Christian Marazzi

Pubblichiamo un estratto dall'ultimo libro di Christian Marazzi, «Diario della crisi infinita» in libreria in questi giorni per le edizioni ombre corte. Il libro raccoglie articoli scritti e interventi dell'autore pubblicati negli ultimi anni e che riuniti in questo volume disegnano, come recita il titolo, un diario della crisi: il capitale come rapporto sociale si è spezzato, la creazione di ricchezza è ormai incapace di generare crescita e benessere, mentre produce disuguaglianze vertiginose e sofferenza diffusa. È con questa profonda trasformazione che si misurano i testi e gli interventi raccolti, che non si limitano tuttavia all'osservazione e all'analisi degli eventi economici e politici degli ultimi anni, ma rimandano espressamente a una riflessione collettiva su come agire "dentro e contro" la crisi, lungo quali assi strategici, con quali obiettivi e modalità di lotta.

Il più grande economista del secolo scorso, John Maynard Keynes,in un suo scritto del 1930 prevedeva che entro la fine del secolo lo sviluppo della tecnologia avrebbe permesso la riduzione della settimana lavorativa a sole quindici ore. Keynes basava la sua previsione sulla base della limitatezza dei bisogni materiali. Non solo questa sua previsione non si è avverata (la crescita dei bisogni si è rivelata inesauribile), ma la tecnologia stessa è stata utilizzata per inventare nuovi modi per farci lavorare tutti sempre di più.

Un vero paradosso che viene di solito attribuito al consumismo, responsabile della creazione di un’infinità di nuovi lavori e industrie per soddisfare il desiderio di nuovi giocattoli e i piaceri più diversi. Eppure, se si guarda all’evoluzione dell’occupazione dell’ultimo secolo si nota che tanto è crollata (come previsto) l’occupazione industriale e agricola come effetto dell’automazione, e tanto, anzi tantissimo sono aumentate le libere professioni, i lavori dirigenziali, d’ufficio, di vendita e di servizio, passando da un terzo degli impieghi complessivi a tre quarti.

I lavori che veramente sono esplosi sono quelli amministrativi, con la creazione di intere nuove industrie come quella dei servizi finanziari o del telemarketing, di settori come quello giuridicoaziendale, dell’amministrazione accademica e sanitaria, delle risorse umane e delle pubbliche relazioni. Ai quali andrebbero aggiunti gli impieghi che forniscono a queste industrie assistenza amministrativa, tecnica o relativa alla sicurezza come pure l’esercito di attività secondarie, dai toelettatori di cani ai fattorini che consegnano pizze a chi lavora tanto tempo in altri settori.

I tagli all’occupazione, i licenziamenti e i pre-pensionamenti il più delle volte riguardano lavori socialmente utili, mentre aumentano le attività amministrative e il tempo di lavoro da dedicare a seminari motivazionali, ad aggiornamenti dei profili Facebook o a scaricare roba. Per non parlare di un altro paradosso, quello che vede i lavori che veramente giovano ad altre persone, come quello di infermieri, spazzini, badanti o meccanici, pagati una miseria.

È difficile dare una spiegazione economica a questo aumento delle attività amministrative e di controllo di lavori altrui. Come ricorda l’antropologo David Graber, nell’economia di mercato “questo è esattamente quel che non dovrebbe succedere”, quello che la concorrenza di mercato dovrebbe correggere. Di fatto, l’ultima cosa che deve fare un’azienda desiderosa di profitti è sborsare soldi a lavoratori di cui non ha davvero bisogno.

Forse la spiegazione c’è, non è economica ma politica e morale: liberare tempo per sé, lavorare meno per lavorare tutti e meglio, è visto con sospetto, come se comportasse la perdita di potere sulla vita degli altri. Meglio quindi inventare lavori inutili, ma utili per piegare tutti all’etica del lavoro.

Pubblicato in “RSI Radiotelevisione svizzera, Rete Due - Plusvalore” (12 dicembre 2014).

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3 Risposte a L’invenzione dei lavori inutili

  1. Roberto scrive:

    L’inutilità della maggior parte del lavoro è argomento da esplorare. L’utilità di beni e servizi economici e quindi del lavoro per produrli è un’autoevidenza da mettere in dubbio.
    http://quaderni.sanprecario.info/wp-content/uploads/2013/10/Q5-Lavori-inutili.pdf

  2. Paolo Gerbaudo scrive:

    La tesi qui presentata e’ pressoche identica a quella di Graeber in Bullshit jobs, inclusa la citazione di John Maynard Keynes.

    https://libcom.org/library/phenomenon-bullshit-jobs-david-graeber

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