Martina Cavallarin

La 56° Biennale di Venezia offre delle perle da ricercare con dedizione e da esplorare come un investigatore olistico. A Palazzo Malipiero un lavoro dedicato, uno spazio che ospita una narrazione intensa, un palco di un teatro nel quale salire e ascoltare, installazioni video da assorbire e comprendere, teche da archiviazione scientifica in cui oggetti inquietanti e documenti secretati sono custoditi e svelati, per un racconto politico costellato di “ismi” e ingiustizia sociale.

Eugenio Viola si è preso cura del progetto ”Not Suitable For Work - A Chairman's Tale" dell'artista Jaanus Samma ispirato alla drammatica vicenda biografica di Juhan Ojaste. Il racconto contestualizza una vicenda storica precisa legata ad atteggiamenti omo-discriminatorio e chiama in causa i diritti umani che nel tempo e nell’evolversi della storia dell’uomo sono ancora irrisolti. La società contemporanea è attraversata dal rinfocolarsi di vecchi e nuovi integralismi, legati a fenomeni di estremismo e insofferenza che non toccano soltanto problematiche di genere, bensì irrigidimenti di natura razziale, economica, sociale, politica, religiosa, culturale, sempre rafforzati dal voyeurismo mediatico. Da Charlie Hebdo alle decapitazioni dell’ISIS, dalla paura collettiva legata al timore di attacchi terroristici al vacillare degli attuali assetti geopolitici i fatti quotidiani ci portano costantemente a facili quanto angoscianti richiami al passato prossimo e remoto. Si tratta quindi, attraverso la potenza ficcante dell’arte, di immergersi in una zona grigia della storia estone sovietica comprendendo che la forza e la bellezza di questo progetto risiede nell’aver saputo coniugare con sapienza artistica e talento curatoriale il personale e l’universale, il privato e il collettivo.

Al padiglione Polacco dei Giardini la curatrice Magdalena Moskalewicz assieme agli artisti C.T. Jasper e Joanna Malinowska hanno ambientato il componimento nazionale polacco dal titolo Halka, scritto nel XIX secolo da Stanislaw Moniuszko, ad Haiti, isola caraibica all’altro lato del mondo, orientandosi attraverso il folle piano di Werner Herzog nel suo Fitzcarraldo. L’adattamento dell’impianto scenico è stato girato in un villaggio di Cazale abitato dai discendenti di soldati polacchi che hanno combattuto per l’indipendenza haitiana. Il padiglione diviene così un’immersione profonda in racconto lirico decontestualizzato all’interno di una geografia impropria attraverso una teoria di 3 schermi concavi dai quali è difficile staccarsi mentre l’occhio osserva la destrutturazione di uno stesso paesaggio, il villaggio haitiano scansionato in 3 differenti momenti temporali. Brani di antropologia e indagini etnografiche per metaforiche sezioni della storia e della civiltà contemporanea.

L’Armenia ha vinto il Leone d’oro per la migliore Partecipazione nazionale e domenica, in extremis, folle di “biennalisti” ormai in partenza hanno invaso i battelli per raggiungere la suggestiva cornice del Monastero Mekhitarista dell’Isola di San Lazzaro degli Armeni. Qui si svolge Armenity, a cura di Adelina von Furstenberg, un progetto corale per voci sole, acclamazione dedicata di 18 artisti che hanno portato la loro cultura e la loro formazione avvenuta in differenti zone del mondo al servizio di un percorso sussurrato, forme di sparizione come armatura teorica di un fatto agghiacciante della storia.

La “chiamata alle armi“ si svolge sotto l’insegna di un’identità frammentata e dispersa, ricostruita e rinnovata con il talento di artisti transnazionali nipoti di coloro che sono sfuggiti al Genocidio Armeno nel 1915, il primo del XX secolo. Tra i giardini e le strutture architettoniche voci registrate provenienti da megafoni disseminati, scritture criptiche in armeno antico, sculture post moderniste, un tappeto sonoro, tracce, ritmi e fotografie di erbacce sradicate e resilienti ci immergono in Armenity, un progetto che ci racconta tra memoria e storia del dislocamento e della territorialità, della giustizia e della riconciliazione, dell’apparizione, della duttilità e di un futuro che è già qui.

E L’Italia? A noi manca il metodo. Auspico una tavola rotonda formata da un gruppo di curatori italiani internazionali - simpatici o meno, che lo vogliamo o meno, ma i grandi nomi li abbiamo - che affianchino il Ministro alla Cultura sulla prossima nomina. Con un curatore bravo il metodo è già chiaro. Per ora, guardando Codice Italia, penso ad alcune buone opere singole, ma ad artisti che avrebbero dovuto assumersi la responsabilità di dialogare con Vincenzo Trione e magari aiutarlo ad aggiustare il tiro. Mi riferisco ai nomi storici e a installazioni sempre troppo costrette e fagocitate da strutture “fieristiche” a fronte di un luogo magico trasformato in triste labirinto. Alla mente solo una frase di Francesco De Gregori: " …con l'anima in riserva e il cuore che non parte...”.

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