Ginevra Bria

In genetica, la legge della dominanza formula il rapporto che intercorre tra i diversi alleli e il modo con cui essi determinano il fenotipo, le caratteristiche connotanti, osservabili, di un individuo. Essa riguarda, in particolare, il rapporto di dominanza facile (o completa) secondo cui i vari alleli, ciascuno dei due o più stati alternativi di un gene, possono essere distinti in dominanti e recessivi. Si tratta dunque di una legge che regola le trasmissioni che intercorrono tra i caratteri genetici e le manifestazione fenomeniche, esteriori determinate dai caratteri dominanti.

Alterazioni nelle manifestazioni di dominanza, attraverso fenomenologie della soggettività e genetiche del Contemporaneo, sono rilevabili, alla 56. Edizione Internazionale d’arte di Venezia, anche nelle morfologie compositive del Padiglione del Cile e del Padiglione dell’Uruguay. Seguendo due diversi avvicinamenti, due scritture visuali in apparente opposizione, entrambe le partecipazioni nazionali risalgono, avvitandosi, alla fonte delle loro stesse radici, tra gli abissi dell’uomo e le miniature della materia. In mostra: i legami del tempo e le sue superfici, codici sottesi da caratteri dominanti e recessivi.

Chile 2 (500x375)

Pabellòn de Chile, Paz Errázuriz e Lotty Rosenfeld, Poéticas de la Disidencia,
Installation view, Arsenale (2015)

Alle Artiglierie, nello snodo centrale dell’Arsenale, il Padiglione del Cile, è un nucleo perfetto, un alveo grigio dall’andatura lenta, graduale ma metodica. Un luogo, più che uno spazio, un luogo ideale per ospitare due artiste destinate assieme, in maniera complanare, a trasformare un moto di dissidenza in un movimento d’arte civile, costitutiva: Paz Errázuriz e Lotty Rosenfeld. Curata da Nelly Richard, Poéticas de la Disidencia, accosta e, talvolta, sovrappone le pratiche narrative di Paz Errázuriz, fotografa dei margini della società cilena, con le visioni di Lotty Rosenfeld, un’artista, un’attivista che utilizza performance e video, per ricostruire racconti visuali e riferimenti iconici apolidi. Strutture che enfatizzano la fisicità, i rapporti con le distanze e le volumetrie scarne di chi si connota come sconfitto dalla privazione: dei diritti umani, civili e delle convenzioni di possibili orientamenti sociali.

L’obiettivo di Paz Errázuriz è alla ricerca del gene che denota la sospensione dalla vita, nei volti di soggetti dall’identità sottratta, che costellano muri di manicomi e letti di bordelli, animando spesso strade deserte di campagna o di città. Geografie periferiche manifestate dalla semplice scelta corporea della messa in posa, improvvisa, esasperata oppure delicatamente esibita, al di là di qualsiasi accusa, oltre ogni forma di neoliberismo.

Di natura complementare, l’itinerario di Lotty Rosenfeld, rivisitando gli archivi degli interventi urbani realizzati a partire dal 1979, sposta al di fuori della bidimensionalità, e della stasi, la linea temporale di Poéticas de la Disidencia, nel passaggio dalla dittatura alla democrazia. L’artista registra così la violazione dei diritti umani nello scenario della memoria e nell’urgenza del presente, attraverso la raccolta di episodi di conflitto popolare, tra minoranze indigene e proteste studentesche.

Uruguay 1 (500x375)

Pavilion of Uruguay, Marco Maggi, Global myopia,
Installation view, Arsenale, 2015

Manifestazioni di dominanza tra gentilezza sovversiva e miniature monumentali, sono state ricostruite anche nel Padiglione dell’Uruguay ai Giardini, reso trasparente, grazie all’intervento di Marco Maggi. L’artista ha concepito un progetto a parete per restituire all’occhio la purezza della nudità. Global myopia, utilizza il segno come unico soggetto di riflessione. Orografia nanometrica che, lungo il deserto dei muri, mostra un infinito portabile, cesellato lungo molti mesi di preparazione. Minuscoli ritagli geometrici di carta sono stati qui disseminati e applicati seguendo una precisa sintassi dell’accumulazione sedimentale. Il derma creato dalla cellulosa bianchissima, senza più lettere, senza alcun segno dei territori della scrittura umana, libero dai messaggi, e allestito lentamente, così come da richieste della curatrice, Patricia Bentancur, disegna colonie di carta. Miriadi di ombre bianche ad alta definizione irrorano proiezioni incandescenti e infinitesimali, destinate a rallentare tempo e battiti cardiaci di ogni sguardo. Il progetto composto da motivi lineari che suggeriscono circuiti senza confini, vedute aree di città astratte e ingegnerie genetiche di alleli indecifrabili, proviene da un alfabeto di diecimila elementi che è stato intagliato da Maggi lungo il 2014, per poi tornare a comporsi e decostruirsi, convogliato in un solo lemma invisibile.

A guardia dell’invito alla lettura interiore, offerto da Global myopia, all’ingresso del Padiglione, Drawing machine si compone di nove matite nere in penitenza, frecce mai scoccate dall’immobilità dei loro archi. Le matite, parallele le une alle altre e puntate contro il muro, restano sospese nell’aria grazie alla tensione di corde che, alleli dell’instabilità sismografica, documentano l’ascrivibile potenzialità di ogni legge della dominanza.

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