Francesca Benocci

Nell'ottobre 2013 la scrittrice neozelandese Eleanor Catton ha vinto il Man Booker Prize con I luminari (The Luminaries, VUP 2013, edito in Italia da Fandango nella traduzione di Chiara Brovelli), il suo secondo libro dopo La prova (The Rehearsal, VUP 2008, Fandango 2010, traduzione di Flavio Santi). Nata e cresciuta in Canada, Eleanor Catton (1985) è la più giovane scrittrice ad aver mai ricevuto questo premio e con le sue 832 pagine I luminari è il romanzo vincitore più lungo nei quarantacinque anni di storia del Booker.

Sul sito di Fandango, I luminari è presentato così: “1866, Nuova Zelanda. Walter Moody è appena sbarcato nella città dell’oro, un piccolo avamposto ai confini con il mondo civilizzato, costruito tra la giungla selvaggia e la costa più impervia, esposta ai venti e agli influssi delle maree. Vuole far fortuna nelle miniere, come cercatore, ma la notte del suo arrivo si ritrova, quasi casualmente, nel bel mezzo di una misteriosa riunione, un pantheon rovesciato di dodici uomini dalla pelle segnata dal sole e ingrigiti dalla polvere. Si sono dati appuntamento in gran segreto nella sala fumatori del Crown Hotel per parlare di una serie di crimini e misfatti avvenuti a Hokitika in quei giorni, e rimasti ancora irrisolti”.

Il Man Booker Prize è un riconoscimento molto prestigioso per chi scrive in lingua inglese, ed è solo la seconda volta che il vincitore viene dalla Nuova Zelanda. Trent’anni fa, per essere precisi nell’ottobre 1985 (proprio l’anno di nasscita di Eleanor Catton), lo stesso premio era stato conferito a un’altra scrittrice e poetessa neozelandese di origini māori ed europee: Keri Hulme (1947). Il romanzo vincitore, the bone people, è un’opera controversa, dalle tematiche intensissime, e il verdetto del Booker non ha mancato, in seguito, di generare polemiche infinite nei circoli letterari e accademici neozelandesi. È la storia toccante di un uomo, una donna e un bambino che devono ciascuno trovare un modo in cui sopportare la vita e quello che la vita ha riservato loro: Joe è di etnia māori, ha perso la moglie e il figlio neonato per via di un’epidemia di influenza e ha trovato rifugio nell’alcol; Simon, pākehā (che in Nuova Zelanda sta per “non māori, di origini europeo-britanniche”), ha circa cinque anni, è muto ed è figlio adottivo di Joe da quando lo hanno ritrovato su una spiaggia, superstite di un incidente nautico; Kerewin Holmes (alter ego dell’autrice Keri Hulme) è di discendenza mista, molto solitaria e sarà il “ponte” che consentirà a Joe e Simon di trovare l’equilibrio necessario per coesistere. In cambio loro le restituiranno la pace, la speranza e la famiglia.

Letto in ambito post-coloniale, oltre ad essere una cronaca delle problematiche intrinseche a una società dal biculturalismo in parte “forzato” (alcolismo, violenza, solitudine, perdita delle radici e dei riferimenti culturali), è anche espressione della sintesi auspicabile nell’evoluzione sociale di un paese abitato da due popoli diversi, impegnati a trovare un equilibrio che consenta loro di coesistere senza perdere se stessi.

Il romanzo, dalla vicenda editoriale piuttosto complessa, è stato pubblicato nel 1984 e, nel 1991, è stato tradotto in tedesco. A tutt’oggi non è ancora disponibile una traduzione in italiano, nonostante si tratti di una delle opere fondamentali della letteratura neozelandese. Allora occorre riflettere su cosa sia cambiato, specie nel mondo della traduzione editoriale: in questo caso non può trattarsi di lunghezza, perché the bone people è lungo circa 500 pagine; non è l’influenza cinematografica, perché di The Luminaries non esiste ancora un adattamento cinematografico; non è l’importanza dei riconoscimenti conferiti, perché hanno vinto lo stesso premio internazionale. Che sia, forse, la distanza che si accorcia? O che invece, più probabilmente, il “regionalismo” delle tematiche del romanzo di Hulme non si adattasse (e non si adatti) al “lettore globale”?

The Luminaries è un’opera mastodontica ed eccezionale ma, senza nulla togliere al merito del vincitore del Booker 2013, la speranza per il futuro di questo mondo in movimento spasmodico verso l’ubiquità dovrebbe essere, per lo meno dal punto di vista editoriale, quella della condivisione dell’appartenenza, non della rinuncia ad essa.

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