Ilaria A. De Pascalis

Cuore indiscusso e pulsante del film di Matteo Garrone Il racconto dei racconti - Tale of Tales è la prima raccolta di fiabe europea, scritta da Giambattista Basile all’inizio del Seicento, che si riversa nella dimensione metaforica e metamorfica che configura e pervade tutti gli elementi del racconto.

Il film sta riscuotendo un certo successo di pubblico, a cui contribuiscono diversi fattori: indubbiamente la figura divistica e autoriale di Garrone, tornata alla ribalta con questa ricca coproduzione fra Italia, Francia e Regno Unito; il ruolo di validazione culturale e lancio commerciale che ancora è rivestito dal Festival di Cannes, nell'ambito del cui concorso il film è stato presentato, benché non abbia ricevuto alcun riconoscimento ufficiale; e il fatto che vada a inserirsi nell'ambito di un genere visivo e narrativo come il fantasy, che negli ultimi venti anni ha visto emergere alcuni prodotti di grande impatto in ambito cinematografico e televisivo.

È evidente dunque che l'ambizioso progetto di Garrone vada a toccare delle corde molto sensibili, attraverso la costruzione di un mondo visionario e coinvolgente; la struttura formale risente solo di un doppiaggio italiano raffazzonato, in cui voci asettiche e convenzionali mal si adattano a dei corpi tanto segnati dalla matericità e dall'unicità. Il film porta avanti tre traiettorie che si incrociano appena: La regina segue le azioni intraprese da una regina (Salma Hayek) e da un re (John C. Reilly) per avere un figlio, e le conseguenze delle loro scelte nella vita del giovane e del suo gemello magico (Christian e Jonah Lees); La pulce riprende e ribalta questa ossessione familiare, raccontando delle difficoltà nel rapporto fra una principessa (Bebe Cave) e suo padre (Toby Jones). Più eccentrica è la storia de Le due vecchie, che ruota comunque attorno al desiderio di due orride e anziane sorelle (Shirley Henderson e Hayley Carmichael) per una nuova giovinezza al fianco del loro perverso sovrano (Vincent Cassel).

Il racconto dei racconti propone dunque un immaginario archetipico, in cui la visionarietà attinge alla tradizione culturale occidentale senza essere mai soltanto citazionistica né banale. I tre spazi in cui si svolgono le rispettive storie sono una vera e propria festa per gli occhi dello spettatore, costruendo una rete di metafore e rispecchiamenti fra luoghi e personaggi tanto evidente quanto complessa. L'esotismo storico delle locations dell'Italia medievale si intreccia con il fantastico e il meraviglioso, e genera una dimensione in cui il presunto equilibrio del mondo – che pure è verbalmente enunciato – viene continuamente sconvolto, in una proliferazione dell'animalesco e soprattutto del mostruoso. Benché la premessa narrativa sia, come spesso in Garrone, il desiderio di distinguere e categorizzare umano e non umano, visibile e invisibile, vero e falso, le esperienze messe in scena si rivelano troppo intense per essere contenute e ordinate in queste categorie.

Il continuo attraversamento del confine fra di esse è dunque motore potente di metamorfosi e riversamenti; e tutti i racconti convergono nel pathos del perturbante e dell’impossibilità di generare definizioni e distinzioni. In questo senso, al centro della narrazione e delle identificazioni non può che esserci l'affermazione della mostruosità, che pur trovando una configurazione estetica nei corpi deformi di draghi e pulci gigantesche, resta soprattutto intrinseca al genere umano. L'eccesso barocco trova la sua perfetta corrispondenza nelle continue trasformazioni e nell’assenza di limiti proprie del fiabesco, in un’esplosione visionaria e narrativa inestricabili l'una dall'altra. Il desiderio e la sofferenza si esplicano in una crescita incontrollata del possibile, e persino del probabile: benché le linee narrative siano solo tre, si avverte pertanto la sensazione di infinite trame intessute attorno al mondo, in una rete di relazioni inarrestabili.

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