Cristina Zappa

È una poesia visiva tridimensionale la mostra dell’artista cherokee Jimmie Durham, inaugurata alla Fondazione Querini Stampalia di Venezia durante l’apertura della 56° Biennale: elegante e raccolta, celebra, senza spettacolarizzazioni, l’operato dei maestri veneziani. Scultore, saggista e poeta, Durham, che si è dedicato negli anni Sessanta e Settanta anche al teatro e alla performance, realizza delle sculture assemblando object trouvè dalle più disparate, ma selezionate, provenienze.

Già attivista politico nell’American Indian Mouvement, Durham è considerato una figura preminente dei Cultural e Post-Colonial Studies. Il suo lavoro è il risultato di un confronto, attento e schietto, tra strutture e narrazioni di identità autoctone, che decostruisce gli stereotipi della cultura occidentale e, in particolare, delle rappresentazioni sull’identità degli indiani d’America. Un artista alla vecchia maniera, che usa le mani senza alcuna protesi tecnologica e sostituisce gli strumenti artistici tradizionali con manufatti di recupero. In maniera ironica e pungente, la sua opera riattraversa i fondamenti della tradizione e si interroga sulla funzionalità moderna degli oggetti.

Il progetto espositivo inizia al piano terra, dove i ready made di Durham trovano collocazione appropriata nei locali fortemente connotati dal fare artistico dell’architetto Carlo Scarpa, che si è servito a lungo della sapiente collaborazione degli artigiani locali. L’artista ha girovagato per Venezia nei luoghi più ameni, ha recuperato frammenti di storia e li ha ricomposti per raccontare la storia della città e celebrare la laboriosità dei suoi artigiani. Durham onora senza alcuna gerarchia il lavoro di maestri e manovali, veneziani e non, che quotidianamente rinnovano la storia della città e tramandano gli antichi mestieri di carpentieri, intagliatori, battiloro, vetrai, gondolieri e camerieri.

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Selettiva è la ricerca di partenza: egli utilizza manufatti locali (vetri, legni, merletti, marmi e mattoni di calce) raccolti nei suoi quattro anni di lavoro su Venezia dentro gli squeri, nei cantieri edili, nei polverosi magazzini, nelle officine, nei campi e nelle discariche, e li ricompone, assemblandoli con altri materiali di recupero (tubature, pietre, latte, bottiglie, pezzi di metallo), dando loro una nuova configurazione, una diversa funzionalità e quindi una nuova vita. Quello di Durham è un modo diverso per raccontare storie di vita sommerse. La sua scultura è una nuova narrazione, fatta con frammenti di storia. Le sue opere sono degli assemblaggi di materiali diversi, già passati per le mani di altri artisti, che hanno già dato loro una significazione: Durham fa di ognuna delle sue opere un'elegia degli antichi mestieri veneziani. Vi convivono e diventano un tutt’uno diversi elementi che hanno la peculiarità di essere completamente realizzati dall’homo venetianus.

Nessun paragone è ammesso con il lavoro di Rauschenberg, che nei suoi combine paintings celebrava i manufatti umani (come gli animali impagliati) combinandoli però con oggetti riprodotti meccanicamente (le serigrafie e le icone pubblicitarie care alla pop americana). Al secondo piano, nell’appartamento museo del conte Giovanni Querini, le opere sono dislocate tra arredi e corredi dei grandi maestri del passato. Spettacolare il tavolo imbandito della grande sala da pranzo ove la testa di vetro brunito di un alce ascolta le voci dei commensali, oppure il grande e obtorto mattone di fianco al Medardo Rosso, per non parlare dell’intervento che dialoga con la presentazione di “Gesù al tempio” di Giovanni Bellini. Ancora una volta la sapiente curatela di Chiara Bertola ha portato alla Fondazione Querini Stampalia il lavoro eclettico di un artista contemporaneo con opere che inducono a riflettere sulle sorti di una città unica al mondo per storia e tradizioni.

Jimmie Durham
Venice: Object, Work and Tourism
Fino al 20 settembre 2015
Fondazione Querini Stampalia
Santa Maria Formosa Castello 5252, 30122 Venezia

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