Piero Del Giudice

A cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta nelle aule del Liceo classico («Romagnosi» di Parma) scorreva un tempo diacronico, un controtempo, nei corridoi silenziosi con la prospettiva di porte per aule silenziose. I luoghi della formazione artigianale erano, allora, palazzi isolati su viali alberati, spazi difformi per una formazione difforme. E il danaro vi circolava così poco che, possiamo dire, non circolava danaro.

Era, quello del classico, un contenitore per individui adolescenti, anarchici e confusi. La scuola li accoglieva, li salvava, mediava e medicava il conflitto violento con il padre. Professori un po’ strani, timidi precettori, alcuni davvero matti, fratelli maggiori – lode alla loro dedizione – erano il surrogato del padre e insegnavano – di fatto – a non credere alla storia ufficiale.

Più che i nuovi storici (gli Isnenghi, i Rochat, Melograni, Monticone e tutta la nuova storiografa che matura nei primi anni Sessanta e piomba sul Cinquantenario della Grande guerra), è la trasmissione di un tempo altro impressa al liceo a spingere per una nuova storia (e certo Danilo Montaldi con le autobiografie degli esclusi, Gianni Bosio con la scoperta del registratore): andare ai testimoni diretti, ai protagonisti – qui della Prima guerra mondiale –, a quelli che stanno in cronaca nel giornale della storia e che, per anagrafe, nel Cinquantenario erano vivi. Un «paese sotto», intanto, emerge nel censimento nazionale del 1961: col movimento di giovani funzionari provvisori verso volti e vite negli anfratti del paese, alla raccolta dati.

Si imboscavano, i disertori della Grande guerra; lungofiume e in bande armate affrontavano i carabinieri («…noialtri pavesi siam figli del Ticino / e al macello umano non vogliamo andar.  // Ho disertato anch’io / per non fare il militare / perché la mia pellaccia la costa cara / e la voglio salvare…»). In licenza dalla trincea – le armi con sé – o perché convalescenti, decidono di non tornare al fronte. «La protezione che i disertori ottengono non si limita al nutrimento e al rifugio; al grido di “molla, molla!”, donne, anziani e ragazzi accorrono insultando i carabinieri, aggredendoli con roncole e pietre. Nel settembre 1917 a Stienta, presso Rovigo, accade uno dei fatti più gravi. Secondo il rapporto di polizia, 150 donne e 50 uomini si oppongono all’arresto di due disertori aggredendo due carabinieri e gettandoli nel canale Bentivoglio dove un carabiniere annega» (Bruna Bianchi, I disobbedienti nell’esercito italiano durante la grande guerra, «Parolechiave», 26, 2001).

Nasce allora, per caso incrociandosi col Cinquantenario il rifiuto della leva militare e della Storia imbastita sulle imprese militari e sul, anche resistenziale, dulce et decorum pro patria mori («…Alcuni morirono, pro patria, / non “dulce” non “et decor” / Camminarono nell’inferno fino agli occhi / credendo alle menzogne dei vecchi, poi non credendoci, / tornarono a casa, casa d’una menzogna, / casa di molti inganni, / casa di vecchie menzogne e nuova infamia; / usura antichissima e stratificata / e bugiardi in luoghi pubblici…»: Ezra Pound, Hugh Selwyn Mauberley, 1920).

La leva è obbligatoria e lunga 24 mesi, l’obiezione di coscienza è punita con il carcere perpetuo, L’obbedienza non è più una virtù di don Milani ha un’eco enorme. Se si rifiuta la storia ufficiale bisogna riformulare una storia; e il più radicato bisogno che il presente sia negato, e rovesciato, ha bisogno di una storia altra. Lo stato delle cose presente cerca un risarcimento svelando i processi criminali della accumulazione.

Qui, nel Centenario, oscillano le masse e mutano in velocità le psicologie di massa: si danno appuntamento sulle rovine della città operaia gli adoratori della Sindone; i testamenti biologici si redigono la domenica nelle chiese della Protesta; i fedeli della Madonna di Medjugorje sbarcano in folle dai traghetti a Spalato mentre si combatte e muore nelle città dell’interno la nuova guerra dei Balcani; le badanti in gruppo la domenica ai giardini, le piccole servants filippine portano di sera a spasso attorno all’isolato i grandi cani dei padroni; i senegalesi pregano nel ramadan sul terrazzino sotto casa più o meno come gli ebrei al Muro; nei pressi dell’Arc de Triomphe – Grand Paris ha 12 milioni di abitanti – mercoledì 7 gennaio mentre si spara in periferia al Kosher-shop, dopo la strage a Charlie Hebdo, una famiglia di ebrei prega coi lumi accesi alla finestra e i vicini suonano alla porta chiedendo «pregate a voce bassa più bassa»; gruppi di curiosi guardano dalla terraferma i migranti che annaspano nelle onde del canale; la bella Cristina, che avrebbe fatto grandi cose negli anni del Cinquantenario, organizza – nel Centenario – una mostra sulla satira nella Grande guerra.

E però è utile leggere le lettere censurate dei soldati uscite nel Centenario dall’archivio centrale di Stato: «quando la Compagnia è ditruta il Collonnello è premiato con midaglia d’ore e passera Magg. Generale e poi mantano la circolare chi more per la Patria e Vessuto assai ville e vigliacchi io mi trovo a loslavaia dove ci sono migliaia e migliaia di morti e di feriti che cercano auto e non si possono autare perche si more senza altro… noi ci affidiamo avoi che quando sara il giorno della pace di vendicarvi dei vostri fratelli». «Vi faccio sapere che il Regg.to 13 e 14 isoldati ano copato uncolonelo e unmaggiore è uncapitano ferito e poi liano butati infiume isiano masata perche i soldati nonvolevano dare in trincela». «Il nostro 61 dopo ben otto volte di attacco riuscì a fallire per il suo grande smercio di carne macelata… Il nostro 62 pure, dopo undici volte di contratacco, falì per la sua grande macellazione». «In primalinea cimandano noi elloro dietro nel trincerone al sicuro e cidicono avanti, avanti senno visparo colla rivoltella impugnata e sono tutte persone dai 20-24 anni che cuasi potrebbero essere nostri figli».

Nella Rivolta dei santi maledetti (Prato, Stabilimento Lito-Tipografico M. Martini, 1921), C. Erich Suchert [Curzio Malaparte] scrive: «I carabinieri assassinati in trincea non si contano, quelli impiccati o pugnalati nelle retrovie non hanno numero. I pezzi grossi degli Alti Comandi si fermavano davanti al cadavere del povero e bravo carabiniere, leggevano il cartello appeso dai fanti al petto della vittima: “Aeroplano abbattuto” e non ne capivano niente».

Utile sapere – nell’alta marea documentale del quasi nulla del Centenario – come nei quasi dieci milioni di soldati morti in Europa nella Prima guerra mondiale, il primato lo tenga la Russia e, per intensità temporale, l’Italia nei primi mesi di attacchi frontali. Nell’Avanti Savoia! concludendosi l’egemonia di una classe sull’altra e dove più è consolidata questa egemonia là più si aprono le spianate con le distese dei morti. È adesso possibile riflettere sulla rapidità dell’organizzazione di uno Stato – quello italiano – che esiste da poco più di mezzo secolo e che in pochi mesi si arma, organizza le cinture di obbedienza e costrizione alla morte, fonda la censura su un movimento postale di 1,5 miliardi di lettere e cartoline (e quasi la metà dei soldati erano all’inizio analfabeti). I civili che muoiono in Europa nella Grande guerra sono dodici milioni e mezzo, per cause dirette e indirette (la guerra non solo di trincea). Giganteggia l’industria convertita alla guerra e balza in avanti (Genova la «città dei cannoni»). La guerra è necessaria ai padroni per la spartizione del mondo, i capitali si confrontano e combattono attraverso la produzione di morte degli operai-soldati secondo il modello fordista delle nuove fabbriche e produzioni. La guerra risolve i conflitti sociali e lo scontro di classe interno affiorato ai livelli di guardia. Padroni e corifei sanno bene come vanno le cose nella guerra. Le Ardenne, la Somme, la battaglia della Marna, la Galizia, nei primi due mesi di guerra hanno bilanci spaventosi di centinaia di migliaia di caduti. Stati Maggiori e corifei della guerra, la piccola borghesia nazionalista sanno tutto: morti, produzione di morte, sterilità dei combattimenti frontali, insensatezza.

Che scena feroce le riunioni – così nel Riccardo III di Al Pacino «è come una riunione di mafiosi» – di quelli che preparano la guerra e contano i braccianti, i piccoli contadini e operai da mettere in campo, artigiani e piccola borghesia invasata, nel confronto interimperiale (battono sulle vecchie Felt e lubrificano manovelle i contabili del Ministero della guerra). Geniali e luciferine le invenzioni – patria, territori irredenti, la promessa della terra e qualche lira di paga, sino a quelle casse piene di tibie che traversano il paese nottetempo a stazioni illuminate dai fari di contraerea, nell’escamotage vincente di ritorcere a sé la constatazione progressiva delle morti, l’elaborazione del lutto nella mitologia di massa del Milite ignoto. (E la deboscia della piccola borghesia: «…l’albergatore sbuca muovendo continuamente i gomiti, facendo passare con le mani sempre nuove ombre sul proprio viso, con le flessioni del corpo che più tardi, all’areodromo, ritroviamo tutte, per esempio, in Gabriele d’Annunzio… piccolo e debole, sgambetta apparentemente timido davanti al conte Oldofredi, una delle persone più importanti del comitato»: Franz Kafka, Gli aeroplani a Brescia, 1909).

Share →

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!