Stefano Agosti

Ci eravamo sentiti al telefono pochi giorni prima della sua scomparsa – così violenta, così inattesa, così insostenibile. Io l’avevo chiamata per annunciarle l’arrivo di una mia plaquette di versi, disseminati saltuariamente in circa mezzo secolo di vita, notizia che Jacqueline aveva accolto con una vera e propria esplosione di gioiosa approvazione. E proprio lì, subito dopo, da parte di lei, l’annuncio festoso di una imminente partenza per il Perù, ove l’università di Lima le aveva conferito la laurea ad honorem, annuncio cui, naturalmente, seguirono le mie altrettante festose manifestazioni di compiacimento. Ci eravamo ripromessi, poi, di rivederci quanto prima al suo ritorno, per commentare, anzitutto, questi due fatti, e per riprendere un colloquio che, pur nelle lunghe pause di silenzio, non si era, in realtà, mai interrotto.

Come sottolinea il grande Borges ricordando l’ultimo incontro con un’amica perduta, non era possibile immaginare, nel chiudere la telefonata, che (cito) «dietro il saluto ordinario stava l’infinita separazione». Ed ora eccomi qui a parlare di lei in questa assemblea della francesistica che ha onorato con tanti lavori, e dove l’ascolto di tanti colleghi non fa che sottolineare l’assenza di quello di lei.

Con Jacques Roubot (Officina Risset)

Con Jacques Roubot (Officina Risset)

Sì, certo, la Poesia di Jacqueline Risset: quella che effettivamente ci ha consegnato nei versi (e su cui mi propongo di intervenire quanto prima), ma anche quella che non ha cessato di animare una sua prosa quasi febbrile, sempre sollecitata com’è da un fervore interno che mobilita e coinvolge tutti gli elementi della frase, e che si è deversato su una serie di autori di prima grandezza, soprattutto del Novecento, ma con alle spalle un lavoro su Scève, il cui titolo è un vero e proprio programma di ricerca: L’Anagramme du désir. Il lavoro verteva (diciamo, curiosamente) su quelle stesse indagini sugli anagrammi del testo poetico che anch’io conducevo in quegli anni (fine anni ’60), ma senza che nessuno sapesse dell’altro, e la cui matrice comune era la ricerca che, in quell’ambito, aveva inaugurato e perseguìto Saussure.

Ma la poesia, nella prosa critico-riflessiva di Jacqueline, sta altresì nel distintivo «taglio» delle indagini, se, come avverte Goethe, si dà poesia anche nella particolare forma, o assetto, del contenuto. Ecco allora l’investigazione sul «pensiero nascente» in Artaud, o sul «non pensato» di Foucault, o sul «silenzio» che intride la parola letteraria più autentica auscultata instancabilmente da Maurice Blanchot, silenzio così prossimo alle strutture dell’inconscio elaborate da Lacan. Le quali percorrono, come un motivo musicale sotterraneo e continuo, quasi tutte le applicazioni critiche di Jacqueline. Comprese, naturalmente, quelle di più accentuata valenza, per così dire, «politica», come le indagini su Bataille e il «sacro» o quelle su Leiris e la frammentarietà del pensiero autobiografico. Senza contare, ovviamente, gli interventi sugli autori del gruppo di «Tel Quel», cui lei stessa apparteneva, come Sollers e Pleynet, i cui programmi di ricerca e di lavoro erano dichiaratamente «politici».

Vi è un punto centrale nel lavoro di Jacqueline: la funzione fondamentale che lei attribuisce alla metonimia. Com’è noto, Jakobson assegna ai due assi costitutivi del linguaggio, e cioè l’asse paradigmatico (o della sostituzione) e l’asse sintagmatico (o della contiguità), rispettivamente le funzioni relative alla poesia e alla prosa: la prima rappresentata dalla metafora, la seconda dalla metonimia. La metonimia costituirebbe dunque, nella teoria di Jakobson, l’elemento fondante della prosa. In Jacqueline la metonimia figura infatti, soprattutto, nei suoi lavori su Proust, e particolarmente nell’ultimo, Une certaine joie. Essai sur Proust, da noi recensito sul numero del «verri» del giugno 2010. Ora, proprio nel caso di Proust (forse l’autore più amato), Jacqueline fa compiere alla metonimia un percorso che finisce invece per esaltarne le funzionalità precisamente nell’ordine del poetico. Ci sia concesso un breve stralcio dalla precitata recensione:

Se la lettura metaforica evidenzia una totalità assolutizzante dell’oggetto, sia nell’ordine alto e magari sublime (le fanciulle-rose) sia nell’ordine basso e degradato (la mano del duca di Guermantes assimilata a una pinna di pescecane), la procedura opposta e tuttavia complementare, quella della lettura metonimica [praticata da Jacqueline] comporta invece, di un determinato oggetto, la sua frammentazione-parcellizzazione nella fenomenologia della contiguità e, al limite, la sua confusività con gli à côté che lo avvolgono come un reticolo inevitabile: e magari la sua stessa dissoluzione.

Con Edoardo Sanguineti in Egitto (Officina Risset)

Con Edoardo Sanguineti in Egitto (Officina Risset)

Siamo nell’ambito della più pura, della più pertinente fisiologia del poetico come dissoluzione dell’oggetto nella lingua che lo dice, qui riferita a quella insuperata poesia-della-prosa che è l’opera di Proust. E allora, ricorrendo di nuovo alla parola di Borges sull’amica perduta e su quella forma di «sopravvivenza terrestre» lì menzionata in base all’affermazione di Platone che (cito) «l’anima può fuggire quando muore la carne», non posso fare a meno di chiedermi, come fa Borges rivolto all’amica scomparsa:

Jacqueline, quando ci incontreremo – ma in quale città: a Roma, a Parigi? –, riprenderemo di nuovo il nostro dialogo sulla Poesia e sul formarsi per frammenti della metonimia, sull’essenzialità del frammento e sul costituirsi come oggetto (il lacaniano «oggetto metonimico»), o anche sui tuoi prediletti elementi transitivi del linguaggio in quanto apertura inesauribile alla pluralità del senso, oppure, per usare le parole con le quali tu stessa chiudi, ma senza sigillarlo, Il silenzio delle sirene, sulla letteratura come (cito) «esperienza del limite, del canto, del silenzio»?

Intervento tenuto all’assemblea del Seminario di filologia francese, Bergamo, 21 novembre 2014

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