Giorgio Mascitelli

È curioso come il principio meritocratico raggiunga l’apice della sua popolarità proprio quando le distanze, misurate in denaro, all’interno della società risultano ormai incolmabili e in molti ambiti professionali la diffusione di procedure standard automatizzate rende addirittura obsoleto parlare di meriti, specie se individuali.

In realtà tutta questa faccenda della meritocrazia è molto interessante a cominciare dalla parola stessa. Infatti il termine fu inventato negli anni Cinquanta da un sociologo laburista inglese Michael Young in un finto saggio sociologico, in realtà una sorta di pastiche distopico, ripubblicato meritoriamente l’anno scorso in traduzione italiana con il titolo L’avvento della meritocrazia, con un’accezione ironica, se non apertamente critica. Sia nei vocabolari inglesi sia in quelli italiani da me consultati (ma confesso di non avere fatto una ricerca sistematica), il sostantivo ha perso questa sfumatura ironica e mantiene solo l’accezione letterale con cui viene usato nel dibattito pubblico odierno.

Fatto affascinante questo che l’espressione caricaturale di un’ideologia venga accolta nell’uso comune come la designazione seria del suo valore, che evidenzia come tale denominazione abbia incontrato un’aspettativa sociale diffusa o, più semplicemente, un concetto già pronto che mancava solo di un nome; in questo senso potrebbe essere definita una sorta di teodicea semplificata per ceti medi e subalterni minacciati dalla globalizzazione. Insomma, quanto più la competizione per primeggiare assomiglia a una disperata lotta per la sopravvivenza tanto più è consolatorio sapere che alla fine resteranno solo i migliori.

Che questa ipotesi sia plausibile me lo suggerisce la circostanza che, in un paese come l’Italia, il cui disastro storico è stato causato anche dalle pratiche nepotistiche e clientelari delle sue élites economiche e politiche al potere, l’emergere del discorso meritocratico non abbia prodotto nessuna seria discussione sul ruolo storico dei gruppi dirigenti (per tacere di provvedimenti politici), ma solo l’interiorizzazione delle leggi sociali sostenute da queste stesse élites e l’accettazione come fatto naturale dell’emigrazione per poter vedere riconosciuti i propri meriti, che non a caso corrisponde alla nuova posizione subordinata dell’Italia nel sistema globale.

Nel gennaio 2015 è stato pubblicato, a firma di circa quattrocento ricercatori attivi nel campo dell’intelligenza artificiale, una lettera aperta sulle priorità di ricerca per un’intelligenza artificiale robusta e proficua. In questo documento si esaminano rischi e problemi a breve e lungo termine connessi con lo sviluppo di tali tecnologie. Il tono del documento è comprensibilmente ottimistico individuando nell’intelligenza artificiale un passo avanti decisivo per l’umanità con grandi potenzialità anche nella soluzione dei grandi problemi relativi alla povertà e al disagio sociale; tuttavia gli scienziati non nascondono anche l’esistenza di alcune gravi difficoltà e propongono, per superarle, alcuni indirizzi di ricerca interdisciplinare.

In particolare nella sezione dedicata all’ottimizzazione dell’impatto economico sul breve periodo delle nuove invenzioni, gli estensori della lettera indicano come ambito di ricerca il seguente: “La storia offre numerosi esempi di piccoli gruppi di popolazione non bisognosi di lavorare per ottenere la sicurezza economica, dall’aristocrazia nell’antichità fino alla maggioranza dei cittadini nel Qatar contemporaneo; quali strutture sociali e quali altri fattori determinano se tali popolazioni prosperano?”(pag. 2, doc.cit.). In pratica in un documento redatto da alcuni degli scienziati di punta della nostra società viene proposto un indirizzo di ricerca volto a scoprire se in società non basate sul lavoro, che un tempo avremmo definito arcaiche, ci siano degli elementi organizzativi e culturali, immagino, atti a rendere tollerabile la vita per le popolazioni che si troveranno in una condizione perenne di esubero (e non si tratterà solo di lavoratori non qualificati) quando l’intelligenza artificiale dispiegherà a pieno le sue applicazioni, già oggi utilizzabili.

Se confronto una prospettiva del genere con il discorso meritocratico in voga, non è per denunciare la natura ideologica di quest’ultimo, abbastanza evidente senza bisogno di scomodare prospettive tecnologiche, quanto il suo carattere di mitologema. Infatti la fiducia nella meritocrazia sembra nascere da frammenti di immagini mentali, discorsi ideologici, parabole edificanti e memorie ed esperienze delle generazioni precedenti del tutto avulse dalla realtà attuale, fatta appunto di un dominio assoluto del denaro che nasce dal denaro e non dal lavoro e di una tecnologia che rende sempre di più superfluo lo stesso lavoro. In questo senso si può dire che il discorso sulla meritocrazia condotto nella nostra società aggrega e organizza un insieme di materiali frammentari, ma diffusi spontaneamente.

Proprio questo carattere, che è quello mitologico, rende la meritocrazia non solo, ovviamente, un discorso utile a mantenere lo stato di cose esistenti, ma soprattutto la narrazione che permette di sopportare in senso simbolico alla società nel suo complesso la marginalizzazione di fette crescenti della popolazione.

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Una Risposta a La faccenda della meritocrazia

  1. Nicolo scrive:

    È’ l’esatto contrario. Parlare di meritocrazia significa voler cambiare questo stato di cose ! Non farlo significa certificare dal basso lo status quo

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