Alberto Boatto

Con una testa decapitata, quella regale di Luigi XVI, si inaugura l’anatomia acefala del moderno. Il suo sferico rotolare, dall’altezza dei montanti della ghigliottina da dove è caduta, non ha conosciuto soste lungo gli ultimi due secoli. Finché, di balzo in balzo, ha finito per arrestarsi provvisoriamente ai nostri piedi. Succede di essere afferrati con strana singolarità da opposte reazioni: a volte siamo tentati di allungare la mano per sollevarla pietosamente da terra; a volte di sferrarle un calcio per allontanarla in maniera spiccia da noi.

Questa cerimonia inaugurale ha provocato la liberazione definitiva della testa mentre ha abbandonato il corpo supino sopra la bascule, questa specie di lettino ribaltabile di ferro che imprigiona le membra del condannato sotto la lama affilata del supplizio.

Nell’anatomia acefala del moderno, la testa recisa scorge dal di fuori il corpo da una lontananza che si sottrae a qualsiasi misurazione e con un sentimento di vertigine che non è facile controllare. Dal canto suo il tronco, questo organismo amputato, non si trova in grado di ricambiare lo sguardo che gli viene rivolto. Propriamente non giunge nemmeno a vedere la testa che tiene gli occhi spalancati di continuo addosso a lui.

Giosetta Fioroni, Les mangeurs d'étoiles, 2014 (354x500)

Giosetta Fioroni, Les mangeurs d'étoiles (2014)

La testa si è fatta troppo vedente al punto da essere colpita da una grave forma d’ipertrofia oculare. A questo fa riscontro la completa cecità del suo corpo, la sua notte, le fitte tenebre in cui giace. Questa cecità si è incarnata nella talpa che Franz Kafka ha sguinzagliato a scavare i suoi cunicoli nel vasto sottosuolo del mondo. Per l’intera modernità, l’uomo è riuscito a procedere solo con manifesta difficoltà, muovendo come un invalido le due sezioni separate di se stesso. Prima la testa e poi il tronco. O viceversa. Ma sempre con una sfasatura temporale tra questi due movimenti.

La lucidità, da conquista spirituale, si è mutata in un’imposizione obbligatoria, a causa dello sviluppo inusitato subito dalla massa cerebrale. In tale prospettiva, il corpo non fornisce che il materiale bruto e oscurato, e sempre disponibile, per le manipolazioni del cervello e dei centri nervosi che non possiedono nessuna conoscenza concreta del corpo, ma unicamente di tipo mentale e visivo.

Di sua iniziativa, il resto del corpo ha cercato di difendersi retrocedendo, sprofondando nella propria oscurità, come se quest’ultima equivalesse a un’armatura, si avvicinasse a una possibile parvenza d’invisibilità. L’occhio più acuminato non riesce a penetrare nello scudo che fascia la notte in cui si inoltra sempre più il corpo acefalo.

L’insidia che spunta e ci circonda dovunque, puntata in permanenza sul corpo, se non contro di lui, è la telecamera, disposta con acrobatica perizia agli ingressi degli edifici, sulle pareti di banche e di ministeri, lungo le strade cittadine. Per salire fin sopra i satelliti artificiali che ruotano, notte e giorno, attorno alla Terra, simili a lune apparse di recente sulla linea dell’orizzonte grazie ai prodigi della tecnica. Si tratta d’estensioni meccaniche della testa che allarga in tal modo il suo raggio di potenza, la sua capacità di scrutare, di controllare, di spiare.

Giosetta Fioroni, Acéphale-Libro fatto a mano,1983 (500x333)

Giosetta Fioroni, Acéphale-Libro fatto a mano (1983)

Il sommergibile troppo sospettoso naviga senza interruzione sotto la piatta superficie del mare e solleva a fior d’acqua i suoi potenti periscopi.

Questo regime di calcolata separazione e di distanza è agevole riscontrarlo in due settori diversi, ma collegati tra loro dal filo rosso del dolore. Dove il corpo aveva goduto di una sovranità assoluta andata perduta nel corso del moderno. L’ uno è la dimensione privata della malattia a cui si collega la medicina, la scienza che cerca di porle rimedio. L’altro è la dimensione collettiva della guerra.

Nella guerra è in atto una strategia della distanza che consente al più forte di sollevarsi su una dimensione, quella dell’aria, che non potrà mai essere raggiunta dal più debole avversario. La disparità tra i due fronti in cui si trovano schierati gli eserciti fa sì che i nemici non giungano nemmeno allo scontro frontale. Un missile tele-guidato da un occhio compiutamente cinico precipita dall’alto e distrugge con indifferenza una colonna corazzata oppure un gruppo di abitazioni civili. I corpi vengono straziati senza aver mai incontrato l’avversario che li sta straziando.

Il dolore fisico, le ferite, le lividure delle membra e gli spurghi corporali hanno sollecitato i movimenti delle mani soccorrevoli. L’antica medicina esercitava l’acuta arma del tatto che dalla superficie scende in profondità, nell’intera gamma delle sue possibilità, dal contatto immediato e dalla palpazione fino all’auscultazione. I polpastrelli delle dita e l’orecchio si sono posati infinite volte sopra gli organi sofferenti. È mediante l’imposizione delle mani che il grande taumaturgo ottiene la guarigione dell’ammalato.

Fioroni Giosetta, La conjuration sacrée, 2014 (351x500)

Giosetta Fioroni, La conjuration sacrée (2014)

Oggi sono sempre più frequenti operazioni che richiedono meno l’impiego della mano del chirurgo, tanto mitizzata nella tradizione, e più la padronanza dello sguardo. Uno strumento complicato e temibile, introdotto nel volume interno del corpo, viene manovrato e controllato dagli occhi dello specialista che seguono le successive fasi dell’operazione registrate via via su uno schermo tv. L’immaterialità dell’immagine ha acquistato maggiore peso e rilievo della materialità del corpo.

Gli indubbi successi ottenuti da simili procedimenti chirurgici non possono venire negati. Ma rimane sempre persistente il sospetto che tali metodi abbiano per fine di aggiustare il corpo, come si ripara un’auto scassata da un incidente, ma non di condurlo alla vera guarigione.

Nella sua totale autonomia, la testa continua imperturbabile a costruire simulacri di un corpo che si presenta esterno ed estraneo, non attraverso il collegamento dei sensi che è stato infranto, ma attraverso apparecchiature e protesi elettroniche sempre più sfuggenti, complesse e divenute invisibili.

Dobbiamo forse riconoscere nel corpo acefalo la Medusa del moderno? Resta che l’antica pietrificava mentre la nuova semplifica, paralizza, svuota.

(inedito del 1983)

da Giosetta Fioroni ricorda «Acéphale» e il mondo di Georges Bataille, Roma, Diagonale Librogalleria, 2015

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2 Risposte a L’anatomia acefala del moderno

  1. […] XVI, si inaugura l’anatomia acefala del moderno.” Così iniziava un bell’articolo di Alberto Boatto di qualche tempo fa. Non fu solo la testa del monarca a rotolare, altre teste ben più pesanti […]

  2. […] XVI, si inaugura l’anatomia acefala del moderno.” Così iniziava un bell’articolo di Alberto Boatto di qualche tempo fa. Non fu solo la testa del monarca a rotolare, altre teste ben più pesanti […]

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