Elena Malara

Ripartire dalla bellezza: dev'esser stata questa la linea guida per le mostre dei paesi mediorientali alla Biennale di Venezia. Le curatele per il padiglione Iran e il padiglione Iraq hanno voluto declinare questo aspetto con misura: Marco Meneguzzo e Mazdak Faiznia hanno preso pieno vantaggio degli ampi e spartani spazi a disposizione, mentre Philippe Van Cauteren ha contestualizzato le opere nelle raccolte stanze di palazzo Dandolo. Attraverso differenti esiti scenografici, le due esposizioni colgono l'approccio di Okwui Enwezor, nella volontà di rileggere lo stato delle cose attuale attraverso la produzione degli artisti attivi negli ultimi quarant'anni.

20150512_122818 (500x300)

Mitra Tabrizian, “Untitled” (2009), Nazgol Ansarinia, “Article 49/51, Pillars” (2014).

L’esperienza personale e la storia collettiva si fondono nelle produzioni di artisti autoctoni o stranieri, pensate per la kermesse internazionale e accostate nello spazio per costruire un dialogo. Le opere ci raccontano di tali nazioni senza gridare la distruzione e la sofferenza della cronaca dei telegiornali, ma invitandoci ad adottare sguardi più intimi e dandoci l'accesso a sottili e stratificate interpretazioni legate al concetto di temporalità circolare proprio della filosofia orientale, che vede possibile la rinascita e lo scaturire di un ribilanciamento dal caos delle macerie e dei resti. Allo stesso modo, in entrambi i padiglioni, la narrazione proposta al pubblico si concede a tratti all’enfasi drammatica della cronaca internazionale. È il caso del progetto Traces of Survival in collaborazione con Ai WeiWei nel padiglione Iraq, e nell'affresco del Grande Gioco per la supremazia in Asia inscenato nel padiglione Iran attraverso il conflittuale confronto tra le produzione di artisti da Pakistan, Afghanistan, Iran, Iraq, Repubbliche centro-asiatiche e regioni curde.

20150512_140848 (500x300)

Latif Al Ani - dettaglio

La Biennale d'arte 2015 si conferma una puntuale fotografia del presente socio-culturale e politico internazionale anche rispetto ai lati meno graditi degli equilibri tra occidente e oriente. I padiglioni Turchia ed Emirati Arabi Uniti, rispettivamente curati da Defne Ayas e Sheikha Hoor Al Qasimi, sono specchio di tale ambiguo scenario: qui vige l'attenzione per una bellezza in questo caso rassicurante e innocua, sulla falsariga della cautela dimostrata storicamente da questi stati verso Europa e America. Nei rispettivi padiglioni i due paesi neutralizzano in modo programmatico il potenziale provocatorio del tema principale, riducendo l’approccio politico ad un esercizio di diplomazia internazionale. L'esempio più evidente è l’esposizione proposta dal padiglione Emirati Arabi Uniti, in cui si opera una promozione quasi turistica della nazione attraverso una convenzionale e poco incisiva mostra sulla produzione emiratina degli ultimi quarant'anni.

D'altra parte, negli spazi adiacenti, il padiglione Turchia propone il lavoro di Sarkis, che pur essendo artista dalla nota pratica anticonformista e spesso in contrapposizione coi poteri forti della nazione natìa, viene qui spogliato del suo delicato mordente per risolversi in una figura super-partes testimone delle vicende umane. Il richiamo a suoi lavori maggiori del passato è forte nelle azioni performative e negli elementi allestiti nello spazio, quanto lo è purtroppo un certo senso di connivenza con le necessità di rappresentanza istituzionale, che disinnesca i seppur energici richiami ai conflitti interni degli ultimi due anni; una neutralità che lascia l'amaro sapore di un'occasione mancata.

20150512_141108 (500x300)

Akan Shex Hady, “Untitled” (2014-2015)

Il cerchio si chiude con la triade Israele, Repubblica Arabo-Siriana ed Egitto, in cui gli approcci e gli esiti si diversificano per qualità e resa formale. Il comune interesse nel parlare di pace e convivenza si scheggia nelle declinazioni delle rispettive rappresentanze: il lavoro di Tsibi Geva per il padiglione Israeliano, così come la linea curatoriale di Duccio Trombadori per la Repubblica Arabo-Siriana, palesano il disincanto verso tali concetti, dove la riflessione sull'auto isolamento e l'ansioso innalzamento di blocchi e recinzioni del primo fa da contrappunto alla rassegnazione del secondo verso la deflagrazione dell'ISIS e l'impotenza di un popolo smarrito, dove i tentativi di prospettare ideali altri di società e democrazia risultano in un esito olistico e non del tutto convincente.

20150512_170331 (500x300)

Helidon Xhixha

Il padiglione Egitto presenta infine una certa ingenuità nell'approcciare tali spinose tematiche: nell'opera Can you see? la parola “pace” diventa il soggetto per una applicazione dal forte carattere ludico e dall'impreciso effetto pedagogico, in cui la possibilità di scegliere se influenzare l'installazione nel “bene” o nel “male” risulta in un piacevole intrattenimento, in cui la bellezza diventa superficie, distrazione, e pregiudica l'incisività dell'opera.

In ogni caso, i padiglioni dei paesi mediorientali hanno evidenziato un comune interesse nella restituzione dei rispettivi contesti socio-politici, sfruttando la naturale lentezza della contemplazione estetica per trasmetterci informazioni di cui abbiamo solo percepito l'eco nel nostro indaffarato quotidiano, regalandoci spazio e tempo per maturare visioni e cogliere aspetti della contemporaneità di tali paesi a noi fin'ora nascosti, eppur parte anche del nostro presente.

Share →

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!