Intervista di Jacopo Galimberti a Stefano Taccone 

Puoi descrivere in breve il tuo lavoro?

Sono dottorando con borsa in Metodi e metodologie della ricerca archeologica e storico-artistica presso l’Università di Salerno e docente a contratto di storia dell’arte contemporanea presso la RUFA - Rome University of Fine Arts. A ciò vorrei aggiungere almeno i vari volumi che ho scritto o curato e che ho in programma di scrivere o curare; i testi per cataloghi di mostre o raccolte di saggi e le recensioni sulle riviste di settore – in particolare«Segno» -, nonché la collaborazione con la mia tutor del dottorato durante le lezioni e gli esami dei suoi corsi.

Come ti sei avvicinato alla tradizione politica dell'operaismo e/o al Marxismo dell'autonomia degli anni Settanta?

In realtà fin dalla prima adolescenza mi interessano tutte le forme di comunismo possibili e immaginabili – ma specie le più eretiche - o, più in generale, tutte le teorie e le pratiche di vita alternative al capitalismo, allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, alla reificazione del vivente, alla divisione del lavoro. Il mio stesso approccio allo studio dei fenomeni artistici ha molto a che vedere con tali questioni, così come con tali questioni hanno molto a che vedere le avanguardie storiche. In esse affonda le radici - tra l’altro - l’ “ala creativa” dell’Autonomia e quello che resta forse il suo più compiuto ed emblematico esperimento, Radio Alice. Non è un caso del resto che la tendenza comunista eretica alla quale mi sono avvicinato e che maggiormente conosco sia quella identificabile con l’Internazionale Situazionista e con le sue rispettive eresie, che peraltro presenta non pochi punti di tangenza con l’Autonomia, a cominciare proprio dal rifiuto del lavoro. Fu Guy Debord - già nel 1953 - a scrivere su di un muro di Rue de Seine il famoso Ne travaillez jamais!

Cosa significa per te oggi "rifiuto del lavoro"?

“Rifiuto del lavoro” significherebbe oggi come ieri sottrarsi allo sfruttamento fisico e psichico cui la logica capitalista costringe l’uomo onde perpetuare il suo processo di valorizzazione o almeno lottare per sottrarsi. Mettere fuori gioco la regola non scritta per la quale avresti diritto ai bisogni essenziali solo se sei in grado di collocarti opportunamente sul mercato e non a priori, in quanto essere umano. Rispetto al passato credo siano però mutati almeno due aspetti, peraltro assolutamente compenetrantisi: da una parte, se, come ci insegnano ormai da almeno un quindicennio Virno, Negri ecc., il tempo di lavoro e di non lavoro sono sempre meno distinti, vuol dire che l’oppressione del lavoro è divenuta ancora più pervasiva rispetto all’era fordista; dall’altra proprio la fine del fordismo con le sue certezze sembra molto spesso indurre meno a cercare nuove strade fuori dal lavoro che a puntare ad un ripristino, nel complesso – piaccia o meno - alquanto improbabile, degli antichi ammortizzatori del capitalismo selvaggio, tendenza che non di rado sfocia appunto - tra l’altro - in un’attitudine apologetica nei confronti della nozione di lavoro.

Come cerchi di mettere in pratica questo rifiuto?

E qui viene il difficile! Diciamo che nella mia vita ho fatto sempre scelte molto più sbilanciate sul versante della passione che su quello della convenienza, pagandone anche le conseguenze. Già scegliere di condurre degli studi umanistici costituisce sempre più un'opzione “sconsigliabile” e in definitiva poco “furba”, ma ancora meno “astute” sono state le modalità con cui mi sono mosso nel sistema dell’arte contemporanea – e non a caso dopo qualche anno ho deciso di smettere di essere curatore di mostre – e gli argomenti che ho scelto per le mie ricerche.

debord

Devo chiarire però che reputo tutto ciò ben al di qua di un autentico “rifiuto del lavoro”, che non credo di praticare più di quanto lo pratichi l'amica e compagna Sandra Lang che mi ha preceduto, anzi forse anche meno. Talvolta con dei miei cari amici parliamo di ritirarci in campagna, di vivere dei prodotti della terra e lasciare tutto o quasi. Sarebbe forse questa l’unica via praticabile in tempi relativamente brevi per provare a sperimentare un certa forma possibile di rifiuto, fermo restando che il successo non sarebbe affatto garantito e la “ricaduta nel lavoro” sarebbe sempre in agguato. D’altra parte non mi sento psicologicamente pronto per una scelta così radicale, né so se mai lo sarò. Altro discorso sarebbe se appunto si creassero le condizioni storiche perché sorgesse una tendenza collettiva al rifiuto, cosa a mio parere non impossibile, ma non saprei delineare con nettezza il quando e il come.

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2 Risposte a Sul rifiuto del lavoro

  1. nadia scrive:

    e ci vuole un dottorato per arrivare a tali conclusioni?

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