Antonello Tolve

Ancora una volta la Biennale di Venezia segna, sul bersaglio luminoso dell'arte, una serie di punti cardinali utili a leggere – o quantomeno a pensare con maggiore attenzione – le irrequietezze del presente. Dal Padiglione Centrale (ai Giardini) all'Arsenale, la mostra pensata da Okwui Enwezor propone, infatti, un percorso polifonico, la cui polifonia non va intesa soltanto da un saggio visivo offerto mediante l'opera di 136 artisti provenienti da 53 differenti paesi del globo, ma anche, e soprattutto, dalla latitudine concettuale che il progetto di questo cinquantaseiesimo appuntamento, reca sulla piattaforma dell'umanità. Quello, appunto, di impaginare una mostra che, come un'orchestra o come una grande e solida composizione musicale, sia in grado, in un periodo convulso e allarmante, di occupare gli spazi della vita, di suscitare domande, di preoccupare, attraverso gli stratagemmi dell'arte, «il tempo e il pensiero del pubblico» (Enwezor).

Dopo una illuminazione che ha illuminato poco, e dopo un potente Palazzo Enciclopedico col quale Massimiliano Gioni ha disegnato – sotto la stella maestra della enkyklios paideia – un percorso sulle mille sfumature della creatività umana, Okwui Enwezor propone, oggi, un planetarium estetico i cui satelliti e le cui stazioni ruotano insistentemente su alcune assi che partono dall'arte – e non è forse l'arte, per dirla con Artaud, a «dare sfogo alle angosce della propria epoca»? – per inoltrarsi nei meandri della storia, per eludere l'archeologia del sapere e favorire un discorso legato alla storia delle idee [«a tutto quel pensiero insidioso, a tutto quel complesso di rappresentazioni che scorrono anonimamente tra gli uomini» (Foucault), al rumore collaterale, alle tematiche secolari, alle lingue fluttuanti e ai temi apparentemente non collegati], per attraversare il presente e le presenze, per trovare risposte e per formulare quesiti, per avanzare rotte di viaggio che rompono gli argini paludosi della routine con lo scopo di costruire nuovi giardini d'utopia, nuove vie di fuga, nuovi scenari etici, estetici, ecologici, economici, politici.

All the World's Futures, il centoventesimo appuntamento veneziano, si riappropria dunque della realtà e pone al centro dell'attenzione la storia (anzi, le storie) e i suoi mille volti segreti che, accanto ad una serie di Pathosformeln (di formule espressive dell'emozione) tratteggiano i vari modelli dell'umanità. «Al posto di un unico tema onnicomprensivo che racchiuda e incapsuli diverse forme e pratiche in un campo visivo unificato, All the World's Futures è permeato da uno strato di Filtri sovrapposti», suggerisce Enwezor nelle premesse del suo operato. «Questi Filtri» – Il giardino del disordine, Vitalità: sulla durata epica e Il Capitale: una lettura dal vivo (ovvero la lettura dell'opera di Karl Marx, Das Kapital) – «sono una costellazione di parametri che circoscrivono le molteplici idee […] trattate per immaginare e realizzare una diversità di pratiche».

Ricca di riferimenti filosofici che vanno dall'Angelus Novus di Benjamin (da una visione messianica della storia) al Bilderatlas di Aby Warburg, e cioè dall'angelo della storia il cui viso, «rivolto al passato», vede «una sola catastrofe», anche se una tempesta («ciò che chiamiamo il progresso») «lo spinge irresistibilmente nel futuro», e da un atlante figurativo (Mnemosyne) le cui immagini – evocative! – sono il luogo in cui più direttamente precipita e si condensa l'impressione e la memoria degli eventi, la Biennale di Enwezor trova il modo più immediato di dire il mondo, di raccontare tutti i futuri (possibili?) del mondo più precisamente, attraverso una ritmica visiva che oscilla dai frammenti e dalle macerie della storia alla redenzione della memoria, dagli orrori e dalle fratture del presente alla nostalgia del futuro.

Accanto ad una serie di lavori (e di artisti) scelti per la grande potenza espressiva – Fabio Mauri, nella Sala Chini, è esempio luminoso (straordinaria la Macchina per fissare acquarelli) –, la maggior parte dei progetti esposti nascono dal dialogo del curatore con gli artisti, da un confronto costruttivo che lascia intravedere un processo creativo volto a ridefinire le varie contrade della creatività umana. Untitled (Guadalajara works) di Walead Beshty, Coronation Park del Raqs Media Collectiv e le Orchidee di Isa Genzken (nei giardini). O, ancora, Untitled di Oscar Murillo, bruise blood blues di Glenn Ligon, Untitled (TI) di Daniel Boyd e Graphic Performatives di Olga Chernysheva.

Sono alcuni, soltanto alcuni dei lavori proposti in mostra per tessere una trama fittissima di ipotesi, di forme, di riflessioni, di spazi d'azione e di luoghi dove l'arte ha ancora il potere di risvegliare il cervello atrofizzato del mondo, ha il dovere sociale di leggere l'elettrocardiogramma (a volte impazzito) della realtà, ha la facoltà di rigenerare e modificare lo stato delle cose per riflettere sulla vita quotidianità, per creare cortocircuiti costruttivi, per edificare ponti immaginifici con discipline eterogenee e con differenti ambiti del lavoro umano. Ma anche, e soprattutto, per manifestare, in un piacevole parlamento delle forme (così è stato chiamato), le gioie e i dolori dell'umanità.

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