Intervista di Jacopo Galimberti a un'anonima studentessa e militante franco-italiana

Puoi descrivere in breve il tuo lavoro?

Sono studentessa in sociologia, quinto anno di università in Francia, paese dove sono nata e cresciuta. Non lo considero un lavoro, visto che non sono pagata. Ho lavorato nel settore finanziario prima di riprendere la specializzazione, appunto per permettermi di studiare durante 2 anni.

Come ti sei avvicinata alla tradizione politica dell'operaismo e/o al Marxismo dell'autonomia degli anni Settanta?

Tutta colpa della famiglia...

Cosa significa per te oggi "rifiuto del lavoro"?

Significa non entrare nelle logiche che ti fanno poco a poco considerare la tua azienda o organizzazione lavorativa come una cazzo di famiglia, non pensare che ci passerai la vita o che darà un senso alla tua vita. Non credere che si prenderanno cura di te. Lavorare quello che lo stipendio ti paga. Anzi anche se lo stipendio non è da miseria, non passare tutto il propio tempo al lavoro. Significa considerare che c’è sempre qualcosa di più importante. Che è solo un modo per guadagnarsi il pane. Fare in modo di essere in una situazione nella quale puoi lasciarlo il lavoro se ti fa sbroccare. Per esempio essere in grado di ridure di brutto le spese minime, quindi sapere rubare quando c’è ne bisogno, occupare case (ovvio che quando hai figli o che, diventa propio dura riddure le spese). O allora avere due lavori, due capi/e. Il che non solo ti permette di giocare tra i due per ritagliarti i tuoi spazi usando la scusa dell’altro lavoro, ma inoltre te ne resta sempre uno se ti buttano fuori dall’altro o se gli mandi affanculo. Ma sopratutto significa non essere riccatabile dalla retorica del lavoro ben fatto qualsiasi sia lo stipendio. A stipendio di merda, lavoro di merda.

rifiuto del lavoro unità

Come cerchi di mettere in pratica questo rifiuto?

Se fin’ora c’è l'ho fatta ad entrare e uscire dal lavoro quando ne avevo voglia io, invece non sono mai riuscita più di tanto a sbarazzarmi della retorica del lavoro ben fatto. Se faccio un lavoro che mi piace, lavoro più di quello che la paga vale. E anche se non mi piace ma se metto i/le colleghi/e nella merda, cerco di fare le cose perbene. Gli unici compiti di lavoro che riesco a trascurare volontariamente sono le cose che considero inutili e da fare per capi/e o colleghi/e stronzi/e.

* I redattori hanno deciso di non correggere i refusi poiché li ritengono testimonianze di vicende storiche in parte legate al rifiuto del lavoro.

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2 Risposte a Sul rifiuto del lavoro

  1. federico scrive:

    Davvero una buona idea questa rubrica: fondamentale il tema, originale la forma.

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