Intervista di György Vári a László Krasznahorkai

Il 13 maggio 2015, pochi giorni prima che a László Krasznahorkai fosse conferito l'International Man Booker Prize, lo scrittore ungherese ha rilasciato a György Vári del quotidiano Népszabadság, questa intervista sui trent'anni dal suo libro d'esordio, Sátántangó, la meraviglia del mondo senza uomini, l'essere senza parenti, l'inevitabilità dell'essere ungheresi, e il ruolo delle “bellissime lettere”.

– Quest'anno ricorrono trent'anni dall'uscita del suo primo romanzo, Sátántangó, probabilmente la sua opera più nota e una delle più importanti. Cosa ne pensa dopo tutti questi anni?

– Me ne sono allontanato molto, ma nel corso di questi trent'anni non me ne sono mai distaccato del tutto, poiché - seppure a mente fredda - ho dovuto prendere parte al dialogo che di volta in volta si è sviluppato a proposito del libro con i lettori ungheresi e stranieri, i cineasti, gli esperti, i traduttori. Ora, però, nel romanzo che sto scrivendo sono ritornato lì, dove tutto ha avuto inizio, e il mio rapporto con esso è di nuovo più diretto, meno freddo e lontano. In effetti, nel caso di questo libro per me il suo ricordo è migliore della sua realtà, intendo dire che preferisco ripensarci, e quando lo faccio vengo preso solamente da una leggera inquietudine, ma per nessun motivo vorrei rileggerlo, perché temo che tale inquietudine possa tramutarsi in un terribile crollo. Non molto tempo fa ho ritrovato una fotografia che mi ritrae all'incirca nel periodo in cui stavo scrivendo Sátántangó. Guardavo quel tizio sulla foto e poi mi sono guardato in uno specchio. Mio dio, cosa posso dire? Il mio sentimento è di perdono, percepisco solo la malinconia della sconfitta. Lo dico a Gyula Krúdy, ma sono sicuro che anche lei comprende a cosa mi riferisco.

– „Nella sfera immobile dell'eternità buffoneggia l'interezza del tempo”, e questo movimento non è altro che „trionfante rovina”, „deperimento tenace, straziante”– dice in Sátántangó. Secondo molti in queste frasi è riassunta la visione del mondo dei suoi scritti. La pensa così?

– A quei tempi io stesso ballavo il tango di Satana, oggi non più, mi limito a guardare gli altri che lo ballano. Mi sembra però che il sátántangó sia rimasto lo stesso. È difficile dire altro sull'argomento, perché la distanza tra chi lo balla e chi guarda colui che balla è estremamente grande. È difficile rispondere anche perché ormai la persona che ha formulato quei pensieri non mi appartiene più; d’altra parte, in questo periodo sto proprio scrivendo ciò che potrei risponderle. La prego dunque di immaginare il menù di una bettola in mezzo all'Alföld che un tempo, trent'anni fa, iniziava con „Brodo di carne”, e che oggi invece inizia con „Brodo ricco di carne”. Questa è la situazione.

– „Da molti anni vorrei scrivere un romanzo in cui non vi siano uomini” – ha dichiarato più di dieci anni fa. Perché aspirare a ciò?

– Se non fosse rimasto ai posteri il famoso verso di Sofocle secondo cui non c’è nulla di più incredibile dell'uomo, potrei ora affermare che per secoli Sofocle è stato tradotto nel modo sbagliato, perché egli, lo so da fonte certa, in realtà voleva dire che, tolto l'uomo, non esiste nulla di più incredibile del mondo. Ma il verso citato ci è stato tramandato in quella forma, e quindi sono costretto ad ammettere che nei momenti difficili possiamo menzionare il “Sommo Tragico”, ma solo se intanto singhiozziamo discretamente. Come aveva fatto Malcolm Lowry. Mi riferisco al fatto che davanti a me si estende un mondo meraviglioso, un paradiso affascinante – fintanto che non vi metta piede l’uomo. E non serve certo dire: ehi, giovanotto, ma cosa sta facendo, come si permette? Anche lei sa perfettamente che l'uomo è parte del mondo creato esattamente come tutte le altre cose del mondo creato, e quindi non è semplicemente possibile parlare del mondo senza citare l'uomo, o non vedere nell'uomo quegli incredibili elementi costitutivi in virtù dei quali egli appartiene all'inebriante bellezza del paradiso esattamente quanto tutto il resto. Io però le rispondo: no, l'uomo appartiene all'„Innominabile” lato satanico, ossia è il satanico che domina l'uomo, che per questo rovina ogni cosa intorno a sé, se gli viene dato sufficiente tempo per portare a compimento ciò a cui è predestinato. Punirei severamente tutti coloro che ancora osano riferirsi al concetto di „Centro”. All’idea che l'uomo occupi un punto centrale del creato, in cui subisce l’influsso di due forze contrastanti, e tutte quelle cose lì. Li punirei. Il mio problema più profondo con il „Mondo Creato” è proprio questo: che non ci sia un „Centro”. Sa, sempre solo quel maledetto 0101.

– Nei suoi primi romanzi, in Sátántangó e in Melancolia della resistenza [Zandonai, 2013, traduzione: D. Mészáros e B. Ventavoli] dominava un sistema rivisitato, e in parte rimosso, di simboli del cristianesimo. In quelli successivi invece è presente piuttosto il buddismo. Come lo spiega?

– Anche se così fosse, ed essendo lei un ottimo osservatore, sarà sicuramente così, da parte mia devo comunque svelare che sia che lei ravvisi un sistema di simboli cristiani nelle mie prime opere sia che trovi quello del buddismo nelle opere successive, questo „cambiamento” non corrisponde a un vero passaggio, come quando una persona abbandona un credo e ne abbraccia un altro, per cui non sono in grado di spiegare cosa possa significare ciò. Entrambe queste visioni del mondo le sento vicine a me, ma sono altrettanto vicini a me anche il manicheismo o il giudaismo o il taoismo o lo scintoismo. Sempre se ci riferiamo a essi in quanto filosofie. Non dimentichi che io lavoro nell'industria dello spettacolo, e secondo una delle regole del mio mestiere non sono io a manifestarmi nei miei romanzi, bensì i miei personaggi. Tutto ciò che lei legge nei miei romanzi, appartiene ai personaggi, non a me. In termini molto concreti, posso dire che quando ho scritto le mie prime opere, le vicende si svolgevano nell'Europa dell'Est, in Ungheria. Lì – essendo crocefissi sulla croce della birra e del vino tagliato – i personaggi dei romanzi piuttosto raramente si manifestano attraverso i simboli del buddismo. Più tardi, quando i personaggi iniziarono ad affacciarsi dall'Estremo Oriente, allora comprensibilmente si esprimevano attraverso i leggeri fumi del buddismo piuttosto che attraverso i simboli del cristianesimo, essendo la combinazione birra-vino tagliato sconosciuta da quelle parti. Se i cosiddetti capricci del destino mi avessero portato per esempio in Iran, e non in Ungheria o in Estremo Oriente, può esser certo che ora converseremmo di zoroastrismo, del culto di Mitra o addirittura del sufismo. Ma non è così.

– L'atto dello scrivere è spesso presente nei suoi testi, e ciò ha portato molti critici a ritenere che la scrittura diventi parte anche della rovina in divenire. Qual è il ruolo della letteratura nel mondo? È proprio necessario scrivere?

– Mi sentirei terribilmente male, se tali critici deducessero questo dai miei testi. In tutta serietà suppongo che esista una produzione letteraria di altissimo livello, parlerei di “bellissime lettere”, che lavora contro la rovina. La possibilità che questa letteratura possa assumersi il compito di aspirare alla conoscenza stessa, ossia che non cerchi di descrivere un mondo, ma di indagarlo a fondo, già in sé segnala con forza il suo essere un fatto morale. Non tutta la letteratura ha questi accenti morali, ma le bellissime lettere li possiedono. E, da parte mia, è in questa direzione che sto cercando di portare la lingua.

Ha parenti nella letteratura contemporanea ungherese? Spesso viene citato assieme ad Ádám Bodor.

– Penso di essere completamente sparentato. Però ungherese, motivo per cui tutto ciò che è ungherese mi è inevitabilmente parente.

Traduzione: Dóra Várnai

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