» fa d’altronde spesso capolino nelle lettere di Gadda, a denunciarne la «tensione-esacerbazione-depressione» o a sottolineare un’empatica partecipazione («dal profondo del cuore») ai successi dell’amico, a quanto gli «sta a cuore». Cominciata tra la primavera e l’estate del ’61 – quando erano vicini di casa – per approfondirsi nel successivo periodo di lontananza (Gadda scrive dalla romana via Blumenstihl; Parise è a Treviso per evadere da una deteriorata situazione coniugale e dalle pressioni di Garzanti), l’affinità elettiva tra «due varietà della specie-scrittore non ancora contemplate nell’atlante zoologico del Novecento» si configura inoltre, nella prospettiva di Gadda, come un «rimedio eroico per il suo stato di prostrazione cardiaca e mentale»: un’opportunità di dimenticare, sull’onda dell’intelligenza fantastica del sodale (quando non nell’accelerazione della sua «spider rossa-biposto-inglese»: sulla quale una memorabile gita racconta Parise in uno dei suoi scritti su Gadda), «la vita che non avrebbe voluto vivere». Né sorprende che la «generosità» di Parise sia restituita nei termini di una «donazione di sangue» in grado di fugare le imposizioni dei «fichisecchi», nei quali Scarpa rintraccia una «categoria dello spirito e della prassi umana» rappresentativa di quanto è «arido, ingeneroso, limitato».

Dietro l’apparente monotonia del proprio cliché epistolare – fatto di ritardi, malanni, perifrasi attenuanti e discolpe affannose – Gadda dispiega dunque nel parlare a Parise, complice l’uso di una trascinate terminologia scientifica, un’autenticità che solo una profonda comprensione può garantire. Ad accomunare i due negli anni Sessanta non è del resto la sola intelligenza del cuore, né il «morso che la memoria biografico-biologica infligge loro in maniere diverse» stringendoli al concetto di evoluzione; reduci da due best-seller amati-odiati (il Pasticciaccio e Il prete bello) essi sperimentano altresì una parabola creativa discendente (condensata per l’uno nell’infelice risultato di Amore e fervore; per l’altro nell’impotenza seguita alla tardiva consacrazione letteraria) e appaiono incalzati dagli obblighi: dalla «frana di concomitanze» legate ai premi che piovono su Gadda all’indefesso assedio degli editori. Molte lettere, in tal senso, girano intorno alla ristampa Garzanti dei due primi romanzi di Parise, per i quali Gadda comincia una prefazione, purtroppo irreperibile: chissà in che modi «non ritualmente soffiettosi e tecnici» avrebbe illuminato il grumo di «stupore-sofferenza-qualificapsicologica» al cuore di quei testi. Sul Ragazzo morto egli indugia però volentieri nelle missive, regalando talora giudizi esattissimi.

Di questo, come di altre circostanze del carteggio, le note danno conto nel dettaglio. Ampio spazio è riservato alle interazioni degli Autori con Garzanti, come ai loro rapporti col «Corriere» o alle fasi del Prix International des Éditeurs; e pure si indaga la cabala linguistica di entrambi, o i «lunghi e disperati esami di coscienza» che filtrano le rispettive difficoltà umane e artistiche. Ne risulta un grande affresco – modulato, nelle parole di Scarpa, su «una struttura binaria del Sé che si fa stile», su «due modi dell’essere convertibili l’uno nell’altro» – destinato a perdurare, in ossequio alle «possibilità “perduranti”» (di un desiderato incontro) su cui termina l’ultima lettera dell’Ingegnere: a sopravvivere cioè alla contingenza delle cronache, alla polvere della storia. Della quale Gadda e Parise ebbero un sentimento simile, stimandola non più che «un fico secco»: un trascorrere di detriti, le cui riemersioni archeologiche – e tale è il carteggio, come sopravvissuto a «una catastrofe climatica o geologica» – sono tuttavia doni incommensurabili.

Carlo Emilio Gadda, Goffredo Parise
«Se mi vede Cecchi, sono fritto». Corrispondenza e scritti 1962-1973
a cura di Domenico Scarpa
Adelphi (2015), 346 pp.
€ 18

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