Paolo Caffoni

If you follow the traffic of whales,
you will find the kind of thinking in public life.

A. Kluge

Non ho potuto fare a meno di ricordare il film di Alexander Kluge “Gli artisti sotto la tenda del circo: perplessi” visitando la 56. Esposizione internazionale d’arte a Venezia. Non solo perché con questo film nel 68’ Kluge vinse il Leone d’oro alla mostra del cinema, ed è oggi in mostra con una versione filmica del Capitale di Marx, o meglio, sull’aspirazione del registra Eisentein di filmare Il Capitale, ma anche perché la prima sequenza del film “Lavoro funebre: la giornata dell’arte tedesca, 1939” è un riferimento diretto alla carriera del curatore della biennale e direttore dell’Hause der Kunst di Monaco Okwui Enwezor. Oggi come a Monaco, nell’atto di insediamento Enwezor rivolge lo sguardo verso la storia dell’istituzione; se per la Casa dell’Arte tedesca è la sua fondazione nazista (Haus der Deutschen Kunst), alla Biennale è la rappresentanza dei padiglioni, le narrative nazionali, i regimi coloniali letti attraverso la lente dell’angelo della storia di Benjamin. Non a caso è esposta ai Giardini, nell’installazione di Fabio Mauri I numeri malefici (1978), una gigantografia che ritrae il Ministro della Propaganda Joseph Goebbels all’inaugurazione della mostra “Arte degenerata” nel 1938.

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Joseph Goebbels visita la mostra Entartete Kunst (1938)

Significa forse che stiamo entrando la dimensione della zoo-politica, la nuda vita, il corpo biologico, il piacere e il dolore, per distinguere il termine dalla bio-politica, la vita qualificata, il linguaggio, il bene e il male? È nota in questo senso l’analisi di Agamben dei campi di concentramento. La violenza dell’atto iniziale, programmata, omologa tutto. Se Enwezor non stabilisce più alcuna distanza fra le cose, la loro non è che una successività pura nella forma dell’elenco, vale allora la pena di cogliere la suggestione di Kluge e addentrarsi nell'esposizione seguendo come un filo rosso il traffico delle balene.

Nel lavoro filmico di John Akomfrah Vertigo Sea: Oblique Tales on the Aquatic Sublime (2015), le immagini della diaspora Africana, i rifugiati vietnamiti della Boat People negli anni Settanta e i naufragi nel Mediterraneo dei migranti in transito dalla Libia a Lampedusa risuonano per la prima volta all’unisono in un senso di continuità nella tragedia. L’archivio visivo della BBC Natural History Unit è un tempo e una durata dell’amnesia in cui vengono ricollocati tutti questi resti, il confronto fra l'uomo e il mare nella sua vastità e anonimità ricordano i quadri del romanticismo, un “sublime acquatico di grande bellezza e terrore” perché le figure che gli danno forma sono corpi morti.

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John Akomfrah, Vertigo Sea (2015) - Foto Another Africa.

Se attorno al 1982, anno di fondazione del Black Audio Film Collective, Akomfrah leggeva il poema di Heathcote Williams Whale Nation, i cui versi sarebbero diventati fra gli argomenti più influenti per la campagna di messa al bando della caccia ai cetacei, nel primo film del gruppo (Handsworth Songs, 1986) sulle proteste nel quartiere multietnico di Handsworth, a Birmingham, sono remixate parti della traccia audio “Songs of the Humpback Whale” in cui il biologo Roger Payne registra per la prima volta il canto delle balene nell’oceano atlantico.

Per Akomfrah la storia della caccia alle balene è anche la storia della tratta degli schivi, nel XVI secolo la tecnologia della baleniera è la stessa che ha permesso la deportazione attraverso l’atlantico: “Lasciare la costa, per spingersi sempre più lontano.”

La storia della tecnologia è anche il punto di partenza del lavoro dell’artista sudcoreana Ayoung Kim, Zepheth, Whale Oil from the Hanging Gardens to You, Shell 3 (2015) ricostruisce la dipendenza globale dal combustibile naturale “oil”, nel XVI secolo l’olio di Balena era l’unico combustibile per lampade ma anche il propellente per i motori delle stesse baleniere, fino all’accordo fra Corea del sud e i paesi dell’OPEC (Organization of the Petroleum Exporting Countries) per l’esportazione di tecnologia e forza lavoro in cambio del rifornimento di petrolio (oil in inglese) prima e dopo la crisi del 1979.

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Armando Lulaj, Albanian Trilogy. A Series of Devious Stratagems, Il cetaceo (2015)
Foto Paolo Emilio Sfriso.

“Ma perché questo mammifero marino è diventato un perfetto paradigma politico?” Si chiede Marco Scotini curatore della mostra “Albanian Trilogy” dell’artista Armando Lulaj. Al centro del padiglione albanese si trova un gigantesco scheletro di capodoglio, lo stesso di Moby Dick, abbattuto nel 1963 dalla marina albanese che lo aveva scambiato per un sottomarino statunitense nella paranoia di un attacco nemico seguita alla rottura delle relazione politiche fra la piccola repubblica socialista di Enver Hoxha e l’Unione Sovietica.

La figura della balena come incarnazione del Leviatano, per Hobbes il principio del potere sovrano nello stato moderno, è in continua sovrapposizione alla figura di Hoxha. In Les 71 Oeuvres (2015) Lulaj sostituisce nel frontespizio dei 71 libri scritti da Hoxha la figura del ritratto del dittatore con ognuna delle vertebre del cetaceo, “una perfetta sintesi del corpo politico del Leviatano, della politicizzazione della vita naturale in quanto tale.”

Per Foucault la teoria dello Stato di Hobbes ha tentato, con successo, di eliminare la guerra dalla genesi della sovranità. La figura sul frontespizio del Leviathan (1651) rappresenta il corpo dello Re con gli attributi del potere, la spada e il pastorale, le cui membra sono composte dai corpi dei sudditi a cui il sovrano garantisce l'ordine artificiale. Ma quale senso – chiede Foucault – attribuire al tentativo di neutralizzare la guerra all’interno del discorso inerente l’obbligazione politica, se non quello di nascondere la conquista, la colonizzazione, la dominazione di una razza sull’altra.

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Jumana Emil Abboud, Ballad of the lady who lives behind the trees (2005-2014)
dettaglio foto Paolo Caffoni.

Un piccolo disegno dell’artista palestinese Jumana Emil Abboud esposto all’Arsenale raffigura una donna nella pancia di una balena, forse una femminilizzazione della storia del profeta ebreo Giona. In ebraico moderno livyatan significa balena. Mi è sembrato che il lavoro di Abboud possa aprire alla possibilità di pensare la relazione fra identità nazionale e genere, la fondazione dello stato e la guerra, anche attraverso il suo carattere sessuato.

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