Fabio Pedone

Nascosta con discrezione dietro la mole grigia della Cattedrale di Saint Patrick, la Marsh’s Library è la prima biblioteca pubblica d’Irlanda, nata nel 1701 per volere dell’arcivescovo Narcissus Marsh, sotto il cui sguardo placido, fermato in un ritratto a olio, ancora oggi il visitatore sale la scala di legno che conduce ai suoi austeri ambienti. Qui, in questa «stagnant bay» isolata nel mezzo della vecchia Dublino, un James Joyce appena ventenne approdò nell’ottobre del 1902 per consultare libri che potessero aiutarlo nell’elaborazione di una sua personale via d’uscita dal cristianesimo.

Anche se non fosse stato lui stesso ad accennarvi in seguito nei suoi romanzi, noi ne saremmo al corrente grazie alle firme di presenza rimaste nel registro della biblioteca; ed è intorno ad esse e ai libri da lui letti in quei giorni che fa fulcro la mostra James Joyce. Apocalypse and Exile, aperta l’ottobre scorso e che si chiuderà a Bloomsday, il prossimo 16 giugno. Quei giorni autunnali passati a leggere tra i dorsi bruniti dei tomi di Aristotele e Cicerone nelle sale della Marsh’s saranno ricordati da Joyce già a partire da Stephen Hero, manoscritto cominciato nel 1904, gettato tra le fiamme nel 1911 in una crisi di sconforto e salvato in parte dalla compagna dello scrittore, Nora (dalle sue ceneri sarebbe nato il Portrait of the Artist as a Young Man). Poi la Marsh’s torna ancora nell’Ulisse e infine, in modo ormai piuttosto obliquo e intricato, nell’opera estrema di Joyce, il fantasmagorico Finnegans Wake.

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Corridoio della Marsh's Library

Joyce giunge qui seguendo una suggestione precisa, dopo aver scovato in una bancarella sul lungofiume un racconto esoterico di Willam Butler Yeats, Le Tavole della Legge, in cui si faceva menzione di «Joachim Abbas», ovvero Gioacchino da Fiore: «il calavrese abate Giovacchino» (così Dante nel Paradiso), il cistercense ribelle che alla fine del XII secolo aveva propugnato un rinnovamento profetico annunciando il Vangelo Eterno già prefigurato nel libro dell’Apocalisse. È da un po’ che gli interessi di Joyce sono orientati sul Medioevo e in particolare, verso la fine del 1902, sulla letteratura francescana e sulle eresie profetiche e apocalittiche: probabilmente a muovere i suoi passi verso la Marsh’s Library è proprio un consiglio diretto di Yeats, che sapeva della presenza di una copia dei Vaticinia gioachimiti tra quegli scaffali.

Se c’è un’immagine che a quest’altezza, per forza di anticipazione e densità di rimandi, lega sottilmente la ricerca del giovane Joyce con gli sviluppi futuri e ancora impredicibili della sua opera (fino ai più ambiziosi ed estremi) è nascosta in Stephen Hero. In rotta con la famiglia, la religione e lo squallore di Dublino, Stephen «girellava per le strade di sera modulando frasi tra sé» e ripetendosi la storia del racconto di Yeats, con le parole dei suoi personaggi che somigliavano agli «enigmi di uno sdegnoso Gesù». In Stephen Hero Joyce accenna alla «mente medievale» del suo giovane protagonista; molto più in là, dopo il successo e lo scandalo dell’Ulisse, dirà ad Arthur Power di considerare la cosa più interessante del pensiero dei suoi tempi il ritorno al Medioevo, l’epoca che con i suoi autori e filosofi (san Tommaso d’Aquino su tutti) lo ha sempre attratto di più.

Apocalypse and Exile è una interessante campionatura delle collezioni della Marsh’s calibrata sulla figura e gli interessi del giovane Joyce. La divisione in cinque parti delle venticinque opere in mostra testimonia con quanta completezza è possibile (sempre senza travalicare i confini dei fondi della biblioteca) la ricerca intellettuale di Joyce a vent’anni mentre meditava la fuga all’Irlanda e dalle catene della Chiesa che imprigionavano la sua anima, delineando i problemi che gli occupavano la mente e le sue letture plausibili o accertate con sicurezza poco prima della morte della madre (agosto 1903) e dell’incontro fondamentale della sua vita: quello con Nora Barnacle, avvenuto il 16 giugno 1904, celebrato per mezzo dell’Ulisse e narrato da allora infinite volte.

La teca con cui inizia il percorso accoglie le prime edizioni originali dei romanzi joyciani, a partire da Stephen Hero, i cui frammenti superstiti escono postumi nel 1944. In quelle pagine Joyce parla dell’interesse del suo protagonista per la letteratura del Trecento italiano conservata alla Marsh’s e per «la leggenda del mite eresiarca di Assisi», che il ragazzo studiava «con un senso di pietà», ma sapendo «per istinto che le catene d’amore del Poverello non lo avrebbero tenuto a lungo». Il ricordo delle «profezie sbiadite dell’abate Gioacchino» e della «baia stagnante» in cui l’autore le aveva lette torna in uno dei momenti chiave di Ulisse, e cioè Proteo: quando Stephen Dedalus, poeta in potenza e artista ancora alla ricerca di una forma compiuta, sulla spiaggia di Sandymount medita sulla congerie inafferrabile delle apparenze sensibili del mondo.

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James Joyce, Stephen Hero, copertina della prima edizione (New Directions, 1944).

Vi si innesta anche un riferimento obliquo a Jonathan Swift, che era Decano di Saint Patrick, lì accanto. Allo stesso modo, un passaggio di notevole difficoltà collega «marsh narcissus» e il Dean Swift in Finnegans Wake, ultima opera di Joyce, uscita per Faber & Faber nel 1939 dopo sedici anni di ardua elaborazione. Giocando probabilmente sul mordace ritratto satirico schizzato dalla penna di Swift per l’Arcivescovo Marsh (che alludeva alla sua scarsa propensione per l’igiene), Joyce scrive: «Only snuffer’s cornets drifts my way that the cracka dvine chucks out of his cassock, with her estheryear’s marsh narcissus to make him recant his vanitty fair». Fra «cartocci di tabacco» e «fiera della vanissà», come accade per tutto il Wake il riferimento in codice a Swift («cracka dvine», cioè cracked divine, «ecclesiastico pazzo», ma con dentro la parola Dean, «decano», pronunciata con accento dublinese) non può andare disgiunto da quello alle due Esther che ha amato («estheryear»), una da lui soprannominata Stella e l’altra Vanessa («vanitty»).

La seconda teca contiene cinquecentine veneziane di Dante, Petrarca e Boccaccio, le Tre Corone della letteratura italiana. Joyce aveva studiato italiano fin da quando frequentava il Belvedere College, e poi ancora allo University College Dublin con padre Ghezzi; sarebbe impossibile sottostimare in qualunque modo l’importanza degli scrittori italiani – e in particolare del Trecento – per la sua opera. Già in Stephen Hero il protagonista ingaggia conversazioni polemiche sulla letteratura con il suo insegnante, padre Artifoni, «medita il suo Machiavelli» oppure è invidiato dal compagno di università Moynihan perché può leggere il Decameron nella lingua in cui è stato scritto («Dev’essere dieci volte più piccante nell’originale»).

Ma è Dante che resterà sempre una delle sue stelle polari. Lo spirito sperimentale di Dante, il suo amore per il dettaglio e la fisicità del suono, la capacità di trasfigurare la cronaca proiettandola su schermi e schemi più ampi, allusivi e allegorici, la vocazione intransigente alla sistemazione organica pervadono tutto ciò che Joyce ha scritto. Partendo da una tradizione irlandese, l’autore dell’Ulisse intende essere abbastanza nazionale da diventare internazionale, europeo. E nell’esilio di Dante da Firenze Joyce, anche lui dispossessed, vedrà riflesso voltentieri il proprio, autoimposto, da Dublino odiosamata città dell’anima. Tra i fondi della Marsh’s è presente una edizione veneziana del 1520 che Joyce potrebbe aver consultato (Opere del divino poeta Dante): la si vede aperta sull’incipit della Commedia, con un’illustrazione del Giardino dell’Eden con Dio Padre, Adamo ed Eva; e poi ancora vediamo un Decamerone del 1590 e un Petrarcha con l’espositione di Alessandro Vellutello (Venezia 1538).

5.Vaticinia Gioacchino da Fiore (344x500)

La bestia terribilis dei Vaticinia gioachimiti (Venezia 1589)

Joyce aveva studiato dai Gesuiti, ma sviluppò anche un forte interesse per una tradizione diversa: la letteratura dei francescani. Soprattutto per quella del movimento degli spirituali influenzato da Gioacchino da Fiore, con la sua persistente scintilla di eresia. In Stephen Hero il ragazzo scontento che rimugina frasi e parole fra sé per le vie sporche di Dublino trova una particolare sintonia con i Cappuccini, che gli vanno a genio perché non fanno sfoggio di eloquenza e retorica e non sono desiderosi di mostrarsi uomini di mondo. In realtà l’allontanamento di Joyce dalla Chiesa fu più faticoso di quel che comunemente si crede. Fra altri libri della mostra, una classica Vita S. Patris Francisci di Bonaventura da Bagnoregio, di fine Cinquecento, testimonia questa piega degli interessi joyciani, che si approfondisce orientandosi sui francescani irlandesi e sulle cronache e le storie del loro esilio.

Anche se non esistono prove che lo avesse letto quando frequentava la Marsh’s, non si può trascurare l’influenza su Joyce di un testo cardinale, gli Annals of the Four Masters (presenti in mostra nella traduzione in inglese del 1846), imprescindibile sistemazione della storia d’Irlanda compilata da quattro frati dell’isola nel Seicento. Ibridati con gli Evangelisti e con i Four Zoas di William Blake, gli autori degli Annals verranno trasfigurati da Joyce nei cosiddetti «Mamalujo» di Finnegans Wake. Poi ci sono i santi peregrini che dall’Hibernia avrebbero portato il seme della cultura in tutta Europa, primi fra tutti Colum Cille e il «focoso Colombano», rappresentato in mostra da una sua Vita scritta da Patrick Fleming (Lovanio 1667). Ma una curiosità preziosa è la copia unica al mondo di una sintesi della regola francescana in lingua e caratteri gaelici, Suim riaghlachas Phrionsias, scritta e stampata a Lovanio nel primo Seicento (sappiamo che Joyce a Dublino aveva cominciato lo studio del gaelico con Patrick Pearse).

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La Marsh's Library

L’interesse principale che spinge Joyce a entrare alla Marsh’s Library è però Gioacchino da Fiore. Di area gioachimita, scritti da francescani spirituali influenzati da Gioacchino, sono i Vaticinia, sive prophetiæ Abbatis Joachimi, noti come Vaticinia Pontificum, una serie di profezie sulla successione pontificale a partire da Niccolò III. La copia consultata da Joyce nel 1902 è stampata a Venezia nel 1589 presso Girolamo Porro; da lì è stata tratta l’illustrazione che figura sul retro del catalogo: l’ultimo Papa della storia rappresentato come la bestia terribilis dell’Apocalisse, identificata con l’Anticristo. Quando Stephen Dedalus nell’Ulisse ricorderà di aver letto le profezie di Gioacchino alla Marsh’s Library e citerà invertendolo parodicamente il primo dei versi latini di questo libro (Descende, calve, ut ne nimium decalveris) forse non sa che si tratta un’opera di attribuzione spuria. In quei versi e nell’immagine apocalittica del Papa-bestia Stephen traduce e irride una versione più antica di se stesso (il sacerdozio rimane pur sempre una strada che tentò il giovane Joyce).

Su un piccolo commento gioachimita a Geremia (In Ieremiam prophetam interpretatio, Colonia 1577) c’è un’immagine mnemotecnica per ricordare la successione dei libri della Bibbia, che potrebbe aver affascinato lo scrittore: è un serpente avvoltolato che pare quasi un mandala. In un Liber concordi» Novi ac Veteris Testamenti stampato a Venezia nel 1519 si vede invece uno schema circolare delle Tre Età del tempo umano secondo l’abate calabrese: quella del Padre, del Figlio e – ancora di là da venire – dello Spirito Santo, un rinnovamento che doveva essere preparato da traumatici rivolgimenti apocalittici i cui araldi erano secondo Gioacchino i nuovi ordini religiosi. A ben vedere, le quattro età in cui Joyce divide la storia umana in Finnegans Wake non portano solo la traccia dichiarata di Vico e del suo ricorso ciclico, ma potrebbero tradire anche la lontana influenza delle tre epoche gioachimite. Tanto lontano e tanto indietro nel tempo si spingono le radici di un libro concepito per il futuro.

James Joyce: Apocalypse & Exile
a cura di Anne Marie D’Arcy, John McCafferty, Marina Ansaldo e Jason McElligott
Dublino, Marsh’s Library, St Patrick’s Close
Fino al 16 giugno 2015

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