Angelo Guglielmi

L’età della febbre è una antologia di testi narrativi raccolti all’insegna del «cogliere il presente». Proposito ammirevole purché lo si intenda come cogliere ciò che si nasconde nel presente. Giacché la superficie del presente appartiene a tutti i viventi: la differenza sta nell’aderenza, sempre scivolosa quando è vissuta come convenienza più che come scoperta. Mi viene questa riflessione proprio pensando ai nostri scrittori che, preoccupati dall’esaurimento di strumenti dell’immaginare e dello scrivere che pure erano stati utilizzati con efficacia fino a quarant’anni fa, si trovano (negli ultimi trent’anni) a pasticciare «non soluzioni» grazie alle quali si illudono di cavarsela (di trovare una via d’uscita).

Il problema che è alla base della scrittura narrativa è la percezione della realtà. Qui non vogliamo tornare a discettare del concetto di realtà: lo abbiamo fatto tante volte (e tante volte evidenziandone la difficoltà) sempre tuttavia convinti di come non siano sufficienti (e anzi profondamente errate – tali da non cogliere nel segno) tanto la pretesa di una definizione ideologica della realtà quanto quella di una sua resa dettata dall’esperienza quotidiana.

I nostri scrittori negli ultimi trent’anni hanno tagliato la testa al toro e considerato «realtà» gli eventi in cui inciampavano ogni giorno (e non è sbagliato, purché se ne colga il peso specifico – che non è quello della bilancia), vivendola nella doppia forma:del racconto cronachistico (ispirato a «fatti» accaduti o inventati) e dell’autobiografia. Bene, a qualcuno è riuscito di fare lievitare la narrazione elevandola ad atto di responsabilità pubblica. Ma più spesso le nostre librerie sono state invase da romanzi a trama gialla (col merito comunque di avere riportato in vita un «genere» che già in passato aveva dimostrato di avere artigli sensibili), e dove c’è l’acqua o il petrolio immediatamente ne avvertono la presenza; molti romanzi giornalistici (che non hanno nessun merito); molti testi di confidenze e confessioni che se sfuggono al pettegolezzo incorrono nell’inconveniente della storia esemplare (sì, inconveniente: un esito difficile da tenere a bada).

Comprensibile è allora che minimum fax (una casa editrice svelta e giovane ) senta il bisogno di intervenire per infondere qualche nuova vitalità e varietà nelle nostre lettere (che oramai sono percepite non si sa perché – anzi ben lo sappiamo – essenzialmente come «narrativa»). Di qui l’antologia L’età della febbre, che raccoglie testi narrativi di scrittori nuovi (anche se alcuni già con qualche pubblicazione alle spalle) di età inferiore ai 40 anni (anzi, fra i trenta e i quaranta). Dunque davvero nuovi giacché appartenenti all’ultima generazione attiva dopo quella degli attuali quarantenni che qualche anno prima (con l’altra antologia La qualità dell’aria, pubblicata dalla stessa casa editrice) si manifestò con testimonianze e prese di parola portatrici di una nuova idea di mondo (oltre che di un nuovo modo di scrivere – che poi è la stessa cosa).

Nel nostro caso, cioè nell’Età della febbre, la mira (senza proclami e manifesti) è meno ambiziosa ma più concreta: «provare a raccontare l’Italia contemporanea, affinando l’attenzione, lavorando sul minimo passaggio» – così dice la bella presentazione di Christian Raimo. Ma è una concretezza apparente, priva di indicazioni effettive (a parte quell’affinare l’attenzione e non molto di più) e in fondo tutta poggiata su aspettative implicite negli esordi (o comunque nei racconti ancora da scrivere). È l’attesa di un risultato prima di esserne una preparazione. Davvero pensiamo che basta avere qualche anno in meno, per dare alla narrativa una nuova (o più robusta) identità? L’impressione è che quel lavorare sul minimo passaggio si riduca a una chiamata d’aggiornamento degli arredi. Ed è proprio questo che accade. Negli undici racconti dell’antologia (dei quali uno a fumetti) certo c’è una maggiore presenza di «digitale» – e il disordine ordinato che comporta (sorprendente l’installazione tecnologica di Emmanuela Carbè); non ci sono spinelli (o coca) se non in Vincenzo Latronico (che il suo felice esordio lo marcò quattro anni fa con La cospirazione delle colombe); non c’è la città e quasi assente è il paesaggio (non c’è suggestione di «bellezza»); c’è una più oliata snodatura di intrecci pur complessi (vedi Claudia Durastanti); non c’è sesso manifesto, finora ingombro (inevitabile) di ogni racconto; c’è un allagamento di chiarità nelle manifestazioni della vita sentimentale sottratta alla minaccia sempre incombente del buio (luminose le bugie di Chiara Valerio).

Dunque si tratta di racconti (e autori) che non si allontanano dai paradigmi (immaginativo stilistici) seguiti dai loro più o meno vicini predecessori, se non per quelli che io chiamo gli arredi cioè lo sfondo su cui si tengono le celebrazioni narrative. A dire il vero dei nove racconti (esempi) dell’antologia uno ( a mio parere) fa eccezione, ed è Il prodotto interno lordo di Giuseppe Zucco. Si tratta di un racconto scritto sul fondo bianco delle mutande di un bambino, sul quale le macchioline marroncine che appaiono ogni mattina vengono lette dalla madre come segnali della vita (soprattutto) interiore del figlio. È una sorta di biografia emotiva, che nel corso del racconto si estende alla condizione dei genitori, e che ha conseguenze anche sul loro matrimonio: di cui quelle macchioline (assumendo forme ogni volta diverse) segnalano i momenti di rottura e regolano gli accoppiamenti pacificatori. È un racconto paradossale e certamente ironico dove tuttavia (e qui è la novità) l’effetto straniante non è ottenuto con lo strumento dell’ironia (da sempre utilizzato per rovesciare i significati attesi) ma con una scrittura oggettiva che racconta quel che vede. Certo trasformare lo sfondo del cielo (sul quale per tradizione si scrutano i movimenti degli astri e si leggono le sorti del mondo) nel fondo di cotone bianco delle mutande di un bambino picchiettate di schizzi di cacca (come stelle) è un’impresa non solita...

Ma a parte questo racconto, che è decisamente un sorpresa, non molto d’altro l’antologia sembra proporci. È che non basta l’età (che certo fa la sua parte) – lo ripeto – a creare nuovi scrittori. È necessario un progetto che indichi una possibile prospettiva. I pochi momenti di svolta, negli ultimi sessant’anni di narrativa italiana (indipendentemente da ogni valutazione di valore), si sono avuti dietro la spinta di un progetto. Così è accaduto col Gruppo 63 (preceduto dal «verri» di Anceschi e dalle sue proposte di nuova poesia); così è accaduto con le tre antologie di Tondelli che, prima ancora di rivelare nuovi scrittori, ha legittimato un nuovo modo di vivere e di esprimersi (finalmente all’aperto lungo i paesi del mondo); così è accaduto coi Cannibali e il loro surrealismo combattente; e così con La qualità dell’aria, col ritorno al racconto a trama non dimentico tuttavia di una sapienza strutturalista e delle esperienze formali più avanzate.

Nell’Età della febbre non c’è progetto ma solo attesa delle novità (che lo scorrere del tempo, eventualmente, potrà portare). E progetto significa riflessione critica sulla situazione di partenza e individuazione di possibili scatti in avanti, nella consapevolezza che possono essere trovati solo in un nuovo modo di scrivere.

Per quel che vale voglio ricordare che qualche anno fa, quando in occasione della celebrazione del Centenario della CGIL mi fu richiesto di organizzare un’iniziativa editoriale in tema di narrativa, non trovai di meglio che scrivere una lettera ai giovani scrittori italiani allora attivi informandoli dell’incarico ricevuto e invitandoli a prendervi parte. La lettera così recitava: «Sono stato incaricato in occasione del centenario della CGIL, che cadrà nel 2006, di raccogliere in una apposita collana tutti i testi (o una significativa selezione) poetici, narrativi e saggistici scritti negli ultimi cento anni sul tema: il lavoro. Questa è la premessa alle cui indicazione mi atterrò ma in cui non vorrei che si esaurisca il mio impegno. Certo frugherò non solo con il pensiero nella letteratura dell’ultimo secolo alla ricerca di titoli sull’argomento ancora oggi significativi come, per citare i primi nomi che mi vengono in mente, Memoriale di Volponi o Donnarumma all’assalto di Ottieri. Più interessante mi parrebbe tuttavia o comunque necessario, non solo per festeggiare il centenario, di unire alla riproposta di testi già editi (che riuniti in una nuova pubblicazione potranno svelare aspetti critico-problematici che considerati uno per uno sfuggono all’analisi) anche alcune opere (specificamente di narrativa) di nuova produzione, ovviamente incentrate sul tema del lavoro.

Ripeto che questa (seconda) parte del mio impegno è destinata a dare un senso più compiuto all’operazione conferendole una giustificazione più alta. E non solo per quel tanto di lustro in più che ne ricaverebbe l’iniziativa celebrativa ma soprattutto perché, oltre le ragioni della celebrazione, l’eventuale produzione di nuovi testi potrebbe significare la rimessa in moto o comunque costituire un nuovo impulso alla ricerca letteraria in un momento in cui non sembra troppo ricca di stimoli. Non potrebbe essere il tema del lavoro, tanto importante per la nostra vita al punto di coincidere così spesso con essa, a rappresentare questo stimolo (magari atteso e finalmente trovato) per sperimentare nuove soluzioni formali, una diversa mobilitazione della fantasia a dar vita a nuovi linguaggi?». Spedii questa lettera a una ventina di scrittori ancora oggi attivi (alcuni nomi per tutti: Covacich, Magrelli, Trevi, Balestra, Ammaniti, Pascale ecc.) e da tutti ricevetti risposte positive e soprattutto di appassionata condivisione. L’impresa poi non ebbe seguito perché le Case editrici che avevano sotto contratto quegli scrittori li scoraggiarono (ché piuttosto si affrettassero a consegnare il romanzo già in programma).

Mi viene in mente: non potrebbe essere, oggi che il problema del lavoro ci investe così drammaticamente, il momento di riprendere quel progetto? Certo metterebbe gli scrittori di fronte a un impegno imprevisto, e forse capace di garantire risultati inattesi.

L’età della febbre. Storie di questo tempo
a cura di Christian Raimo e Alessandro Gazoia
minimum fax (2015), 328 pp.
€ 16

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