Anna Simone

Nel 1993, quando uscì la prima edizione francese de La Misère du monde di Pierre Bourdieu e della sua cospicua equipe di ricerca composta, tra gli altri, da sociologi del calibro di Sayad e Wacquant, l’accoglienza fu funestata da un'acredine critica simile a quella riservata anni prima, nel 1972, a Michel Foucault e alla sua straordinaria Storia della follia.

Ma se per quest’ultimo il tono dell’acredine si muoveva soprattutto attraverso la parola ideologica del Partito Comunista francese, che faticava ad inserire i corpi indocili nell’olimpo della lotta di classe, per il nostro Bourdieu la contestazione arrivava direttamente dagli ambienti accademici e da un’idea di sociologia e di metodologia della ricerca sociale tendenzialmente disincarnata, critica certamente, ma non abbastanza da scendere nei meandri della condizione umana al punto da darle voce, da farla parlare per mettere in discussione l’ingiustizia del potere, sia esso economico, giuridico, sociale, culturale e persino militante. Da allora sono passati degli anni e Bourdieu, financo in Italia, è stato ormai accolto come uno tra i maggiori sociologi e pensatori del ‘900. Infatti, nonostante lo “sdoganamento” laico, soprattutto nei manuali, lo si ritrova sempre tra i teorici del conflitto, spesso descritto come l’innovatore dell’apparato concettuale di Marx.

Con le famose tesi sulla prospettiva relazionale tra “posizioni sociali”, “habitus” nel senso di identità sociali prodotte e “prese di posizione”, sulla differenziazione dei gruppi sociali, sul “capitale economico e culturale”, sui conflitti per il mantenimento delle posizioni, così come sullo Stato, sul mestiere di intellettuale e accademico, sullo spazio sociale, sul dominio maschile e sulla nozione di “campo giuridico” il nostro sociologo d’Oltralpe ha sicuramente vinto, come Foucault, i pregiudizi dell’acredine critica originaria poco incline, per definizione, a mettere in discussione i canoni senza respiro che talvolta reggono i paradigmi delle scienze sociali e dell’ideologia politica, talvolta per mera difesa di posizione, talvolta solo per ignoranza.

Eppure, nonostante questo suo ingresso nell’olimpo dei classici della sociologia all’interno della manualistica, il suo testo monumentale, La misère du monde, non viene quasi mai citato, come se la parresia delle vite dei protagonisti del volume facesse ancora abbastanza paura da suscitare rimozione o come se una “metodologia comprensiva”, atta a rovesciare la classica metodologia delle ricerche qualitative e quantitative, sempre costruite a partire da un punto di vista tendenzialmente “oggettivante” e “tassonomizzante” nei confronti dello stesso attore sociale e dei fenomeni sociali, spiazzasse al punto tale da non essere presa mai sul serio fino in fondo. Ci sono voluti anni, ma ora quel titolo in francese lo si può finalmente anche pronunciare in italiano, La miseria del mondo, perché da pochissimo - grazie al paziente lavoro di traduzione di Pierangelo Di Vittorio, grazie alla passione sociologica di Antonello Petrillo e Ciro Tarantino che ne hanno curato e introdotto sapientemente l’edizione italiana e grazie a Mimesis che con questo libro inaugura una nuova collana dal titolo “Cartografie sociali” diretta da Lucio D’Alessandro e dallo stesso Petrillo, con un comitato scientifico di tutto rispetto internazionale - è arrivato anche nelle nostre librerie e biblioteche.

La grandezza di questo monumentale testo, che potrebbe essere letto anche come un romanzo sociologico, persino un pezzo per volta senza perdere la trama, è davvero molteplice. Intanto l’intervista, strumento privilegiato della ricerca sociale, si innesta con la pratica dell’ascolto dell’intervistatore sociologo e della costruzione di un mondo, di un microcosmo sociale a partire dalla biografia dello stesso intervistato, senza mai cadere nella trappola banale dell’opinione e di un certo sociologismo giornalistico. Qui l’intervista è essa stessa traduzione di un mondo impossibile da tassonomizzare in un ideal-tipo. Mondi separati, vite separate rispetto al mainstreaming prendono corpo e parola senza mai mettere in atto quella stessa separazione perché loro sono il mondo. Tanti piccoli romanzi non della miseria umana, ma della dignità dinanzi alla miseria del potere e della sua organizzazione cieca e gerarchica. Ma la cosa che più ci torna di questo testo è proprio la sua somiglianza con le parole-chiave del pensiero della differenza femminile. Qui il sapere sociologico diventa esso stesso un sapere-pratico che attinge, facendosi fonte, dall’esperienza più che dall’identità, da una sorta di materialità delle vite che non necessitano della copertura di un ordine discorsivo per dirsi fino in fondo.

Una materialità che non ha bisogno della copertura ideologica del materialismo storico perché essa stessa si fa parola simbolica e reale all’interno della relazione che ogni sociologo crea con l’intervistato e l’intervistata. Cosa è al fondo la “riflessività riflessiva” di cui ci parla Bourdieu se non il rovesciamento di un pensiero astratto che si dà sempre sul già pensato senza mai aggiungere, né togliere, alla traduzione degli ordini e dei disordini sociali? Quasi cinquanta storie di uomini e donne qualsiasi possono dunque offrirci la scientificità di una condizione letta sempre all’interno di un contesto, di uno spazio sociale contingentato, a sua volta compreso all’interno di mutamenti di scala più grandi dettati dallo Stato, dalle sue istituzioni, dal potere, dalla scomposizione del lavoro e dal sistema economico? La risposta è ovviamente di segno affermativo se accettiamo che le scienze sociali non possano in alcun modo cadere nella triplice trappola del farsi opinione, effetto del potere, “oggettivismo”, salvo tradire nel profondo la loro stessa ragion d’essere, ovvero quel “dire la verità” sul potere, quel collocarsi sempre al di qua dell’ovvio o della parola dogmatica. Ma è doppiamente affermativa se ci assumiamo lo stesso disfacimento di un’idea di società che dalla rivoluzione industriale in poi ci è sempre stata presentata come un “tutto” funzionale, organico o sistemico tenendo poco conto dei conflitti, degli scarti, dei resti che solo Simmel, prima di Bourdieu, aveva saputo restituirci.

La differenza tra i due, tuttavia, si situa sullo stile, sul modo di raccontare. Se per Simmel il particolare, il pensare “al lato” andava a coprire la relazione mancata tra teorie della società e attori sociali incarnati, quella di Bourdieu è anche e soprattutto un’idea di sociologia basata su un esprit de combat che, senza cadere mai negli ordini discorsivi prodotti dai dispositivi ideologici, ci mette dinanzi all’impossibilità stessa di pensare la sociologia come una scienza esatta, cioè come una scienza che parla sugli attori sociali senza conoscerli, andando a situare, da qui, la necessità di una scienza-conflitto. Dobbiamo proprio essere grati nei confronti di Antonello Petrillo, di Ciro Tarantino e del co-curatore di collana Lucio D’Alessandro per questa restituzione in italiano de La miseria del mondo perché adesso anche la sociologia italiana dovrà farci i conti.

Il volume di Pierre Bourdieu verrà presentato venerdì prossimo, 5 giugno, alle ore 18.00 a Esc Atelier, Via dei Volsci 159, Roma. Intervengono: Alberto De Nicola, Federica Giardini, Anna Simone, Eugenio Galioto e Antonello Petrillo.

Pierre Bourdieu
La miseria del mondo
a cura di Antonello Petrillo e Ciro Tarantino
Mimesis (cartografie sociali), pp. 858 (2015)
€ 38

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