Lelio Demichelis

“Vai, e non tornare mai più… a nessun costo… mai, mai più!”, ordina l’Inquisitore di Dostoevskij al Cristo alla fine del lungo interrogatorio a cui lo sottopone in una cella della Siviglia del XVI secolo – in realtà è un lungo monologo, l’imputato ascolta senza dire parola. E Cristo esce dalla cella e se ne va in silenzio “verso gli oscuri meandri della città”.

Questa espulsione del Cristo dal mondo (cacciato dall’Inquisitore, più potente del Cristo stesso) sembra definitiva a chi legge, amaramente, la storia umana da allora ad oggi. Cristo sembra essersene andato davvero e per sempre, mentre l’Inquisitore è ben saldo nel suo potere. Ma perché, prima di andarsene il Cristo bacia l’Inquisitore? È un gesto che lascia interdetto il lettore (credente o non-credente che sia), un gesto che si presta a infinite interpretazioni (per fortuna: il fascino della Leggenda è anche in questo spazio di interpretazione infinitamente aperto e mai davvero recintabile), con le labbra dell’Inquisitore che si contraggono sorprese ma che non ricambiano il bacio del Cristo, la loro è solo una re-azione di sorpresa; o forse nascondono un dubbio (vogliamo sperarlo) come se il vecchio Inquisitore sapesse (non che Cristo gli sta dando ragione: sarebbe ancora Cristo?, ma) che alla fine la promessa del Cristo (o, per un laico: la libertà dell’uomo) potrà rinascere infinite volte. Quel bacio sembra allora la vittoria del Cristo che con quel semplicissimo gesto (e con la sua uscita in silenzio dalla cella) rovescia tutta la costruzione teologica (ma anche di teologia politica) dell’Inquisitore.

L’Inquisitore incarna ovviamente il potere religioso ma è anche metafora del potere moderno, che è religioso e politico insieme e che oggi è economico e tecnico insieme (e sempre religioso). Che parte dalla convinzione (ormai autoreferenziale) per cui gli uomini sarebbero incapaci di vivere in libertà e la libertà, anzi ne avrebbero paura, perché la libertà è destabilizzante, ripudia gli assoluti, responsabilizza l’individuo impedendogli di nascondersi nel gregge o in rete: e quindi occorre – sostiene il potere - che qualcuno o qualcosa (gli Inquisitori, gli apparati organizzativi, i tecnici, le ideologie, i leader, oggi i mercati e la rete con il suo rassicurante effetto-rete) si prendano l’onere e la responsabilità (gravosa ma necessaria) di organizzare la vita delle persone: noi li obbligheremo a lavorare, ma li faremo anche divertire – permetteremo loro perfino di peccare, purché lo facciano con il nostro permesso - sono così fragili e deboli e appunto temono sopra ogni cosa la libertà, dice il vecchio Inquisitore al Cristo che lo ascolta, per questo noi abbiamo dovuto negarti pur dicendo loro di agire in tuo nome. E analogamente, le retoriche oggi dominanti insegnano (dicendo di farlo in nome della libertà e della libera condivisione) che la massima virtù è quella di adattarsi (in realtà: inchinarsi) ai mercati (e la flessibilità del lavoro deve entrare nel nostro dna, ha detto l’Inquisitore Mario Draghi) e di connettersi sempre e comunque.

Dostoevskij offre dunque una magnifica e purtroppo sempre attualissima rappresentazione del potere, dell’enigma che lo attraversa - o che ci attraversa: l’enigma è soprattutto in noi non-più-demos e non-più-soggetti (ma quando lo siamo stati veramente?). Potere assoluto, quello dell’Inquisitore; ma un potere che è anche e sempre più potere pastorale – secondo Michel Foucault. Come oggi quello dei mercati e della rete, poteri religiosi nel senso appunto del legare insieme tutti e ciascuno, del far connettere, del creare sciame (la forma virtuosa e tecno-entusiasta del vecchio gregge e della vecchia massa).

Nuovi Inquisitori che oggi sanno offrirsi in modi morbidi e accattivanti (il soft power, il far fare, l’induzione del desiderio - perché se i bisogni sono limitati, i desideri sono invece infiniti, come sosteneva già Mandeville a cavallo del 1700 oggi sono un perfetto strumento di potere), mentre il potere pastorale si vende in modi addirittura libertari e quasi-anarchici (ancora la rete). Di più: ieri l’Inquisitore era visibile, oggi è Nessuno (è l’apparato), ma è anche – come ogni potere pastorale - ovunque e in nessun luogo, perché “il dominio si perpetua e si estende non soltanto attraverso la tecnologia, ma come tecnologia” scriveva Herbert Marcuse. E la tecnica è oggi seduttiva e quasi erotica. E questo complica maledettamente le cose.

E allora - debitori nei suoi confronti - ecco l’invito a leggere il nuovo libro di Gustavo Zagrebelsky: Liberi servi; ovvero: Il Grande Inquisitore e l’enigma del potere (Einaudi). Un libro – prezioso, come oggi ve ne sono pochi - da centellinare pagina dopo pagina. Accogliendo l’invito finale di Zagrebelsky a ritrovare nel silenzio (contro il rumore prodotto dal potere), nella solitudine (diversamente dall’isolamento di ciascuno indotto dal potere perché poi ciascuno chieda di essere connesso nel gregge) e nel buio (la sua forza vitale di attesa della luce) le fonti di un nuovo modo di vivere, di poter essere volendo essere.

Un grande inno alla libertà, quello di Zagrebelsky. Per provare a uscire dalla logica perversa del Grande Inquisitore e dall’inquisizione interiorizzata. La più pericolosa: “Fino a quando le nostre società interiorizzeranno come legge di necessità l’assenza di alternative, saremo inquisitori di noi stessi, ci proibiremo, ciascuno per sé e tutti per ciascuno, l’uso della libertà di cui l’Inquisitore voleva liberarci”. Anzi (di più e di peggio): ce ne saremo liberati da soli.

Gustavo Zagrebelsky
Liberi servi; ovvero: Il Grande Inquisitore e l’enigma del potere
Einaudi (2015), pp. XIII + 292
€ 30

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