G.B. Zorzoli

In appendice a un convegno sulla bioagricoltura, ho trascorso mezza giornata a Expo 2015. Troppo poco per una visita approfondita. Abbastanza per un’impressione complessiva.

Arriviamo con un pullman che, per le norme di sicurezza, ci scarica a più di un chilometro dall’ingresso. Sono le due del pomeriggio e sotto il sole affrontiamo la marcia di avvicinamento ai cancelli, dove il controllo è più severo di quelli aeroportuali. All’interno gli spostamenti possono avvenire solo a piedi. Inevitabilmente si percorrono chilometri senza l’ausilio di tapis roulant (presenti invece, nella non lontana Fiera di Milano) e nemmeno di panchine o di fontanelle d’acqua. La logistica non è certamente un fiore all’occhiello dell’Expo 2015.

Se non avessero reiterato fino alla noia il messaggio sulla nutrizione come filo conduttore dell’Expo, nessuno – credo – si accorgerebbe che questi erano gli intendimenti degli organizzatori. Sapendolo, e andando a ricercarne i segni concreti, alla fine si colleziona un certo numero di exhibit più o meno coerenti col supposto filo rosso della manifestazione. In maggioranza espressione delle grosse aziende del settore, ma anche con spazi interessanti per l’agricoltura alternativa. Entrambi, però, diluiti entro un complesso di padiglioni, dove a dominare sono quelli nazionali, con ciascun paese principalmente interessato a offrire di se stesso un’immagine gradevole, valorizzando qualsiasi cosa possa portar acqua al suo mulino.

Anche la gente – non poca – che si aggira per i padiglioni o si ferma in strada a guardare gli show folcloristici sparsi qui e là, contribuisce a omologare Expo 2015 a una delle tante fiere campionarie. Un po’ più grande, ma non tantissimo per via dei lavori incompiuti; con qualche padiglione architettonicamente gradevole, altri banali fino al kitsch. In sintesi, una fiera paesana globalizzata, di qualità superiore alla media.

Ripensando alle polemiche che hanno accompagnato la fase preparatoria e ai casini che hanno contrassegnato l’apertura della manifestazione, sarei quasi tentato di concludere con Shakespeare, Much ado about nothing, ma non sarebbe giusto liquidare con una battuta un evento che ha comunque mosso corposi interessi e impegnato non poche intelligenze nel tentativo di dargli una chiave di lettura non meramente economico-commerciale, anche se alla fine ha prevalso il dejà vu.

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