Manuela Gandini

La 56a Biennale di Venezia – All the World’s Futures - è un’immersione totale nel presente. È un bagno nel cemento, nei commerci, nella finanza virtuale. Odora dei sacchi di juta del ghanese Ibraim Mahama che ha rivestito il lunghissimo corridoio esterno dell’Arsenale, creando uno spiazzamento percettivo, con rumori attutiti e memorie di spezie. Ma odora anche della tecnologia di diecimila fototessere a cristalli liquidi assemblate da Kutlug Ataman che, realizzando un’onda visiva sospesa, ha assemblato i volti di tutti coloro che hanno avuto contatti con il filantropo turco Sabanci. E odora di motoseghe appese al soffitto da Monica Bonvicini che grondano gomma liquida nera.

Hallo today you have a day off.” È scritto sullo stendardo di Jeremy Deller ai Giardini, che si traduce: “oggi non presentarti al lavoro”. Karl Marx è il protagonista fantasma che si affaccia al presente in forma di musica, video, disegni e installazioni. Questa Biennale è immersa nelle sue parole, pronunciate a frammenti nella lettura quotidiana de “Il Capitale” (Jsaac Julien). Canti operai, assemblee, spettacolarizzazione del lavoro, della fatica, della crisi, puntellano la kermesse per tutta la sua durata, con performance a nastro. Se nella scorsa edizione, curata da Massimiliano Gioni, si creavano rivoli di misticismo esoterico/compulsivi, lontani dalle urgenze del presente e dai problemi contingenti; l’attuale Biennale sembra, per reazione, concentrarsi unicamente sulla radicalità materialista di un presente ingestibile e arido. I concetti di lavoro e di mancanza sono portati alla massima potenza, concentrati sul bisogno, la circostanza, la materia e l’immateriale. Tuttavia, le lotte operaie e la teoria marxista non danno più alcun fastidio. La classe operaia è estinta e “Il Capitale” è uno strumento da salotto, fortemente depotenziato. Ma la complessità del reale e la critica sociale emergono in numerose opere, secondo diverse espressioni, ad esempio nei testi militanti messi in musica da Charles Gaines che propone, tra il resto, la partitura del “Malcom X Speech at Ford Auditorium”, tenuto dall’attivista nel 1964.

Dal sovraffollamento di un numero sempre maggiore di artisti – condizione dettata dal mercato dell’arte a tutte le Biennali – sorge una domanda: Qual è il fondamento teorico del curatore Okwui Enwezor, che spazia tra le discipline ma soprattutto rispolvera, dopo vari lustri, il “Giardino d’inverno” di Marcel Broodthaers, il muro di valige di Fabio Mauri e le denunce immobiliari di Hans Haake? E quali sono le visioni dei mondi futuri evocati dal titolo della mostra?

In questa Biennale, che pare l’aleph di Borges, mi è sembrato di percepire un clima laico, fattivo e sfilacciato; di riconoscere realtà plurime che rimandano agli echi di fatti recenti; di intravvedere un senso di balcanizzazione e incertezza che provoca nuove modalità di azione sociale. Forse l’arte in questo momento deve assumere la funzione di esercizio amministrativo per poi riplasmarsi sulla visionarietà e la veggenza. Eppure è proprio delle pratiche artistiche il compito di bonificare relazioni e di edificare simboli e miti senza farsi sopraffare dalla cronaca. Molte delle installazioni dei padiglioni stranieri sono portatrici di interpretazioni concrete. L’accelerazione del processo di distruzione e ricostruzione costituisce la narrazione contemporanea più in voga: i vetri rotti del padiglione norvegese, tra i suoni di Camille Norment, parlano della musica che vive tra poesia e catastrofe; i buchi nei muri da attraversare, di Antonio Manuel, al padiglione brasiliano sono aperture che portano verso altri muri; le finestre e gli elettrodomestici di Tsibi Geva, al padiglione di Israele, sembrano appena smantellati, mentre le impalcature che sovralzano il padiglione Canadese del collettivo BGL costituiscono un ironico work in progress con tanto di minimarket. Sia loro che Maria Papadrimitriou, al padiglione Greco, hanno riportato in scala 1:1 due negozi. L’artista greca ha infatti ricostruito la bottega di pellame di un anziano signore di Volos per indagare il rapporto tra uomo e animale.

Ma se il ready made è oggi un intero spaccato sociale o commerciale, qual è lo scarto tra la realtà e l’arte? Probabilmente è lo spiazzamento, il detournement situazionista che annulla l’autorialità e la creazione tout court per porsi in una relazione deviante con l’ordinarietà del mondo. I padiglioni stranieri citati raccontano l’instabilità e i terremoti fisici e sociali di questi nostri tempi. Sono espressione di smottamenti e rivolgimenti. Sembrano l’avanguardia di un’umanità in procinto di traslocare, sbaraccare, cambiare aria. Allora, l’usurata figura dell’Angelus Novus, si impone ancora una volta con tutta la sua forza dando adito alla storica domanda che Merz aveva riscritto al neon: “Che fare?”. Fare silenzio. Entrare al Padiglione Francese, sedersi sugli spalti di gommapiuma, che sembrano di cemento, di Cèleste Boursier, e contemplare il grande abete portato dall’artista, mentre ruota impercettibilmente su se stesso.

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