Intervista di Jacopo Galimberti a Irene Fernández Ramos *

Puoi descrivere in breve il tuo lavoro?

Al momento scrivo la mia tesi dottorale all’università di Londra e lavoro quattro ore al giorno in un social network a Berlino, città dove abito. Faccio anche l’insegnante di spagnolo una volta alla settimana.

Come ti sei avvicinata alla tradizione politica dell'operaismo e/o al Marxismo dell'autonomia degli anni Settanta?

Abbastanza tarde. Sono cresciuta in un ambiente conservatore a Madrid dove ho sentito sin da piccola il discorso del lavoro a destajo (a cottimo) e del sacrificio come un valore morale che doveva essere coltivato e valorizzato. Il lavoro fisso, indefinito ed stabile era una conseguenza logica della mia formazione, e portava mano a mano a formare una famiglia e diventare una donna vera. Sei anni dopo aver lasciato la Spagna per lavorare nel settore dello sviluppo in Centroamerica e Medio Oriente, sono tornata in Europa per studiare a Londra. Nella mia università (SOAS) mi hanno guidato, a traverso l’idea gramsciana di egemonia culturale, fino a i testi di Negri.

Cosa significa per te oggi "rifiuto del lavoro"?

Secondo me, il rifiuto del lavoro si è transformato in una nozione molto più fluida nel contesto della globalizzazione. In contesti europei in cui la precarietà lavorativa è la norma – come in Spagna o Italia -, la flessibilità e mobilità può essere identificata erroneamente con un certo rifiuto del lavoro che però non è affatto tale. Vedo intorno a me gente della mia età che mette in pratica un certo livello di rifiuto ma solo finché non hanno accesso a un lavoro che sia concorde con le sue aspirazioni, normalmente economiche. Il rifiuto del lavoro sarebbe un stile di vita che non cerca di essere al 100% coerente; piutosto piccoli boicottaggi quotidiani che cercano di avvicinarsi ad un equilibrio perfetto nello scambio tempo-soldi che si trova alla base del lavoro subordinato.

rifiuto del lavoro_irene

Come cerchi di mettere in pratica questo rifiuto?

Un po' incosciamente ho sempre cercato lavori che potessero essero lasciati facilmente. Ho anche cercato di farmi pagare per lavori che sarebbero considerati poco degni oppure con una reputazione dubbiosa, come lavorare come clown, o invece farmi pagare, per esempio, per tagliarmi i capelli. L’idea del dottorato è uscita dal desiderio di dedicarmi a un lavoro che mi aportasse uno stimolo intelettuale, mi permetesse di avere orari flessibili e che dissolvesse la divisione tra la mia vita ed il mio lavoro.

Purtroppo non vengo pagata per studiare e adesso lavoro part-time in una start-up dove vengo pagata il minimo per un lavoro che richiede persone altamente qualificate; allora, il mio rifiuto lo metto in prattica usando le risorse dell’azienda (dalla carta igienica, la stampante, la frutta e i dolci che ci danno fino al tempo che devo dedicare al lavoro) per i miei fini personali.

* I redattori hanno deciso di non corregere i refusi, poiché pensano che a volte occorra sabotare e meticciare anche le lingue.

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