Nicolas Martino

«Lo stesso intellettuale ignora assolutamente l'origine sociale delle sue forme concettuali»1. È bene tenere a mente queste parole di Alfred Sohn-Rethel per provare a svolgere qualche riflessione a partire dall'ultimo numero di «aut aut» (365/2015) dedicato a indagare il lavoro intellettuale in epoca neoliberale e significativamente intitolato «Intellettuali di se stessi».

Già, perché l'intellettuale è ormai interamente colonizzato dalla forma di vita neoliberale che ha fatto di ogni vivente un imprenditore di se stesso, e quindi catturato in quel marketing del sé che non sembra lasciare alcuna via di scampo. Eppure proprio a partire da questa figura iperindividualizzata è possibile che emergano figure di vita comune, è possibile aprire un discorso che sottragga il lavoro intellettuale all'infelicità di un narcinismo (narcisimo + cinismo) esasperato. Questa, molto sinteticamente, la cornice approntata dai curatori, Dario Gentili e Massimiliano Nicoli, all'interno della quale si svolgono gli interventi dei curatori stessi, di Roberto Ciccarelli, Carlo Mazza Galanti, Federico Chicchi e Nicoletta Masiero, Andrea Mura, Alessandro Manna e Vincenzo Ostuni.

Quella dell'intellettuale è una storia lunga e complessa, recentemente ricostruita da Enzo Traverso in un volumetto snello quanto prezioso (recensito qui), che ha segnato di sé il Novecento, ma quella dell'intellettuale imprenditore di se stesso è relativamente recente ed è possibile farla risalire alla metà degli anni Settanta, in coincidenza con la grande controrivoluzione neoliberista, ed è il risultato della consumazione di quella figura dell'intellettuale separato chiamato a distinguere il vero dal falso e il bene dal male dall'alto del suo isolamento – consumazione indotta dalla trasformazione postfordista imperniata sulla fine della separazione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale e sulla valorizzazione del lavoro intellettuale e creativo diffuso - e però anche del fallimento della risposta che a quella grande trasformazione tentò di dare quell'intellettualità di massa prepotentemente emersa sulla scena delle metropoli occidentali dopo i «Trenta gloriosi».

Ecco perché, dicevo, è bene tenere presenti le parole di Sohn-Rethel e cercare di tratteggiare l'origine sociale di quelle forme concettuali che hanno catturato l'intellettuale dentro la nuova ragione del mondo (per dirla con Dardot e Laval), per cercare delle exit strategies dalle gabbie di quella che qui chiamiamo «la sindrome di Belen» e dalla sua infelicità diffusa.

Alfredo Jaar Cultura Capitale 2012 (640x341)

E questa origine, l'emergere dell'intellettuale di se stesso, l'aveva individuata subito Gilles Deleuze in una straordinaria intervista del 1977 sui «nouveaux philosophes». All'intervistore che gli chiedeva cosa pensasse di questa nuova schiera di giovani pensatori per lo più ex maoisti e normalisti, Deleuze risponde subito: «Nulla. Credo che il loro pensiero sia nullo» […] ma al tempo stesso «più fragile è il contenuto del pensiero, più acquista importanza il pensatore, e tanto più grande è l'importanza che si attribuisce il soggetto d'enunciazione rispetto agli enunciati vuoti».

Insomma dopo l'avanguardia che aveva messo in discussione la funzione autore, in musica, in pittura, nel cinema e anche nella filosofia, si assisteva ora a «un massiccio ritorno a un autore o a un soggetto vuoto e alquanto vanitoso», ritorno che rappresentava «una sgradevole forza reazionaria», in virtù della quale però i nouveaux philosophes si presentavano come dei «veri innovatori» che introducevano in Francia il marketing letterario e filosofico2. E aveva proprio ragione Deleuze, perché un anno prima, nel 1976, BHL aveva inventato la pub-filosofia confezionando ad hoc un dossier su «Les Nouvelles Littéraires» e lanciando il fenomeno mediatico che avrebbe funzionato da modello per tanti altri che si sarebbero succeduti: i nuovi critici, i nuovi pittori, i nuovi designer, il nuovismo d'assalto degli anni Ottanta3.

ABO (2) (414x500)

Eccola dunque l'invenzione dell'intellettuale imprenditore di se, a cui va riconosciuto senz'altro il merito di aver intuito subito il senso della sussunzione del lavoro culturale sotto il capitale e le chances offerte dalla società dello spettacolo. L'Italia non è stata da meno, e anzi è riuscita anche ad anticipare i cugini francesi con la velocità di ABO che già nel '72, con una geniale operazione di marketing, fece affiggere a Roma dei manifesti dove sotto la sua figura comparivano le parole: «Io sono Achille Bonito Oliva, il critico, dunque il coglione». L'intellettuale mediatico e imprenditore di se, senza resti, è una delle possibilità aperte dalla controrivoluzione neoliberista, che disegna però le forme concettuali all'interno delle quali si trova catturato l'intellettuale in generale e il knowledge worker del Quinto Stato.

Ma l'intellettuale di se stesso non esiste fuori dalla restaurazione della funzione autore e quindi da una ipersoggettivazione individualista, narcinista e caricaturale. Sono queste forme concettuali che vanno abbandonate, ricordando per esempio che prima dell'«Italian Theory» c'è stata la «Conricerca», non un brand da spendere sul mercato internazionale della cultura, ma una pratica teorico-politica, oltre la funzione autore, per rovesciare lo stato di cose presente. Forse da qui si può ripartire per guarire dalla «sindrome di Belen» e costruire quelle forme di vita in comune che auspichiamo insieme agli autori di «aut aut» e che altro non possono essere se non «ciò a cui si riferiva Marx parlando del compositore di musica e dell'opera d'arte come anticipazione formale di una produzione senza dominio»4.

Il fascicolo di «aut aut» viene presentato oggi 26 maggio a Villa Mirafiori (via Carlo Fea 2, Roma) - ore 17.30 aula XV. Intervengono i curatori, gli autori dei saggi e Giuseppe Allegri, Ilaria Bussoni, Ilenia Caleo, Viola Giannoli, Nicolas Martino, Elettra Stimilli.

  1. Alfred Sohn-Rethel, Il denaro. L'apriori in contanti, Editori Riuniti 1991, p.14. []
  2. Gilles Deleuze, À propos des nouveaux philosophes et d'un problème plus general, supplemento al n. 24 di «Minuit», maggio 1977; trad.it. A proposito dei nuovi filosofi e di un problema più generale, in Id., Due regimi di folli e altri scritti. Testi e interviste 1975-1995, Einaudi 2010. []
  3. Per un'analisi del fenomeno mediatico dei nouveaux philosophes si veda anche François Aubral-Xavier Delcourt, Contro i «Nuovi filosofi», Mursia 1978. []
  4. Paolo Virno, I sognatori di una vita riuscita, in «Metropoli» n.1. 1979, p.45. []
Share →

4 Risposte a L’intellettuale e la sindrome di Belen

  1. palma francesco scrive:

    Aprire alla “conricerca” non è cosa semplice. I tentativi fatti negli anni ’80 sono falliti a causa di tanti fattori. Due tra tanti : l’azione repressiva del revisionismo storico e l’azione devastante dello spontaneismo armato.Forse già questi fattori hanno costretto centinaia di ” conricercatori ” a una ritirata nel privato , dando così vita alla nuova figura dell’intellettuale imprenditore di se stesso. Poi le nuove tecnologie informatiche hanno fatto il resto. Ma non è tutto negativo questo processo se si riescono a mantenere intatte le radici da cui proviene il metodo della conricerca. Ma chi la conosce la provenienza,la storia ecc. della conricerca ?

  2. sergio falcone scrive:

    Gli intellettuali? Spesso son come i politicanti, aggiustano il tiro, la teoria, a seconda delle convenienze. Anche per loro vale il “Chi non vive come pensa, finirà col pensare come vive”, Karl Marx.

  3. FEDERICO LA SALA scrive:

    MARX, IL “LAVORO – IN GENERALE”, IL “RAPPORTO SOCIALE DI PRODUZIONE – IN GENERALE”…. LA NECESSITA’ DI RIPRENDERE LA LEZIONE DI SOHN-RETHEL. A onore di Nicolas martino e del gruppo di lavoro dell’’ultimo numero di «aut aut» (365/2015).

    (A seguire l’inizio di un saggio del febbraio 2001)

    CHI SIAMO NOI IN REALTA’?* Relazioni chiasmatiche e civiltà. Lettera da ‘Johannesburg’ a Primo Moroni …

    Caro Primo

    Se dico: il diritto romano e il diritto tedesco sono entrambi diritti, ciò è ovvio. Se invece dico: il diritto, qu e- sto astratto, si realizza nel diritto romano e nel diritto tedesco, questi concreti dir itti, il nesso diventa mistico (K. Marx, L’analisi della forma di valore , Bari, Laterza, 1976, p. 76).

    Se dico: un uomo e una donna sono entrambi esseri umani, ciò è ovvio. Se invece dico: l’Essere umano, l’Uomo, questo astratto, si realizza nell’ uomo e nella donna, questi concreti esseri umani, capovolgo tutto, il nesso diventa mistificante (nel pensiero e nella realtà della famiglia, della società civile, e dello Stato). Parlo come Platone, come Hegel, come il Papa, e porto acqua al mulino del Dio Denaro e del Dio Capitale…

    Convinto, inattualmente e contemporaneamente, che occorra lavorare di più e meglio nella direzione di Marx (Freud, Benjamin, Sohn- Rethel, Paci, Fachinelli, Lea Melandri, e gli infiniti Altri e le infinite Altre) e che oggi, “nella ideologia dominante, invece, la teologia ha assunto il materialismo storico al proprio servizio, a pprofittando della congiuntura per la quale esso è oggi quel nano che facilmente si occulta, piccolo e brutto come si ritrova ”(cfr. E. Sanguineti, Introduzione, K. Marx – F. Engels, Manifesto del Partito Comunista, Roma, Meltemi editore, 1998, p. 9, cors. mio), ho deciso di scriverti di alcuni risultati di mie riflessioni, per sollecitare una ripresa del lavoro critico, della pratica della libertà e della lotta di liberazione. Mi auguro che siano degne della tua stimatissima attenzione.

    La mia convinzione, per evitare inutili equivoci, è questa: solo con Marx , e con un Marx liberato dalla sua offuscata lucidità, possiamo capire criticamente Platone (la filosofia), Gesù (il messaggio evangelico e la religione cattolico- romana), Hegel (l’identità della filosofia e della religione) e il nostro tempo, non viceversa. E la mia proposta – presentata qui di seguito come via chiasmatica della conoscenza non è altro che la proposta di un materialismo storico liberato dalla sua cecità e capace non solo di realizzare “un’ananmesi della genesi” e “risolvere il miracolo greco passando attraverso il denaro” (come ha intuito e tentato Sohn- Rethel), ma anche di sognare meglio quello che hanno sognato tante generazioni e anche noi ancora sogniamo…

    Nell’ideologica confusione e incapacità (di chi?, non forse del famoso Partito Laureati Italiani, a cui si sono iscritti anche quelli della cosiddetta sinistra, di cui parlava don Milani!?) di portare a fondo la critica dell’economia politica, la secolarizzazione del denaro, e lo studio “ del modo in cui si organizzano socio-economicamente i rapporti tra gli uomini, e di come tali organizzazioni generino diverse e nuove prospe ttive etiche”, si preferisce discutere, “con maggiore elevatezza e nobiltà del bene e del male, della virtù e dei vizi ”(E. Sanguineti, op. cit., p. 11, cors. mio) e rifugiarsi, beati e tranquilli, sotto l’ombrello di Platone, il filosofo, papa e re, dell’O ccidente. (…)

    * Cfr. F. La Sala, L’enigma della Sfinge e il segreto de l la Piramide. Considerazioni attuali sulla fine della pre i storia, in forma di lettera aperta (a Primo Moroni, a Karol Wojtyla, e, p. c., a Nelson Mandela), Roma- Salerno, Edizioni Ripostes, 2001, pp. 9-40. (sez. Filosofia, http://www.ildialogo.org/: http://xoomer.virgilio.it/gsarubbi/filosofia/chisiamonoi21062003.pdf).

    Federico La Sala

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!