Gianluca Ranzi

Nella cornice predisposta per la 56esima Biennale d’Arte da Okwui Enwezor sui molteplici futuri che attendono il mondo, si potrebbe restare perplessi entrando nel padiglione danese affidato dalla Danish Arts Foundation a Danh Vo, di nascita vietnamita, profugo a 4 anni con la famiglia, salvato da un cargo danese e cresciuto a Copenaghen.

Se infatti tutt’intorno è un brulicare di conflittualità conclamate, di mobilità inesauste, di Weltanschauung della precarietà e di instabilità iterativa, sotto il cielo di Danimarca si è accolti in un ambiente silenzioso, terso e rarefatto dove le opere, che fluiscono nello spazio senza soluzione di continuità direttamente a pavimento senza la frattura di un piedistallo, danzano in uno spazio che per volontà dell’artista è stato ripulito dalle superfetazioni architettoniche accumulatesi a partire dal 1960 e riportato alla linearità del progetto originale degli architetti Carl Brummer e Peter Koch.

3 Danh Vo vedi dida (500x375)

Danh Vo, Your mother sucks cocks in Hell (2015) - Foto Nick Ash

La luce, zenitale e rigorosamente naturale, illumina un incastro di limpidi spazi ortogonali aperti sull’esterno da vetrate e lucernai dove ogni impianto elettrico è stato rimosso cosicché il padiglione, riprendendo un’abitudine in uso nelle biennali storiche, sarà forzato ad osservare un orario particolare dettato dal calare del sole. Riportarsi al grado zero dell’architettura non significa per Danh Vo lavorare sullo spazio in sé, quanto predisporlo a una condizione ideale di partenza per poterlo usare nel modo migliore, non per “domarlo”, ma per evidenziarlo nella sua originaria naturalità e neutralità espressiva: uno spazio egualitario in cui opera e significato, biografia personale e macro-storia, geopolitica e sistemi di pensiero circolano, si intersecano e dialogano così come abitualmente fanno nel mondo esterno plasmando una mescla borgesiana di visioni, ideologie e prodotti culturali.

mothertongue è il titolo emblematico dato al padiglione: è possibile pensare a una lingua madre che può rinsaldare le frantumazioni della storia e del sé? Che senso ha oggi parlare di identità? Dove va a naufragare il blocco dell’identità individuale quando quella nazionale, religiosa e politica vacilla, frammista di elementi spuri, di contaminazioni eterogenee e di mutazioni eterodirette? mothertongue sembra così assomigliare sempre più all’ibrido parlato da Regan, la protagonista del film L’esorcista interpretata da Linda Blair, in cui si mescolano idiomi provenienti da geografie distanti e da tempi lontanissimi, in una vulgata che gira tutt’intorno a 360° come fa la testa di Regan nell’inquietante scena dell’esorcismo, unendo realtà e mito, volgarità e cultura, degenerazione e intelligenza. L’esorcista costituisce un riferimento costante che fornisce i titoli alle singole opere (“Your mother sucks cocks in Hell”, “Lick Me Lick Me”, “Do you know what she did, your cunting daughter”, “O Θεóς μαύρο”), permettendo a Vo, perversamente e con ironica sottigliezza interpretativa, di insistere borderline sul confine tra esorcista ed esorcizzato, tra chi è parlato e chi parla, chi dirige e chi è diretto.

È quello che avviene anche nella situazione di qualcuno che ricopia delle parole pur senza comprenderne il senso, come in una delle opere presenti (“02.02.1861, 2009-“) che è parte di un progetto aperto comprendente una serie di lettere che vengono fatte scrivere al padre dell’artista che, pur non conoscendo né l’inglese né il francese, ricopia con la sua bella grafia la lettera d’addio rivolta dal missionario francese Jean-Théophane Vénard a suo padre prima di essere decapitato nel carcere di Tonkin in Vietnam. In questo modo la cultura materiale, rappresentata anche dall’uso del tavolo Judas dello storico designer danese Finn Juhl, e la produzione “alta” della scultura antica, non solo si avvicinano e si mischiano, ma si mostrano continuamente aperte nelle loro stratificazioni e giustapposizioni, verso la messa a punto di un’identità che è come un continuo passaggio di stato, forse mai fissato una volta per tutte, che si basa sul meticciato fluido del divenire storico e non sull’individualità egotica e sul nazionalismo.

4 Danh Vo vedi dida (500x375)

Danh Vo, Ο Θεός μαύρο (2015) - Foto Nick Ash

In questo modo le opere in mostra, secondo un procedimento che piacerebbe a Mary Shelley, presentano una porzione di un torso romano di Apollo in purissimo marmo bianco greco del secondo secolo d.C. rivoltata dentro ad una vecchia cassa di Carnation Milk, o una testa di cherubino del XVII Secolo incistata dentro a una consumata scatola di legno di Johnnie Walker, o ancora assemblano una Vergine lignea della scuola di Nino Pisano della metà del XIV Secolo appollaiata su uno sperone marmoreo di un sarcofago romano e immersa in una sala rivestita di seta color rosso-cardinale, ottenuto dalla cocciniglia secondo un metodo millenario nato in Messico e in Perù e poi esportato, oltre che sfruttato al pari dell’argento, dagli spagnoli in Europa a partire dal 1526.

Queste porzioni di storie passate, anche da intendere come una forma narrativa del pensiero e dell’azione, mostrano così un’appartenenza identitaria che si delinea attraverso un continuo peregrinare geografico e temporale, anche testimoniato dal formato “da viaggio” di alcune delle opere, che ricostruisce una vicenda fatta di scambi e di inversioni, ma anche di sopraffazione e di violenze, di cancellazioni forzate e di oblio, il cui riscatto è offerto, attraverso una lettura insieme globale e soggettiva delle cose, dalla felice interferenza tra l’arte e la storia.

Share →

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!