Chiara Colasurdo

Pubblichiamo questo intervento in occasione delle prossime presentazioni del libro di Dardot e Laval «Del comune o della rivoluzione nel XXI secolo» (DeriveApprodi, 2015).

Nel dibattito europeo si sta imponendo a gran voce il tema del comune, come forma di organizzazione e decisione delle comunità territoriali - inscindibilmente legato a quello dei beni comuni – quei beni, materiali ed immateriali, oggetto di interesse collettivo. Sembrerebbe quasi inflazionarsi questo tema, date le numerose pubblicazioni che si spingono, per assurdo, ad inglobarvi tutto quanto rientra nella sfera dei diritti della persona in particolare.

Il motivo per cui forse è ancora importante concentrare l'attenzione sulla questione che questi temi pongono, è l'enorme distanza che esiste tra lo studio, la ricostruzione teorica dei beni comuni e le pratiche del comune, distanza che alle volte devia dall'obiettivo, insieme costruttivo e decostruttivo, di trovare delle forme reali di resistenza all'attacco violento che il neoliberalismo sferra quotidianamente contro la dignità delle nostre vite.

Allora la questione che voglio porre è ciò che con Lévinas potremmo definire come un' irriducibilità al tema, ciò che eccede la formalizzazione o la descrizione tematizzante1, una questione di ospitalità delle tracce che si dipanano continuamente a partire dall'agire quotidiano. Ecco perché provo a prendere le mosse dalle pratiche dei beni comuni in atto all'Asilo di Napoli, e in Italia, in una prospettiva produttiva.

Queste pratiche sono la sostanza di un potere che si esplica attraverso infinite capacità di azione, generative di un'incondizionata produzione sociale per un verso, e capaci altresì di produrre un'economia della vita che ha l'ambizione di non rimanere incastrata nella morsa del mercato e dello Stato. La potenza/potenzialità della sostanza si manifesta attraverso modi, che sono l'attualità della sostanza agente che ne sanciscono l'assoluta realtà2: è propriamente il caso delle esperienze di occupazione di spazi con vocazione culturale, delle relazioni che si creano internamente e collateralmente a queste e che diventano generative di nuovi esperimenti politici, culturali, economici; esperienza e rappresentazione hanno bisogno di essere tradotte attraverso nozioni comuni nella geometria dello spazio sociale.

Ebbene questi modi acquisiscono uno statuto di diritto, un diritto assoluto di esistenza pari all'assoluta realtà di una sostanza che, nelle pratiche che interpretiamo, è fatta di corpi, di intelligenze, di spazi, urbani ed immateriali, ed investe altresì la questione della gestione dei servizi pubblici: in breve si tratta di tradurre il momento dell'individuazione del bisogno nel momento della sua soddisfazione.

È in quest' alveo che si inserisce la questione dell'organizzazione della produzione e del lavoro, più in generale della valorizzazione della forza produttiva delle esperienze che praticano la strada del comune. Corpi autonomi eppure corpi riconoscibili e riproducibili. Lo sviluppo di questa complessità può aprire caratterizzazioni produttive dei beni comuni intesi come spazi di decisione pubblica, ma anche come luoghi di riappropriazione ed equa redistribuzione delle risorse oltre che di sperimentazione di nuove forme di organizzazione sociale ed economica basate sulla mutualità e sulla cooperazione.

Dentro lo spazio urbano il tema dei beni comuni agisce coinvolgendo il grande problema della decisione: comune deve essere la decisione sul destino dei territori in cui la vita si svolge, del patrimonio pubblico e privato, ed in questo caso possiamo parlare di produzione di democrazia diretta. Alla responsabilità comune può essere affidata la gestione produttiva di risorse attraverso regole non più fondate sul calcolo utilitario, sottraendo la reciprocità – dimensione tipica del rapporto di lavoro - al fine utilitaristico e ai rapporti mercantili; garantendo, al contrario, fini redistributivi informati a standard di equità. In questo caso viene in rilievo il problema dei soggetti giuridici, dei soggetti collettivi in particolare, della responsabilità diffusa, il problema di una tensione verso la ricerca di nuove forme di aggregazione e produzione sociale che stiano in mezzo tra l'individuo e lo Stato, come suggestioni sociali e giuridiche di un lavoro politico tutto da svolgere.

Alla luce della configurazione di queste nuove forme di organizzazione e produzione come nuove istituzioni, le istituzioni del comune, è necessario indagare lo spazio teorico che può offrire, sulla scorta delle nozioni comuni di deleuziana memoria, una consistenza materiale all'immanenza di questi esperimenti, anche in vista della loro riproducibilità. Sfibrate le garanzie e le tutele pubbliche affidate al modello italiano di Welfare State, nei rapporti di produzione del capitalismo cognitivo precarietà, mobilità, frammentarietà contrattuale e sociale divengono elementi costitutivi del lavoro di tutti i soggetti indipendentemente dal genere3. Posizionandosi obliquamente i beni comuni si caratterizzano come il banco di prova di una nuova possibilità, uno spiraglio di trasformazione in divenire.

Dopo aver restituito la bellezza di uno spazio monumentale alla città, attraverso un percorso che si è incardinato immediatamente nel diritto pubblico, ci si interroga sulla potenza della soggettività, quindi sulle possibilità produttrici di soggetti cooperanti, in una rete di interdipendenza che tiene insieme elementi di stanzialità ed elementi di nomadismo senza i quali l'Asilo non esisterebbe. Lavoro vivo il cui valore esige che si misuri con l'incalcolabile, come la giustizia; perché oltre alle generazioni future, una convinzione radicata è che anche il presente debba trovare nel presente forme di soddisfazione intesa come circolazione ininterrotta, fecondità inesauribile, capacità generativa. Produzione di coscienza politica e produzione di socialità, che possono condurre ad una trasformazione globale del sistema di valori, una riorganizzazione capace di incidere anche sul diritto dell'impresa, informandolo di principi cooperativi e non competitivi: il valore prodotto dal lavoro vivo è dismisura, un surplus che può organizzarsi come una macchina per costruire un mondo nuovo4.

Il piano transnazionale, il piano europeo ci mostra la necessità di una politica comune per promuovere lavoro comunitario, non pagato come lavoro salariato dentro un sistema che separa la forza dalla sua azione, cioè dalla sua stessa essenza, e dargli riconoscimento sociale, politico ed economico a partire dalla sua potenza, dalla reale consistenza, dalla sostanza, della forza produttiva5 nel modo peculiare in cui si esplica, come atto e potenza simultaneamente. Decolonizzare le relazioni di produzione dalla metafisica attraverso cui si traducono in relazioni di sfruttamento e agire la forza lavoro come forza produttrice e non meramente produttiva6 questa può essere una prima direzione. Una politica della solidarietà come rafforzamento della società civile, che smascheri l'illusione di poter risolvere, con lo strumento formale del contratto, il problema della distanza tra sé e l'altro, supportata da un reddito di esistenza, che non si configuri come il corrispettivo di una prestazione, e che garantisca un legame sociale liberamente scelto, e non condizionato dalla necessità della sopravvivenza, costitutivo di vita pubblica che eccede il doppio attacco del mercato e dello Stato7.

C'è bisogno di forme di agevolazione fiscale, peraltro informalmente in sperimentazione nella giovane organizzazione del lavoro praticata all'Ex Asilo Filangieri, per quei tipi di prestazioni, come quelle culturali e artistiche, che sono per natura prevalentemente intermittenti. Sostegno al reddito e defiscalizzazione del lavoro e della produzione dal basso si pongono come orizzonti etici e politico-economici indispensabili in tempi di precarietà generalizzata.

Se ci lasciamo spronare da J. L. Nancy quando con riguardo a la democrazia a venire ingiunge che “occorre che si doni il tempo che non c’è”8 , ci rendiamo conto che quel tempo da donare si traduce in una responsabilità politica nei confronti del nostro tempo, che muove aprendo spazi di produzione materiale ed immateriale, di relazione e di sviluppo di forme di cooperazione che siano anche prodromi di una organizzazione etica perché attenta alla felicità ed alla dignità umana, che tende alla giustizia sociale; consci che l'emancipazione economica è anche libertà sociale e politica: diritti di tutte le persone.

La questione dell'organizzazione e dell'articolazione di nuove forme di conflitto è la questione centrale. Noi dobbiamo provare ad immaginare in quali dinamiche di relazione sociale, in quali pieghe e meandri, può emergere un piano diversificato, capillare e seduttivo di lotta alla generalizzazione della precarietà e della povertà.

Una nota critica sul modo in cui si agisce ancora oggi il conflitto, può emergere dalla constatazione di un esercizio sistemico, affatto rivoluzionario, di quel barlume di potere di organizzazione all'interno dei movimenti stessi, che ne ha sancito la fallacia: non è più possibile restare alla mera constatazione e contestazione simulando l'esercizio della forza, certamente la rabbia sociale può riuscire ad essere più scaltra, a manifestarsi attraverso tutt'altra intelligenza. Oggi più che mai è necessario lavorare sulla distruzione dei valori e dei simboli, lottare contro la loro restaurazione, proponendo e costruendo un'altra organizzazione sociale ed economica, rompendo l'egemonia del discorso teorico che accompagna l'organizzazione totalitaria della società evidenziando, al contrario, pulsioni, esigenze di vita, nuove identità che sfuggono al suo dominio. Mi piace ricordare che, ironicamente, nella dimensione relazionale delle nostre esperienze politiche si dice che “siamo noi i beni comuni!”. Devo ammettere c'è della verità in questa espressione!

Infine, per approfondire il tema, mi sembra indispensabile rimandare al recente lavoro di Christian Dardot e Pierre Laval, pubblicato da Derive Approdi nel mese di aprile, con la prefazione di Stefano Rodotà, Del Comune o della Rivoluzione nel XXI secolo. Il saggio, che verrà presentato a Napoli e a Roma nei prossimi giorni, traccia, molto attentamente, la direzione delle lotte e degli esperimenti politici e giuridici che in questi anni hanno caratterizzato la difesa dei beni comuni con particolare riguardo alle nuove forme di organizzazione del comune.

Presentazioni:

Giovedì 11 giugno, ore 17.00 - Biblioteca del Senato, Sala degli Atti parlamentari - piazza della Minerva 38, Roma. Con: Pierre Dardot, Fausto Bertinotti, Giacomo Marramao. Coordina Antonia Tomassini.

Sabato 13 giugno, ore 16.30 all'Asilo, vico Giuseppe Maffei 4, NapoliCon: Pierre Dardot, Ilenia Caleo, Antonello Ciervo, Lorenzo Coccoli, Chiara Colasurdo, Adriano Cozzolino, Francesco Festa, Fabrizio Greco, Maria Rosaria Marella, Sergio Marotta, Giuseppe Micciarelli, Federico Zappino, Esc Atelier autogestito.

  1. E. Lévinas, Altrimenti che essere o al di là dell’essenza, Jaca Book, Milano 1983, 83-84. []
  2. G. Deleuze, Cosa può un corpo. Lezioni si Spinoza. Ombre Corte, Verona, 2013, p. 11. []
  3. In tal senso C. Morini, Per amore o per forza. Femminilizzazione del lavoro e biopolitiche del corpo, Ombre Corte, Verona 2010; N. Power, La donna a una dimensione. Dalla donna-oggetto alla donna-merce, DeriveApprodi, Roma, 2001. []
  4. T. Negri, Arte e multitudo, DeriveApprodi, 2014, p. 85. []
  5. In tal senso, A. Gorz, On the Difference between Society and Community, and Why Basic Income Cannot by Itself Confer Full Membership of Heither, in Ph. Van Parijs (a cura di), Aguing for Basic Income, Ethical Foundation of Radical Reform, Verso, London-New York 1992, p. 183. []
  6. P. Macherey, Il soggetto produttivo. Da Foucault a Marx, Ombre Corte, Verona, 2013, p. 41. []
  7. Sul tema, G. Standing, Precari. La nuova classe esplosiva, il Mulino, Bologna, 2012; p. 224: “La soddisfazione è l'appagamento che può derivare dal godimento della vita e delle relazioni umane in generale, In ogni caso, fare della felicità un feticcio non è cosa degna di una società civilizzata . Occorre che il precariato presti molta attenzione al tipo di esistenza che lo Stato predispone”. []
  8. J.-L. Nancy, L'esperienza della libertà, Einaudi, Torino, 2000. []
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