Martin Rueff

 

1. Come era venuta

 

Quelque chose de blanc
lumière venant vite sur la mer
s’en allant
comme elle était venue, rapide
Qualcosa di bianco
luce venuta veloce dal mare
va via
come era venuta, rapida
(traduzione di Jacqueline Risset)

Colei che aveva scritto un saggio dedicato alla velocità di Dante (Vitesse de la Comédie, «L’Infini», 2, 1983) e non aveva rifiutato di estendere la sua passione per il nome proprio (si dedica a Scève, ma anche agli anagrammi di Saussure) fino al suo stesso nome (pubblica Récit in «Tel Quel», 2, 1966 – récit? Risset), è partita: «com’era venuta, rapida».

Velocità di Risset. Tristezza di récit di colei che, partita troppo presto, si fermava di frequente presso Po&sie.

2. Poeta-traduttrice

Se ci fosse qualche interesse storico, poetico o teorico a isolare, fra i poeti e i traduttori, un insieme di «poeti traduttori», potremmo forse riconoscerli dal fatto che le loro risposte, ogni volta diverse, alla domanda «perché traducete?» non differirebbero, o lo farebbero il meno possibile, da quelle che darebbero alla domanda «perché scrivete?». E poiché scrivere è vivere nella convinzione che la differenza fra sogni di cose e sogni di parole è imprevedibile e difficile da situare, non ci sarebbe nemmeno molto senso a riservare i primi ai poeti e i secondi ai traduttori, e nemmeno gli uni e gli altri, alternativamente, ai due volti di uno stesso destino, di uno stesso carattere. Diciamo che il poeta-(traduttore) va dalla cosa-parola alla parola e che (ciò è in apparenza più semplice e senz’altro più vero) il (poeta)-traduttore va dalla parola-cosa alla parola. In altri termini, i poeti-traduttori fanno circolare il genitivo della bella espressione di Mallarmé, «dono della poesia»: vogliono essi stessi far dono di una poesia alla loro lingua e fanno alla loro lingua il dono della poesia degli altri – poiché «ogni traduzione vuole essere in primo luogo la possibilità che, fra molte altre, resta la prima per ogni poesia: quella, semplicemente, di essere a portata di mano». Politeista, il poeta-traduttore venera l’esistenza delle lingue e Babele offre il racconto antico delle sue fortune, a condizione che egli sappia rendersi ad essa disponibile.

Del resto ci sono sempre stati poeti traduttori, poiché la poesia non ha mai smesso di celebrare le possibilità della lingua fra le lingue, affascinata dal factum linguarum almeno quanto dal factum linguæ – Du Bellay, Marot, Milton, Ungaretti, Pound, Celan, Bachmann, Jaccottet: la lista è lunga e non omogenea. E merita di essere studiata. Nel ventesimo secolo, diremo che il poeta-traduttore è convinto che la traduzione sia una delle corde della sua lira impersonale: attraverso la traduzione, egli fa prova delle transazioni delicate e dolorose che implica la vita di ogni soggetto in una lingua (poiché è già un compito delicato quello di scrivere nella propria lingua). Bernard Simeone: «tradurre disapprende il possesso, l’identificazione, l’idolatria sempre in agguato nel rapporto a ciò che s’inscrive». Nel caso della poesia italiana, e per ragioni dovute forse allo statuto nazionale del bilinguismo italiano (latino/dialetti poi italiano/dialetti), i poeti offrono spesso un quaderno di traduzioni in cui si può cogliere più che un semplice esercizio di stile (fra i più recenti: Erba, Ceronetti, Sanguineti, ma anche Giudici, Fortini, eccetera). In Francia non sono mancati poeti traduttori dall’italiano: Philippe Jaccottet, Claude Mouchard, Bernard Simeone (di cui abbiamo appena pubblicato Ecrire, traduire en métamorphose: Verdier 2014), Jean-Charles Vegliante eccetera.

Con Andrea Zanzotto (Officina Risset)

Con Andrea Zanzotto (Officina Risset)

Per questo i poeti traduttori sono figlie e figli del loro tempo: il XX secolo ha cercato per più versi di sfrattare il soggetto nella lingua (il che non vuol dire, come affrettatamente si vorrebbe, dalla lingua). Per questo, senza dubbio, il poeta cerca una via all’insubordinazione, una maniera di lottare contro la padronanza, l’autorità, la postura del poeta dalla parola forte. Tradurre non è tradire, è servire: è onorare il conflitto delle fedeltà che anima tutti e a cui il poeta, forse più che ogni altro, vorrebbe essere sensibile. È lavorare rendendo inoperosa la possibilità della propria opera. Verrà un giorno in cui si potrà tener conto di questi metodi poetici: la polifonia, l’anonimato, l’eteronimia. La traduzione a colpo sicuro.

3. Il Tirso

Intorno a questo bastone, in capricciosi meandri, si sfrenano e folleggiano boccioli gambi, quelli penduli come campane o coppe rovesciate, gli altri sinuosi e fuggiaschi.

Baudelaire

Nel 1971 Jacqueline Risset pubblica i suoi due primi libri. Prima uno studio su Maurice Scève intitolato L’anagramme du désir: essai sur la Délie de Maurice Scève; quindi un primo libro di poesia: Jeu.

Pensare insieme la filologia come poesia, e la poesia come filologia, significava invitare nello stesso tempo i filologi a fare poesia e i poeti a fare filologia: al fine di creare un luogo in cui la frattura che nella cultura occidentale ha diviso poesia e filologia potesse diventare un’esperienza cosciente, problematica, senza essere occasione d’imbarazzo o di rimozione. Creare in maniera privata e pubblica questo luogo fu la preoccupazione costante di Jacqueline Risset poetessa, traduttrice, poetessa-traduttrice e professoressa.

Non ci possiamo dire sorpresi che questo luogo fosse situato da qualche parte in Italia.

Jacqueline Risset è poeta – le dobbiamo diversi libri di poesia: Jeu (1971), Mots (1976), Dans la barque dorata (1980), Sept passages de la vie d’une femme (1985), L’Amour de loin (1988), Petits éléments de physique amoureuse (1991), Les instants (2000). Non esiteremmo a classificare due libri di prosa breve nell’orbita della sua creazione poetica – Puissances du sommeil (1997) e Les instants les éclairs (2014).

È traduttrice; si dedica da poetessa alla traduzione e alla traduzione da poetessa. Se Jacqueline Risset ha tradotto Zanzotto, Lalla Romano e Machiavelli, resta legata per trent’anni a un’opera che le comprende tutte – La Divina Commedia, corretta per quasi trent’anni prima di trovare la sua forma definitiva nel 2010.

Questa traduzione è uno spartiacque e apre il capolavoro di Dante ai lettori francesi. Essa è accompagnata da due opere principali, Dante écrivain ou l’Intelletto d’amore (Seuil, 1982) e Dante: une vie (Flammarion, 1995), e da una serie di articoli critici vivaci e generosi che riguardano parallelamente questioni di traduzione o di storia culturale. Qui Jacqueline Risset assume a volte un tono dubitativo – «Peut-on traduire les géants?» («Mezzavoce», 1, 1994). Nel momento stesso in cui Jacqueline Risset moriva, usciva in Francia la sua traduzione delle Rime di Dante (Flammarion, ottobre 2014).

E giacché era professoressa in Italia, poteva dire a ragione: «son’ filologa anche io!». Fra i suoi lavori da filologa possiamo indicare opere ispirate e ispiranti come Traduction et mémoire poétique. Dante, Scève, Rimbaud, Proust (Hermann 2007) e Une certaine joie. Essai sur Proust, (Hermann 2009). Ma non vanno dimenticati i numerosi studi sui poeti, da Scève fino ai Novissimi, tradotti, commentati, presentati. Fra le sue passioni poetiche vanno menzionati Mallarmé, Joyce e Proust, le avanguardie.

La sua bibliografia scientifica comprende più di duecento titoli. La troviamo alla fine del bel volume di omaggi I pensieri dell’istante. Scritti per Jacqueline Risset (Editori internazionali riuniti 2012, 605 pagine), che riunisce intorno a lei un centinaio di amici, artisti, scrittori, poeti, professori. È da questo volume che bisogna ormai partire per una comprensione della sua opera.

Con Roman Jakobson (Officina Risset)

Con Roman Jakobson (Officina Risset)

Quando Jacqueline Risset si auto-traduce (aveva saputo commentare in modo assai puntuale le auto-traduzioni di Joyce), i rami si stringono intorno al tirso – lei è traduttrice dei suoi poemi e poetessa delle sue traduzioni. «Ed una gloria estatica sprizza da questa complessità di linee e di colori, teneri o fiammanti. Non si direbbe che la linea curva e la spirale corteggino la linea dritta? che le danzino intorno in una muta adorazione?»

È così per l’auto-antologia Il tempo dell’instante. Poesie scelte (1985-2010), che riunisce poesie scritti in francese delle quali offre lei stessa una versione in italiano. Ecco la nota che precede i poemi:

Uno scrittore francese che traduce se stesso in italiano è propenso ad accogliere tali strumenti di avvicinamento di per sé «poetici», mentre i poeti italiani attuali tendono ad attaccare l’egemonia del nome, inserendo gli elementi del discorso fino ad ora esclusi o allontanati. L’autotraduzione, in questo senso, genera una sorta di anamnesi, in qualche modo inevitabile. La traduzione, come la poesia, di cui è una forma, si nutre di memoria.

La memoria fu una delle sue ossessioni crescenti, insieme teoriche e intime. È proprio ciò che attesta il suo ultimo libro – Les instants les éclairs: «gli istanti trovano la memoria, si rivelano, si vantano». Proust l’accompagnava – lei gli dedica un saggio tardivo – Une certaine joie.

4.

Quando rende omaggio a Bernard Simeone, nel febbraio 2002, Jacqueline Risset non parla del poeta né del traduttore, ma del suo impegno politico: «questa sera vorrei parlare di un altro versante, al quale è stata fatta allusione a più riprese, che era molto importante per lui, più segreto, meno noto – benché in sé meno segreto, più pubblico – della scrittura e della poesia, voglio parlare del suo impegno politico». Anche riguardo a lei occorre ricordare che «aveva una sensibilità politica appassionata, una sensibilità al politico, piuttosto che alla politica». È importante sottolineare che uno dei suoi primi articoli riguardava Gramsci et les intellectuels (nella «Quinzaine littéraire», 1967). Possiamo testimoniare che non perse mai la collera.

5. Velocità degli istanti

È stata la poetessa degli istanti: ha intitolato la sua antologia Il tempo dell’istante e il suo ultimo libro Les instants les éclairs. Per conoscerla meglio, occorrerebbe reperire nella sua opera teorica e poetica i motivi della velocità, dell’istante fugace, di chi ci arresta senza arrestarsi, di ciò che frena e incalza per ricomporre la sua poetica, in cui si avverte anche un immaginario del soggetto nella lingua. E in primo luogo, forse, occorrerebbe dire la disponibilità infinita della poetessa-traduttrice (la femminilità conta qui in modo determinante), la pazienza dell’innamorata, la sua apertura, la sua capacità:

Istante, colpo di fulmine, sogno. È la stessa costellazione, certo – l’altro versante, il contrario del progetto. Ma c’è una coerenza, c’è un progetto del non-progetto? Il punto in comune è la fiducia concessa alla sensazione, a quanto vi è di più immediato, a questo direttore dei lavori del non-progetto che è la pigrizia. Si tratta di una scommessa sulle virtù creatrici della pigrizia, che fa, che può far accumulare a poco a poco sotto la pelle l’imprevisto, l’ignoto che non è lontano. (Les instants les éclairs, p. 23)

In ogni poetica c’è una teoria delle facoltà; nella teoria delle facoltà di Jacqueline Risset c’è un’erotica. Mostrare come questa poetica maneggi gli istanti, la loro insistenza sconvolgente e la loro scomparsa. Istante fisico, istante poetico – istante limite. Jacqueline Risset ritrova Aristotele, che spiega meglio di ogni altro l’angoscia dei bambini diventati grandi: succede troppo in fretta.

L’istante, invece, è in parte identico, in parte non identico. In quanto è sempre in un diverso, esso è un diverso (così, infatti, determiniamo l'istante in sé); ma in quanto l’istante è ciò che una sola volta è, esso è identico (Fisica IV, 219 b 12-15).

L’istante è il presente diventato intenso come un limite evanescente, è l’insistenza in ciò che si ritira: l’insistenza di questo ritirarsi. Ci sia consentita questa glossa personale di Sant’Agostino – «Clamat præsens tempus longum se esse non posse» – il tempo presente esclama che non può essere più lungo. O piuttosto: non ebbe il tempo di dire a

je sais
bien sûr
que tu
t’en iras vite
mais je t’ai vu
je t’ai connu
vif instant de naissance absolue
pris dans un nom
dans moins qu’un nom(Petits éléments de physique amoureuse, p. 58)
so
certo
che tu
te n’andrai veloce
ma t’ho visto
t’ho conosciuto
vivo istante di nascita assoluta
preso dentro un nome
in meno di un nome(traduzione di Jacqueline Risset)

Questo tirso del pronome d’invocazione («Basta che ci sia tu affinché ci sia amore, qualunque sia in fondo il suo oggetto, che è messo dal tu al posto centrale, dell’invocazione e dell’adorazione»: Les instants les éclairs, p. 62), della velocità d’apparizione/scomparsa («vivo istante di nascita assoluta») dell’istante e del nome, consente di indicare qualche elemento della poetica di Jacqueline Risset.

È una poetica tragica costruita su un sapere doloroso: lo so, so di certo che te ne andrai presto. Citeremo l’ultima pagina di Les instants les éclairs (pp. 176-177) e constateremo che la spinta dell’istante dilata la prosa ad aprire alla poesia:

Questione per finire (forse?):
da dove vengono gli istanti? Sul modello: da dove vengono i bambini?
Per i bambini, se n’è parlato spesso, non si smette di farlo.
Gli istanti sono un’altra cosa. Credo, attualmente, che vengano dalla durata, dal troppo-pieno della durata.
Sono, immancabilmente (da qualsiasi parte vengano), una benedizione: l’arrivo del vuoto.
[…]
Ma c’è un’altra cosa, che perdo, in questo momento. Contenta di perderti, altro fiocco.
Istante: inizio di primavera, colori, risveglio. Giusto grado di calore solare. Spinta insensibile, quasi insensibile, delle foglie.
Benessere, armonia
in un’anima e un corpo
Leggerezza presenza
In questo tempo, Rosalind:
«If I could cry ‘hem’ and have him!»

Lampi.
Infiammano, ecco tutto.

Per restar fedele agli istanti, lasciarli venire, accompagnarli nella loro nascita e nella loro fuga, per donar loro una o due lingue, servono tatto e forza. E una gran velocità d’esecuzione.
Serve anche molto amore.

«Po&sie», 149-150, luglio-dicembre 2014

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