Tiziana Migliore

L’infranto, le rovine, la catastrofe, che Benjamin vedeva nell’Angelus Novus (1920) di Klee, li troviamo tutti alla Biennale di Enwezor. Anche l’altro leitmotiv del curatore, il Capitale di Marx, trasposto dagli artisti – Isaac Julien, Olaf Nicolai e Manuel Reinartz, Hans Haacke, Samson Kambalu… – o recitato al Padiglione centrale, ha la sua ancora di salvataggio nel passato. Ma il progresso, la tempesta che spira, dov’è? Dove sono gli All the World’s Futures? In Klee il futuro che attrae l’angelo sta nel punto di fuga del quadro, coincide con la profondità dell'immagine. Qui di futuri se ne godono pochi, la profondità è fosca.

Va di moda il documento. È la demagogia vincente nel sistema dell’arte. L’estetizzazione dell’archivio, ormai divenuto un feticcio, ne ha appiattito lo spessore simbolico. Come riconoscerne le derive? Facile, dalla vetrina linda, funerea, tono serioso. Sotto non c’è niente. Schiere di teche contenenti memorie si espongono al visitatore senza dargli da ricordare. Rispetto a queste pratiche, la lingua artistica neutra (Roland Barthes) è una contromisura inefficace. Per fortuna c’è la terapia del riso.

Jasmin Bilodeau, Sebastien Giguère e Nicolas Laverdière, collettivo del Quebec con l’acronimo di BGL, sono fra i rari artisti non esistenziali di questa Biennale. Ci fanno ridere. Non nel modo infimo di Sarah Lucas, beninteso. Il visitatore, percorse sale austere e padiglioni demoralizzanti, si imbatte in un verosimile minimarket, un dépanneur. L’ingresso a Canadassimo e il riso istintivo, contagioso, partecipato con estranei, è già un ristoro. “Una cosa si muove meglio quando è sottoposta a un forte stimolo […], si ride quando si è toccati al diaframma” (ps.Aristotele). BGL pensa il capitalismo e i futuri del mondo con il corpo, divertendo. Porta a galla una realtà latente, effetto del consumismo, che storna in una farsa carica di humour.

Canadassimo è lo storico padiglione offerto al Canada dopo la seconda guerra mondiale, progettato nel 1958 dallo Studio di architetti italiani BBPR e trasformato da BGL in un alimentari, nel cui retro abita il suo negoziante. Massima aspirazione di BBPR era di “infondere l’anima” nel padiglione. Ed eccone l’anima per BGL. L’edificio appare una stazione di servizio fra i due monumentali padiglioni vicini, Germania e Gran Bretagna. La scala umana, tipica di uno chalet, si prestava a questa modifica.

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BGL art collective-Jasmin Bilodeau,Sébastien Giguère, Nicolas Laverdière
Photo by Alessandra Chemollo - Courtesy: la Biennale di Venezia

Un’impalcatura cela l’antico palazzo. In fase di preparazione dell’opera, lo stato di abbandono del padiglione – all’ombra della kermesse della Biennale – ha suggerito al collettivo l’idea dell’immobile in restauro. “Decrepito, si vedevano dettagli di cui non ci si accorge in tempo di Biennale” (dal catalogo della mostra, con copertina in carta da imballaggio). Torna in mente Giardini, il video di Steve McQueen per la Gran Bretagna nel 2009. Alterare la natura architettonica e nazionale dei padiglioni è un altro trend del momento. Ma anche in questo ci vuole sensibilità critica.

Fuori, la simulazione è prodigiosa. Sulla porta abbondano i segni di un alimentari: gli orari, le carte di credito accettate, le ultime vincite al Lotto, annunci di concorsi a premi, perfino una scopa per il marciapiede. Nel tappetino calpestato dagli avventori si legge: “Bienvenue. Merci de votre confiance”. Una volta dentro, l’occhio resta preda dell’inganno: sui ripiani poggiano patatine, surgelati, scatolame, spezie, caffè, “ritagli d’ostia”… – e non manca l’addetto alla cassa. Il sospetto arriva con l’odore di stantio. Quei beni di consumo hanno la patina. Sono raccatti, oggetti riciclati, l’arte da Duchamp in poi. A contare è l’azione espositiva, per l’installazione, la presentazione e la sintassi dei vari ready-made.

Così, un maneki neko, il portafortuna cinese del “gatto del denaro”, infonde la sua anima nei contigui biglietti della lotteria; il posto dei piatti di plastica è accanto ai set di scopa e paletta; risalta il contrasto fra una Hellmann’s con il claim “Real-vraie Mayonnaise” e una con il claim “Olive Oil, Huile d’Olive Mayonnaise” (qual è l’ingrediente della “maionese reale” se ce n’è un’altra all’olio d’oliva?); le riviste di divulgazione scientifica, in particolare un numero di Sciences & Vie sugli incubi – “Cauchemars enfin expliqués! D’où ils viennent. Ce qu’ils disent de nous – affiancano dolciumi e snack. Gli unici prodotti contraffatti sono i cibi ultracalorici, con le immagini dei packaging sfocate. Indicano lo statuto simulacrale di questi oggetti, “fantasmi al futuro” (Fabbri), proiezioni immaginarie del volere altrui per esercitare un potere. Nel market l’arte finge di essere merce.

Di qui si accede al “privato” del negoziante, un habitat gremito di chincaglierie di ogni sorta, raggruppate per tipi: orologi, statuine, conchiglie, valige, souvenir. L’iperbole dell’accumulo, con l’aura dell’usura. Ma il retrobottega è anche un atelier e la coincidenza casa-studio rivela una curiosa dispensa. Vi si affollano copie in plastica di terrecotte non ancora dipinte (irrinunciabile il maneki neko del market!), pennelli ed ex cibi in scatola che gocciolano pittura. Merce che finge di essere arte.

Si giunge infine, lungo una scala, a una terrazza eretta già per Biennale architettura, fra i padiglioni canadese e tedesco, e ora rimotivata. Ospita un ingranaggio metallico attivato dal visitatore che, su istruzione, vi inserisce una moneta valuta Euro. Il meccanismo convoglia le monete verso grandi pannelli in plexiglass trapuntati, sculture sonanti in corso d’opera. In un intervento di BGL del 2008, uguale e contrario, Artistic Feeling II, una macchina emetteva dollari canadesi, suscitando il desiderio di possesso. A Canadassimo, ibrido italo-canadese anima della cultura occidentale, nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si conserva e si trasforma, complice il visitatore-fruitore. Un percorso narrativo della veridizione ed epistemico ci guida dalla menzogna – l’arte, sorniona, finge di essere merce e fa credere nel proprio valore – al segreto – dietro il negoziante si nasconde l’artista – al falso – scambiamo la cineseria per arte – all’amara verità – in questa teologia della ri-produzione l’opera futura e l’unica energia rinnovabile è un cloisonné di denaro.

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Una Risposta a Canadassimo. Dispense dell’arte contemporanea

  1. paolo fabbri scrive:

    proprio così. Un riso arguto ed acuto, transitivo e riflessivo. Invece non fanno neppure sorridere i “pastiche” del Capitale di Marx.

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