Giovanna Zapperi

1. Eccedenze femminili. Joan Jonas, They come to us without a word (Padiglione degli Stati Uniti).

Negli anni Settanta Joan Jonas aveva inventato un alter ego di nome Organic Honey che era diventato il personaggio principale di molti suoi lavori. Lei stessa l’aveva descritta come una “maga elettronica” che assembla suoni e immagini attraverso complessi rituali. Anche nella mostra allestita al padiglione degli Stati Uniti la tecnologia coesiste con una ritualità che prende le mosse dagli elementi della natura. Lo spettatore (la spettatrice) è immersa in un mondo magico ispirato all’infanzia, al folklore e alle culture indigene in quanto rimandano ai fantasmi di un passato più immaginato che storicamente documentato. Nel richiamarsi alle figure della strega, della maga, della guaritrice o della narratrice, Jonas dà vita ad una serie di figure eccedenti che veicolano delle possibilità alternative di abitare il mondo. Non si tratta però di una nostalgia nei confronti di un universo pre-moderno. La magia e il folklore evocano piuttosto una posizione di resistenza nei confronti degli attuali meccanismi di spoliazione del territorio, in un’epoca segnata dallo sfruttamento senza precedenti delle risorse naturali.

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Joan Jonas, They Come to Us without a Word, Production Still

2. Economia marittima. John Akomfrah, Vertigo Sea (Giardini).

Di fronte all’installazione di John Akomfrah, al padiglione centrale dei Giardini, l’immersione è quasi letterale. Vertigo Sea è una spettacolare meditazione sullo spazio marittimo. Il 90% del commercio mondiale viaggia via mare. Un fatto questo che tende ad essere dimenticato, visto che il capitalismo contemporaneo rappresenta lo scambio economico come qualcosa di immateriale, dando l’impressione che l’economia marittima sia obsoleta. Il lavoro di John Akomfrah mette invece al centro il mare in quanto spazio storicamente attraversato dalla materialità di scambi e contatti segnati dallo sfruttamento economico e dalla violenza della conquista. Vertigo Sea è basato su sequenze di archivio che mostrano l’esplorazione dei fondali e il reportage naturalistico, la caccia alla balena e il transito di merci ed esseri umani, dalla tratta degli schiavi alle migrazioni novecentesche. Moby Dick è l’altra faccia della lotta per il dominio su territori sempre più vasti.

3. Le operazioni del capitale. Ibrahim Mahama, Out of Bounds (Occupation Series) (Arsenale)

Ibrahim Mahama è un artista ghanese che si interessa al rapporto tra capitale e lavoro. La sua installazione è una sorta di corridoio interamente ricoperto di sacchi di iuta che costeggia i muri esterni degli spazi espositivi dell’arsenale. I sacchi di iuta sono prodotti nel sud-est asiatico e poi importati in Africa occidentale dove vengono utilizzati per il trasporto delle merci – in particolare del cacao – a loro volta immesse nel mercato globale. Tendenzialmente si passa da qui alla fine della visita, quando una volta usciti dagli spazi espositivi ci si dirige verso l’uscita. Out of Bounds è un’occupazione dello spazio che segnala il “fuori” dell’esposizione. La presenza di questo materiale colloca chi attraversa questo corridoio all’aperto in uno spazio di transito che rimanda alle operazioni del capitale: infrastrutture, logistica, circolazione delle merci e sfruttamento del lavoro.

4. Nella caverna digitale. Hito Steyerel, Factory of the Sun (padiglione della Germania).

Factory of the sun si interroga sulla produzione, la circolazione e il consumo delle immagini digitali in un’epoca segnata dalla guerra globale. Hito Steyerel è tra i quattro artisti invitati dal curatore Florian Ebner ad esporre nel padiglione tedesco, la cui topografia è stata totalmente ridefinita per l’occasione. Scendendo in quello che sembra il sottosuolo – ma in realtà è il piano terra – si accede alla sala in cui è proiettato il video dell’artista: le pareti sono attraversate da fasci luminosi e ci si può sedere o sdraiare su sedie di plastica bianca per guardare le immagini che scorrono sullo schermo. Non è proprio un cinema, e non somiglia neanche agli ambienti austeri e scomodi in cui vengono solitamente presentate le installazioni video. Lo spazio della proiezione appare come dematerializzato per via dei fasci di luce in riferimento all’immaterialità dell’economia digitale e alla sua capacità di convocare e modulare gli affetti.

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Hito_Steyerl, Factory Of The Sun - Installation

5. Linee di separazione. Tiffany Chung, Syrian Project (Arsenale).

La cartografia moderna è una tecnica che consente di rappresentare lo spazio e le relazioni spaziali attraverso un linguaggio in cui la complessità di un mondo multidimensionale viene tradotta su una superficie bidimensionale. La mappa è il risultato di un processo di astrazione che maschera le differenze al fine di produrre un’immagine omogenea. Le mappe dipinte e ricamate di Tiffany Chung esposte all’Arsenale oppongono al potere normativo della cartografia moderna il gesto di appropriazione e di risignificazione che ne mette in questione la capacità di rappresentare la temporalità dell’evento e del conflitto. L’artista si interroga sulla traduzione cartografica della guerra per evidenziare la discrepanza tra la cartografia in quanto linguaggio dell’oggettività e in quanto tecnica di visualizzazione e di produzione della storia.

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