Intervista di Catherine Tricot a Alain Bertho*

Pubblichiamo qui una versione ridotta dell'intervista apparsa su «Regards» in cui per analizzare gli attentati di gennaio a Parigi Alain Bertho ci invita a considerare il punto di vista dei soggetti stessi, sottolineando le difficoltà attuali nel proporre una radicalità positiva.

Come ha interpretato gli attacchi terroristici dei primi dell'anno a Parigi?

Qualche giorno dopo gli attentati del 7 e del 9 gennaio ho letto Underground. In questo libro, basato essenzialmente su interviste, il romanziere giapponese Haruki Murakami prova a comprendere l'attacco mortale al gas nervino Sarin perpetrato dalla setta Aum nella metropolitana di Tokyo nel 1995. Ha così interrogato alcune vittime e alcuni membri della setta. Il suo lavoro mostra fino a che punto, in questo genere di situazioni, le irriconciliabili esperienze soggettive delle vittime e degli assassini si oppongano sul senso dell'evento. L'esperienza delle vittime è quella di un perché senza risposta. La ripetizione circolare delle testimonianze e dell'estremo dolore non produce alcun significato. Lo abbiamo visto a gennaio in Francia, lo abbiamo rivisto a Tunisi a marzo. Quando «le parole non bastano più», o quando «non esistono parole» per dirlo, significa che l'evento è «impensabile», nel vero senso della parola. Ma ciò che restituisce il senso dell'atto e ne assicura la sua continuità soggettiva prima, durante e dopo l’evento, è ciò che pensano coloro che ne sono stati attori o che avrebbero potuto esserlo. Questo è l'intento di Haruki Murakami quando dà la parola ad alcuni membri d'Aum. Ci offre così la possibilità di leggere una intellettualità condivisa da qualche assassino e da molti altri più pacifici giapponesi, nel nome dei quali sono stati commessi gli assassinii. Sebbene il passaggio all'atto sia sempre eccezionale, ci mostra come si radichi in una visione del mondo e in un'esperienza condivisa. Questo è l'elemento mancante per un'autentica comprensione del 7-8-9 gennaio 2015.

Come ricostituire o completare questo quadro?

Nonostante l'orrore che ci evoca, bisogna comunque comprendere il senso che costoro hanno dato a quegli atti. La categoria di terrorismo è troppo generale e generica. Abbiamo a che fare con l'incontro di esperienze personali e di una figura contemporanea e mortifera della rivolta che la sola logica poliziesca e militare non riusciranno a far scomparire. Gli atti di Amedy Coulibaly e dei fratelli Kouachi, come quello di Mohammed Merah, sono il frutto di storie singolari, di storie francesi. Come quelle di alcune migliaia di giovani francesi partiti in Siria. Come quelle di coloro, molto più numerosi, che, a differenza nostra, non guardano per forza con tanto orrore questa guerra annunciata contro l'occidente corruttore. Allo stesso modo, i salafiti tunisini frequentati dagli assassini del Bardo sono particolarmente ben radicati a Sidi Bouzid e Kasserine, culle della rivoluzione di dicembre 2010/gennaio 2011. Meglio ancora: alcuni di loro, all’epoca non appartenenti a dei gruppi salafiti, sono stati gli artefici della rivoluzione tunisina.

Come interpreta la conversione all’Islam di giovani senza alcun rapporto con la cultura araba, a volte cresciuti in realtà impegnate e di sinistra?

Penso che sia necessario capire che non abbiamo a che fare con un fenomeno settario isolato, e soprattutto che non abbiamo a che fare con una «radicalizzazione dell'islam», ma piuttosto con un'islamizzazione della rivolta radicale. Sappiamo che i candidati francesi alla jihad sono spesso dei convertiti o, come nel caso di Coulibaly e dei fratelli Kouachi, dei praticanti tardivi. La verità dei loro moventi e del loro pensiero non deve essere cercata più di tanto nella teologia, dell'islam in generale o del wahhabismo in particolare, ma nella coerenza contemporanea dei propositi politici di cui sono portatori. [...]

Per tutta una generazione che varca oggi l'età adulta, s'impone un'evidenza: alla fine del cammino, imboccato dai propri genitori, che sono emigrati per una vita migliore, che hanno militato per il sol dell'avvenire o intrapreso il percorso della riuscita personale, c'è un’impasse. Non c'è più speranza collettiva di rivoluzione o di progresso sociale e vi è poca speranza di riuscita individuale. [...]

Che cos'è una rivolta che non ha più né futuro né speranza? Quando abbiamo questo in testa, capiamo meglio la potenza soggettiva dei propositi jihadisti. Il solo avvenire proposto è la morte: quella «dei miscredenti, degli ebrei e dei crociati», come quella dei martiri. [...]

Il crollo della categoria di futuro di cui abbiamo parlato, e che l'antropologo Arjun Appadurai ha messo al centro de suo ultimo libro The Future as Cultural Fact, è senza dubbio una delle dimensioni dell'ondata di scontri che hanno toccato il mondo intero dall'inizio di questo secolo. […] Questi scontri possono sfociare su due divenire possibili: la costruzione di una figura durevole della rivolta e della speranza che s'incarna nei movimenti politici organizzati e nelle prospettive istituzionali, o la deriva verso lo sconforto e la violenza minoritaria.

Durante questi dieci ultimi anni, una generazione si è rivoltata. Se nulla sembra muoversi, come sconvolgersi che alcuni decidano di passare alla «fase 2»? È l'esperienza biografica degli assassini di gennaio. Il 17 settembre 2000, Amedy Coulibaly, che aveva allora 18 anni, ruba delle moto con un amico, Ali Rezgui, 19 anni. Vengono inseguiti dalla polizia... che spara, e Ali muore nelle sue braccia in un parcheggio di Combs-la-Ville. Nessuna indagine viene aperta per questa bavure [abuso poliziesco]. Ciò provoca due giorni di scontri alla Grande-Borne di Grigny. Dove sono oggi tutti gli attori degli scontri delle banlieue del 2005? E tutti quelli che li hanno guardati fare con simpatia? Come vedono la vita e la politica? Che sguardo portano sugli eventi di gennaio? Non li abbiamo ascoltati prima, né durante, né dopo il 7 gennaio. La sera dell’8 gennaio, non sono andato alla République, ma all'appuntamento davanti al comune di Saint-Denis, città nella quale abito. Ho raramente visto così tanta gente, così emozionata. Era presente tutta la rete dei militanti, ma non c'erano quasi le persone ordinarie, gli sconosciuti, la gente e i giovani «dei quartieri». Presi nella nostra emozione collettiva, non so se ci siamo resi conto della frattura silenziosa che stava prendendo forma.

Come ha vissuto la grande manifestazione dell'11 gennaio?

È un evento complesso. Non so se abbiamo mai conosciuto nella storia une mobilitazione così massiccia, costruita su uno smarrimento. Non l'ho propriamente vissuta come una marcia funebre, come il funerale della generazione del ‘68. È su questo smarrimento che lo Stato ha potuto costruire un senso al quale ha dato il nome di «L’esprit du 11 janvier». Nell'espressione «Je suis Charlie» ci sono almeno due cose che è necessario chiarire. Innanzitutto il «je» che non è uno scontato nous sommes Charlie. Poiché il «noi» non è preesistente allo smarrimento, si costruisce nella condivisione dell'emozione e nell'assembramento. Per questo è ideologicamente plastico. Poi c'è Charlie. Ma ci sono stati tre tipi di categorie di vittime: i «miscredenti» (Charlie), gli ebrei (l'Hypercacher) e i «crociati» (il poliziotto dell'11ème arrondissement et la poliziotta di Montrouge). Mohammed Merah se l'era già presa con gli ebrei e i «crociati» senza suscitare tante emozioni. E scommetterei che se Coulibaly avesse agito solo e i fratelli Kouachi non avessero attaccato Charlie, la mobilizzazione non sarebbe assolutamente stata la stessa. Qualche cosa si è annidata attorno all'attacco ad un giornale poco conosciuto e poco letto, diventato sicuramente simbolo di una libertà collettiva. È anche contro un bersaglio, testimone degli anni ‘60-‘70, che se la sono presa, senza saperlo, gli assassini, ossia a dei ricordi di infanzia e giovinezza, alle ultime tracce di una rivolta giovanile di un'altra epoca. Ma una parte delle incomprensioni nazionali si trova qui. In un certo modo, un’équipe ereditiera del maggio ‘68 ha condotto fino all'ultimo delle battaglie diventata fuori-luogo rispetto alle questioni pressanti dell'oggi. Charlie ha iscritto la sua irriverenza nei confronti dell'islam nella sua postura d'opposizione alle chiese e ai dogmi che impediscono la liberazione della società. Non ha calcolato che in Francia nel ventunesimo secolo, prendersela con l'Islam, significa soprattutto ferire le persone dominate per le quali la religione è un punto d’appoggio per far fronte alla sofferenza sociale.

«L'esprit du 11 janvier» non l'ha coinvolta?

Una volta ancora, chi controlla il senso dell'evento? Chi lo costruisce? È il potere che parla dello «spirito dell'11gennaio». Lo ribadisco, la condivisione dell'emozione si è fondata su un non-detto. Gli incidenti attorno al minuto di silenzio sono stati rivelatori di questo non-detto. E piuttosto che ascoltare il malessere che si esprimeva allora, sono stati nel vero senso dell'espressione «ridotti al silenzio», sottomessi all'obbrobrio generale e addirittura messi sotto accusa. Siamo così passati da un'emozione condivisa all'emozione intimata. Si pensa di inculcare attraverso l'autorità i valori della Repubblica? Lo sappiamo bene, da almeno una generazione, che questi valori sono anche delle promesse non mantenute. L'obbligo di aderirvi è una violenza supplementare. [...]La proprietà dei valori è di fornire un senso etico all'esperienza. E, ahimè, per alcuni, la jihad risponde proprio a questo.

Qual è il rapporto tra jihadisti di qui, che partono in Siria, e coloro che contestano il minuto di silenzio?

Siamo di fronte a delle traiettorie soggettive diverse e in parte disgiunte. È un errore grossolano assimilare quelli che hanno contestato il minuto di silenzio a dei candidati jihadisti, o anche a dei turiferari. E anche tutti coloro che partono in Siria non sono forzatamente devoti all'assassinio individuale. C'è in questo passaggio all'atto ultimo una parte di distacco irrazionale. Ma c'è anche un contesto condiviso e dei vissuti che si fanno eco. Come in altre epoche, questo contesto è oggi abbastanza potente per polarizzare questi distacchi psichici, per dare un senso contemporaneo alla follia. Per i giovani del La Grande Borne, Amédy Coulibaly è identificato come uno un «po' fuori». Ma in quale contesto soggettivo si trova? Un contesto dato da esperienze condivise, smarrimento e ribellione di fronte ad un mondo politico, mediatico, istituzionale che non tiene conto del malessere o della sofferenza di una parte delle classi popolari. È più di un'esperienza di «esclusione» oggettiva. È l'esperienza collettiva di una negazione soggettiva.

Quali sono le conseguenze di questa negazione d'esistenza?

Non bisogna sottostimare gli effetti devastanti di questa esperienza popolare: l'esperienza della menzogna permanente dei discorsi politici e giornalistici che ha per oggetto i territori da loro abitati. Questa esperienza distrugge il senso della nozione stessa di verità e alimenta tutte le voci e tutti i complottismi diffusi da Alain Soral e dai suoi amici. Da questo punto di vista, l'influenza di Dieudonné come eroe «anti-sistema» doveva essere precedentemente considerata come un sintomo più globale e non una deriva morale solitaria. Dall'altra parte, non si sottovaluti che l'indifferenza generale nei confronti dell'islamofobia ha anche aperto la strada a un rinnovo dell’antisemitismo. Oggi, il risultato è che se l'islamofobia progredisce, l'antisemitismo anche. In concorrenza alla destra ufficialmente islamofobica del FN, oggi trova terreno fertile una nuova destra estrema, «rivoluzionaria» , popolare e antisemita.

E adesso?

Un periodo si chiude... La conversione allo jihadismo è oggi una delle figure possibili della rivolta. La risposta a questo dramma non può certamente incarnarsi nell'ordine, repubblicano o no che sia. La risposta è piuttosto da cercarsi in una figura alternativa e contemporanea della rivolta, una rivolta che non si pone sul terreno della negazione del futuro, della negazione del passato e dell'odio del pensiero. Le due questioni chiave che sono davanti a noi sono quella del possibile e quella della pace. «Podemos», ci dice il movimento di Iglesias in Spagna. Quando la finanziarizzazione del potere ci racchiude nel calcolo delle probabilità e dei rischi, è urgente aprire dei possibili senza i quali il futuro non è che una parola vuota. E quando la guerra o la minaccia della guerra (o del terrorismo) tendono a divenire una modalità di governo, è tempo di ridare senso a una prospettiva di pace collettiva che non passi per una politica securitaria, né per degli attacchi aerei un po' ovunque nel mondo. È forse anche questo ciò che ci hanno detto i manifestanti dell'11 gennaio. Non sono sicuro, però, che siano stati ben ascoltati su quest'ultimo punto.

Traduzione dal francese di Marta Lotto

* Alain Bertho è professore di antropologia a Parigi VIII, direttore della Maison des sciences de l'homme de Paris-Nord e autore del libro Le temps des émeutes (2009). Da dieci anni si occupa di rivolte urbane nel mondo, di cui segnala in tempo reale l'evoluzione sul blog  http://berthoalain.com/

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